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ZOSIMO di Panopoli

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ZOSIMO di Panopoli

Zòsimo (in greco Ζώσιμος ; in latino Zosĭmus) di Panopoli (alchimista egiziano, Panopoli – odierna Akhmim - Governatorato di Sohag, Egitto , III – IV sec. d.C.).
Anche se egiziano di nascita, le sue origini sembrano essere greche. Alcuni studiosi lo vogliono originario della città di Tebe, altri – dando più credito alla Suida - di Alessandria d’Egitto, dove sembra che abbia vissuto gran parte della sua vita.
L’esplicito riferimento che Zosimo fa alla Biblioteca del Serapeo [il più famoso tempio dedicato a Serapide costruito in Alessandria durante il regno di Tolomeo III (che regnò dal 246 a.C. al 222 a.C.)], l’accenno ad opere di Archimede ed Erone, entrambi antecedenti a Zosimo, nonché una citazione del filosofo greco Porfirio che ritroviamo nei suoi scritti ci suggeriscono di inquadrarlo storicamente tra il III ed il IV secolo d.C..

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Insieme a Bolo di Mendes viene considerato come uno dei fondatori dell’alchimia. Difatti a lui viene attribuita la paternità di alcune opere, tra le prime a carattere alchemico ad essere redatte in lingua greca, anche se va riconosciuta a Democrito (ovvero allo pseudo Democrito = Bolo di Mendes) la paternità dell’opera alchemica più antica: i “Physikà kaì mystiká”  (“Le cose naturali ed iniziatiche”), dedicata all'oro, all'argento, alle pietre preziose ed alla porpora.
Dopo Zosimo - nel periodo bizantino compreso tra il IV ed il VII secolo d.C. - si sarebbero infatti diffuse solo opere di commento e di compendio, a carattere prevalentemente esegetico. A tale periodo appartiene lo storico romano Olimpiodoro di Tebe (fl. 412-425 d.C.), che Fozio di Costantinopoli (810 – 891 d.C.) affermerà essere stato anche un alchimista.
Zosimo fu probabilmente autore di un manuale di chimica in 28 volumi – ciascuno dei quali contrassegnato da una lettera dell'alfabeto (le 24 lettere dell’alfabeto greco e le 4 lettere dell’alfabeto copto) - dal titolo “Imouth” (= “Imhotep”). Di quest’opera – a cui la Suida dà il titolo di “Chemeutikà” e di cui ci sono pervenuti alcuni Capitoli risalenti all’epoca bizantina dedicati ad Eusebia e a Teodoro – conosciamo i titoli di alcune sezioni - peraltro piuttosto vaste – quali quelle “Sull'eccellenza”; “Secondo l'azione”; “Sulla lettera Omega”; “Sugli strumenti ed i forni”; “Sull'acqua divina”; “Il libro di Sophé” (intendi Khéops) ed “Il conto finale” (in effetti negli scritti di Zosimo non compaiono mai i nomi di Eusebia e Teodoro, che potrebbero costituire i nomi dei personaggi per i quali vennero redatte kle raccolte – bensì unicamente il nome di Teosebia, abituale interlocutrice dell’alchimista).
Nell’opera - redatta in lingua latina - dal titolo “Zosimi Panopolitani de Zythorum Confectione Fragmentum Nunc Primum Graece AC Latine Editum. Accedit Historia Zythorum Sive Cerevisiarum Quarum Apud Veteres Mentio Fit” [(scripsit D. Christianus Gottfridus Gruner, ... Solisbaci, cum typisSeidelianis, 1814), viene riportato il contenuto dei cinque trattati attribuiti a Zosimo sulla storia e l’arte di fare la birra, sulla tintura del rame, sulla ricetta per la fabbricazione del ferro e dei cristalli e su come lavare la spezia giallamina (la Pietra calaminaria)].

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Zosimo fu anche autore di un ampio “Corpus” alchemico titolato “Degli apparecchi e delle fornaci (di Zosimo di Panopoli)” (ovvero il Trattato degl'Instrumenti e dei Fornelli), riportato in un manoscritto risalente al X secolo, attualmente conservato a Venezia, presso la Biblioteca di S. Marco. In detta opera – che contiene anche i primi disegni di alambicchi (il Tribicus, il “lambicco a tre punte”) - vengono trattati gli aspetti più tecnici dell’alchimia: dai fornelli ai vari strumenti della chimica; dalla composizione all’evaporazione delle acque alle loro virtù divine (di fissare il mercurio); infine altri interessanti argomenti della scienza del suo tempo (a cominciare dal perfezionamento apportato alla soffiatura del vetro, necessaria per la fabbricazione di alambicchi). Da tali descrizioni ed illustrazioni si può apprendere come Zosimo fosse venuto in possesso di tali strumenti in Egitto, precisamente a Menfi, dove probabilmente insegnò Ostane, il quale ebbe tra i suoi discepoli lo stesso Bolo di Mendes. E’ lo stesso Zosimo (VII 7-10 Mertens = CAAG II 224,4-6) a raccontare di aver ritrovato a Menfi un forno ormai distrutto, che nessuno degli adepti era in grado di ricostruire, lasciando chiaramente intendere che nei templi egizi – sulle cui pareti erano copiati antichi manuali in modo da essere maggiormente intelligibili - erano custoditi anche altri segreti, tra cui gli scritti degli antichi maestri (si trattava cioè di ben precise pratiche magico-religiose, i cui segreti erano gelosamente custoditi nei santuari dai sacerdoti egizi).
Tra i quasi cento manoscritti, oltre a quello Marciano del X-XI secolo, ricordiamo qui: il Parisinus (XIII sec.); il Vaticanus (XIV-XV sec.); il Laurentianus (XV sec.); l’Oxoniensis (...; XV sec.); i Parisini (entrambi del secolo XV) ed infine lo Scorialensis (...; XV-XVI sec.).
Secondo Suida, fu anche autore di una “Vita di Platone”.
Antichissima è l'operazione dell'estrazione delle essenze: ma ciò che leggiamo in Zosimo prova solo quale fosse l’orientamento scientifico che aveva preso l’alchimia - a cominciare in primis da Bolo di Mendes -, la conoscenza in area egizia di una serie di pratiche di colorazione dei metalli e delle pietre e che quivi fosse già praticata la distillazione, ma non che con questa si fosse già in grado di isolare i profumi delle piante sotto forma di essenze.
Al tempo di Zosimo la scienza – ispirata dalla cultura ellenistica – aveva già superato il muro della magià di Ostane, in cui si era rifugiata la ragione, incapace di dare una risposta compiuta e consistente al problema dell’immortalità dell’anima. Già negli studi di Bolo non sembra riscontrarsi alcun riferimento a pratiche magiche, anche laddove si arrivi a pensare che il loro fine ultimo fosse quello della modificazione della realtà, non più perseguita a mezzo di un percorso esterno bensì cercando di agire sull’intima natura delle cose. E’ la vista, il pensiero che si fa artefice del fare, del cambiamento, della trasformazione della realtà, non la sua mera contemplazione. L’unico segreto era riuscire a comprendere in che modo e tramite quali combinazioni le varie sostanze riuscissero a sintetizzarsi in una sostanza nuova. Possiamo dire che già in Bolo di Mendes erano venute incontrandosi, pervenendo a sintesi, l’impostazione scientifico-matematica propria della cultura pitagorica ed il pensiero proprio dell’epicureismo, volto a privilegiare il richiamo alla concretezza dell'esperienza; a rapportare l’alchimia con la magia, ma già in ambiti diversi. Tale visione sarà basilare per la nascente medicina empirica e botanica greca, tesa ad abbandonare le astratte classificazioni e speculazioni aristoteliche.
La sapienza scientifica propria della civiltà ellenistica (in primis Democrito e Teofrasto) ebbe pertanto, già nelle opere di Bolo per poi finire allo stesso Zosimo, sempre il sopravvento sulla tentazione di privilegiare il ricorso ai concetti magici propri delle civiltà del vicino Oriente. Il concetto di “magia” – così estraneo alla civiltà greco-ellenistica - deve essere pertanto imputato essenzialmente al senso di misticismo che pervadeva la chimica degli Egizi, applicata prevalentemente all’imbalsamazione dei morti ed ai riti religiosi propiziatori. In tal senso la contaminazione non avrebbe potuto che essere considerata in modo negativo; senonché gli antichi filosofi greci erano riusciti a tenere ben distinte tra di loro la scienza e la religione, non rigettando quindi i contatti tra le due culture in maniera aprioristica né la possibilità di poter trarre esperienza dagli stessi. Ciò nonostante fosse diffuso tra il popolo un senso di timore e rispetto nei confronti di coloro che praticavano l’alchimia, discepoli scelti ed eccellenti di coloro che insegnavano l’alchimia, considerati persone seguaci di arti segrete per la trasmutazione dei metalli e depositarie di conoscenze misteriose.
La filosofia ermetica, alla ricerca di un originario impulso, soffio divino, andò però via via mescolando elementi propri non solo delle dottrine filosofiche pitagoriche (seguite dallo stesso Bolo di Mendes) ma anche di tendenze mistiche che andarono a fondersi con teorie astrologiche. I testi sulla trasmutazione erano accomunati da un vocabolario oscuro, immaginifico ed enigmatico, allegorico ed esoterico.

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Fino allo stesso Zosimo, cioè, l’alchimia non era riuscita mai completamente a riscattarsi in primis dall’identificazione con una tecnica spirituale, anche se intesa come una filosofia tesa a migliorare profondamente l’uomo, insegnandogli a superare la schiavitù della materia e a riprendere coscienza del “soffio divino”: la scintilla che originariamente aveva dato vita all’anima. In Zosimo – sulla scia di Bolo di Mendes – possiamo riconoscere una prima sistemazione prettamente scientifica. L’antica proto-scientifica “kemeia”, pure tanto osteggiata in epoca romana – in cui andavano mescolandosi pratiche astrologiche ed astronomiche, elementi di metallurgia ma anche di farmacologia, di misticismo e di religione – stava per dare vita a quella che gli arabi - nel VII secolo dell’era cristiana - avrebbero chiamato (ṣan'a) al-kīmiyā' “(arte della) pietra filosofale” (da cui in ultimo l’alchìmia, da cui in età moderna, fino al secolo XVII, avrebbe avuto gradualmente sviluppo la chimica, con la definitiva formulazione del metodo scientifico). Ciò in quanto alla mitica sostanza della “pietra filosofale” era stato cioè attribuito – sin dai primordi – sia il potere di trasmutare i metalli sia quello di infondere la vita con il suo “elisir”.
In un estratto del “Corpus Syriacum”, probabilmente riconducibile a Zosimo di Panopoli, questi racconta di alcuni viaggi compiuti per procurarsi alcuni minerali ed ossidi di rame (questi ultimi nell’isola di Cipro).
Di Cipro e dei minerali e degli ossidi troviamo tracce anche in Plinio (N.H., 130-135):
“Spodos Cypria optima. fit autem liquescentibus cadmea et aerario lapide. levissimum hoc est flaturae totius evolatque e fornacibus et tectis adhaerescit, a fuligine distans candore. quod minus candidum ex ea, inmaturae fornacis argumentum est; hoc quidam pompholygem vocant. quod vero rubicundius ex iis invenitur, acriorem vim habet et exulcerat adeo, ut, cum lavatur, si attigit oculos, excaecet.(131) est et mellei coloris spodos, in qua plurimum aeris intellegitur. sed quodcumque genus lavando fit utilius;... (132) fit et in argenti fornacibus spodos, quam vocant Lauriotim. utilissima autem oculis adfirmatur quae fiat in aurariis, nec in alia parte magis est vitae ingenia mirari. quippe ne quaerenda essent metalla, vilissimis rebus utilitates easdem excogitavit. (133) Antispodon vocant cinerem fici arboris vel caprific vel myrti foliorum cum tenerrimis ramorum partibus vel oleastri vel oleae vel cotonei mali vel lentisci, item ex moris inmaturis, id est candidis, in sole arefactis vel e buxi coma aut pseudocypiri aut rubi aut terebinthi vel oenanthes. taurini quoque glutinis aut linteorum cinerem similiter pollere inventum est. uruntur omnia ea crudo fictili in fornacibus, donec figlina percoquantur. (134) In aerariis officinis et smegma fit iam liquato aere ac percocto additis etiamnum carbonibus paulatimque accensis, ...(135) Ab ea discernitur quam in isdem officinis diphrygem vocant Graeci ab eo, quod bis torreatur. cuius origo triplex. fieri enim traditur ex lapide pyrite cremato in caminis, donec excoquatur in rubricam. fit et in Cypro ...”.

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Ma gli scritti papirici confermano che le conoscenze empiriche, prettamente artigianali, erano andate sviluppandosi anche nella ricerca delle virtù delle piante medicinali. La cultura alchemica – che vedremo svilupparsi anche con Sinesio ed Olimpiodoro di Tebe - era fatta anche del fuoco e dell’acqua divina dell’egiziano Pebichio e di Democrito, ma – per quanto riguarda lo stesso Zosimo - di aceto, di olio di ricino e di rafano, di latte di giovenca, di miele e del melograno, quest’ultimo proprio della cultura orientale; ma anche dei vini e delle bacche nere per la tintura dello stesso Zosimo e del sambuco nero di Teofrasto (il quale ultimo, ricordiamolo, scrisse anche di fisica e delle rocce). A proposito del vino, ma anche di altre sostanze vegetali proprie del popolo dei Parti, degli Indiani e di tutto l’Oriente, leggiamo nello stesso Plinio (N.H., XIV, 102-103):
“Fiunt et e pomis, quae dicemus interpretationibus non nisi necessariis additis, primumque e palmis, quo Parthi, Indi utuntur et oriens totus, mitiorum quas vocant chydaeas modio in aquae congiis tribus macerato expressoque. sic fit et sycites e fico, quem alii pharnuprium, alii trochin vocant, aut si dulce esse non libeat, pro aqua tantundem vinaceorum adicitur. e Cypria fico et acetum fit praecellens atque Alexandrino quoque melius.” e (103) “vinum fit et e siliqua Syriaca et e piris malorumque omnibus generibus — sed e Punicis rhoiten vocant — et e cornis, mespilis, sorvis, moris siccis, nucleis pinis. hi musto madidi exprimuntur, superiora per se mitia.”.
Ma basti per tutte la citazione della birra nei testi del Panopolitano, già precedentemente citati, il quale la dice bevanda degli Egizi.
E’ possibile, poi, che Zosimo conoscesse non solo la nomenclatura ma fosse anche depositario di parte della cultura medica, in particolare ortopedica, del suo tempo, in particolare di alcuni testi su lussazioni e fratture e che abbia anche proposto un confronto tra la medicina e l’alchimia.