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TOXARIS

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TOXARIS

Toxaris (Τόξαρις) [medico-eroe straniero (ξένος ἰατρός  / xènos iatros) di origini scite, VI sec. a.C. - ? -].
La civiltà ellenistica fu caratterizzata dal fiorire di una vasta rete di scambi commerciali che contribuì a mettere in contatto tra loro le civiltà e le culture proprie di quei popoli che si affacciavano sul Mediterraneo (oltre, diciamo qui, a quelle persiane, indiane e persino cinesi). Tra altri, uno dei popoli che ebbe contatti con la cultura ellenica fu quello della Scizia. Nel merito, abbiamo testimonianze anche letterarie: già in Alcmane (VII sec. a.C.) ma anche in Isocrate e quindi in Strabone. La reciproca influenza e contaminazione non poteva non toccare anche il campo della Medicina. Ed in particolare in Luciano di Samosata (II sec. d.C.) troviamo esplicita menzione di personaggi sciti (tra i quali anche Anacarsi, uno dei sette savi dell’antica Grecia) che ebbero contatti con le comunità greche (secondo l’autore, questo Toxaris non ritornò più in patria, ma morì ad Atene).
Nell’opera del retore siriano titolata Σκύθης ἢ Πρόξενος (Scytha / Lo scita) – di cui seguono qui appresso le traduzioni in lingua italiana ed inglese - vengono narrate le vicende del medico scita Toxaris e della sua visita ad Atene.
La veridicità del racconto (che viene generalmente considerato solo verosimile) è però messa in dubbio da buona parte della letteratura moderna, dato che della reale esistenza dell’eroe Toxaris non si hanno – al di fuori del racconto di Luciano di Samosata – altre fonti letterarie né tantomeno epigrafiche. Questo però, secondo noi, non è di importanza basilare, dato che per parte nostra si ritiene più importante la testimonianza scritta che fosse normale raccontare che medici di altri popoli (in questo caso sciti) avessero contatti con le città attiche (intendi qui Atene).
Non è strano pertanto che, accanto alle figure ed ai santuari dei medici-eroi ellenici, troviamo ad Atene – anche se ancora solo in forma lettreraria - anche quella del medico-straniero (ξένος ἰατρός  / xènos iatros). Del santuario non vi è, ad oggi, ancora certezza sulla sua precisa allocazione nella città di Atene né che esso sia in qualche modo attribuibile a Toxaris. La tomba sarebbe stata posta al Ceramico (Κεραμεικός, Kerameikos) ossia in una necropoli della città di Atene, non lontano dalle mura del Dipylon (la porta principale della città). Ed il culto di colui che era accorso da uno stato straniero nella città di Atene in occasione della pestilenza (assumendo quindi la figura di eroe-guaritore, nel caso – come viene raccontato – di guaritore da stati febbrili) consisteva, tra altro, anche nel sacrificio di animali, tra cui ritualmente un cavallo bianco.
Volendo cercare riscontri a livello storico, possiamo solo ipotizzare che la pestilenza di cui si è detto potrebbe essere quella che imperversò in tutta l’Attica nel VI sec. a.C. (come viene narrata da Diogene Laerzio). Nella circostanza, sarebbe intervenuto anche Epimenide il cretese, il quale purificò la città di Atene iniziandola anche ai sacri misteri.

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LO SCITA,
o
IL PROTETTOR DEL FORESTIERE.
Non fu Anacarsi il primo che venne di Scizia in Atene per desiderio della gentilezza greca;
ma prima di lui fu Tossari, savio uomo e vago di conoscere le belle cose, e le buone istituzioni;
non di stirpe reale, nè di nobili incappellati,16 ma popolano scita, e di quelli che sono chiamati
ottopiè, cioè padrone di due buoi e d’un solo carro. Questo Tossari non tornò più in Scizia, ma si
morì in Atene: e non guari dopo gli Ateniesi lo tennero come eroe, ed ora offrono sacrifizi al
Medico forestiero: chè, divenuto eroe, s’acquistò quest’altro titolo. Perchè lo chiamarono così,
perchè lo annoverarono tra gli eroi e tra i figliuoli di Esculapio, forse non è soverchio raccontare;
affinchè sappiate che non solo gli Sciti a casa loro usano d’immortalare gli uomini e mandarli dal
loro Zamolchi, ma anche gli Ateniesi possono indiare gli Sciti in Grecia.
Al tempo della peste grande la moglie di Architele l’areopagita sognò che le comparì
questo Scita, e le comandò di dire agli Ateniesi che per far cessare la peste dovevano spruzzar
molto vino per le vie della città. Fatto questo molte volte (gli Ateniesi che udiron la cosa non la
trascurarono), non ci fu peste più: sia perchè l’odore del vino purificò l’aria infetta, sia per altra
cagione conosciuta da Tossari, che come dottore in medicina prescrisse quel rimedio. Oggi ei
riceve ancora il premio di quella guarigione, gli è sacrificato un cavallo bianco sul monumento,
dove Demeneta additò che egli era uscito e le aveva fatta quella prescrizione del vino. Fu trovato
che quivi era sepolto Tossari, e fu riconosciuto ad una iscrizione che pur non appariva tutta
intera; e più perchè su la colonna era scolpito uno Scita che nella destra mano teneva un arco
teso, e nella sinistra una cosa, come un libro. Anche oggi se ne vede più che mezzo, tutto l’arco,
ed il libro; ma la parte superiore della colonna e la faccia è rotta e guasta dal tempo. Sta non
lungi dal Dipilo, a sinistra quando si va all’Academia è un tumolo non molto grande, e la
colonna è rovesciata, ma sempre coronata di fiori: e dicono che egli ha risanati molti dalla
febbre, ed io lo credo bene perchè egli una volta risanò la città tuttaquanta.
Ora questo Tossari viveva ancora quando Anacarsi sbarcato di fresco, saliva dal Pireo, e
come forestiero e barbaro tutto turbato alla nuova vista, ed intronato a tanti rumori, non sapeva
che si fare. S’accorgeva che la gente che lo guardava lo deridevano per le vesti che ei portava,
non trovava uno che conoscesse la sua lingua, onde era pentito di aver fatto quel viaggio, e s’era
determinato di pur vedere Atene, e subito tornarsi, rimbarcarsi, e rifar vela pel Bosforo, donde
non gli era lungo il cammino per casa sua tra gli Sciti. Stando così Anacarsi, gli viene incontro,
proprio come un buon genio, Tossari appunto nel Ceramico. Egli riconobbe la veste del suo
paese; ed anche poteva conoscere facilmente Anacarsi, che era di nobilissimo legnaggio, e dei
primi tra gli Sciti: ma Anacarsi come avria potuto riconoscer lui vestito alla greca, con la barba
rasa, senza scimitarra a cintola, che al parlare ed alle maniere pareva nato nell’Attica? Tanto egli
era mutato dal tempo. Tossari adunque parlandogli scita: Non sei tu, disse, Anacarsi di Deuceto?
Pianse di gioia Anacarsi a trovare uno che parlava la sua lingua, e conosceva chi egli era tra gli
Sciti; onde rispose: E tu come mi conosci, o forestiero? E quegli: Sono anch’io del tuo paese, e
mi chiamo Tossari: non son nobile, però forse non mi puoi conoscere. — Oh, se’ tu quel Tossari
del quale ho udito parlare; come un Tossari per amore della Grecia, lasciando la moglie in Scizia
e i figliuoletti, se n’andò in Atene, e quivi ora vive onorato dai più valenti uomini? — Son io,
rispose; se tra voi si parla ancora di me. —Or sappi, disse Anacarsi, che io sono tuo discepolo, e
tuo rivale nell’amore che t’innamorò di vedere la Grecia. Questo è il negozio che m’ha fatto
partire, e venir qui, e sostener mille fatiche fra tante genti. Pure se non mi fossi scontrato in te,
ero già deciso, prima di cadere il sole, di rimbarcarmi: tanto m’ero turbato vedendomi in un
mondo tutto nuovo e sconosciuto. Ma deh, per la Scimitarra e per Zamolchi nostri iddii, siimi tu
guida, o Tossari, e mostrami quanto di bello è in Atene prima, e poi in tutta Grecia, le migliori
leggi, gli uomini più valenti, i costumi, le solennità, la vita che qui si mena, il governo, e tutte le
altre cose, per le quali tu, ed io dopo di te, facemmo tanta via; e non volere che io me ne torni
senza averle vedute. — Cotesto non è parlare da innamorato, rispose Tossari: venir sino alla
porta, e tornarsene indietro. Ma fa’ cuore: tu non te ne anderai, come dicevi, nè questa città te ne
farebbe andar facilmente: ella ha tante attrattive pei forestieri da non farti ricordar più nè di
moglie nè di figliuoli, se n’hai. Ora per veder subito tutta Atene, anzi tutta Grecia ed il fior fiore
dei Greci, ti suggerirò io un mezzo. È qui un sapiente uomo, paesano sì, ma che ha viaggiato
assai in Asia ed in Egitto, e conosciuto molti savi uomini: ei non è ricco, anzi è poverissimo:
vedrai un vecchio così vestito alla buona, ma per la sapienza e le altre virtù sue lo tengono in sì
grande onore, che lo hanno fatto legislatore ed ordinatore della città, e vivono secondo le sue
leggi. Se costui ti acquisterai per amico, e conoscerai che uomo egli è, fa’ conto che in lui tu
avrai tutta la Grecia, e saprai il meglio che qui può sapersi. Onde io non potrei farti un dono
maggiore che presentarti a lui. — Dunque non indugiamo, o Tossari, rispose Anacarsi;
conducimi a lui. Ma io temo che egli sia di difficile accesso, e tenga poco conto della tua
raccomandazione per me. — Oh altro, disse quegli: io so di fargli un gran dono a porgergli
l’occasione di beneficare un forestiero. Vieni con me, e vedrai quanto rispetto egli ha pe’
forestieri, quanta cortesia e bontà. Ma eccolo: un buon genio lo mena a noi: è quegli che va
pensoso e parlando tra sè. — Ed avvicinandosi a Solone gli disse: Vengo a farti un dono
grandissimo, a condurti questo forestiero che ha bisogno di amicizia. Egli è scita, e della nostra
prima nobiltà: eppure lasciando lì ogni cosa è venuto per istarsene con voi, e vedere ciò che v’è
di più bello in Grecia. Io gli ho trovata una scorciatoia per imparar tutto facilmente ed esser
conosciuto dai migliori; e questa è di presentarlo a te. Se io dunque ben conosco Solone, tu lo
farai tuo ospite, e vero cittadino greco. E tu, o Anacarsi, come ti dicevo testè, hai veduto già ogni
cosa vedendo Solone: questi è Atene, questi la Grecia: tu non sei più forestiero: ora tutti ti sanno,
tutti ti amano. Tanto vale questo vecchio! Conversando con lui ti smenticherai di tutto ciò che è
in Scizia. Hai già il premio del tuo viaggio, il fine del tuo amore. Eccoti l’esempio della Grecia,
lo specchio della filosofia ateniese. Tienti adunque beatissimo che converserai con Solone, e lo
avrai per amico.
Saria lungo a dire quanto Solone si rallegrò del dono, che parole rispose, e come da allora
in poi vissero sempre insieme, Solone ammaestrandolo ed insegnandogli cose bellissime,
facendolo amico a tutti, presentandolo ai più ragguardevoli tra i Greci, e studiandosi con ogni
modo di rendergli piacevole la dimora in Grecia; ed Anacarsi ammirando la sapienza di Solone,
e non volendo mai scostare il piede da lui. Come gli aveva promesso Tossari, per un solo uomo,
pel solo Solone, ei conobbe tutto in un momento, fu conosciuto da tutti e fu onorato per lui: chè
la lode di Solone non era di poco peso: gli ubbidivano anche in questo come a legislatore, e
quelli che erano lodati da lui erano amati da tutti, e tenuti egregi uomini. Infine il solo Anacarsi
fra i barbari fu iniziato, e fatto cittadino, se si deve credere a Teosseno, che scrisse questo intorno
a lui: e forse non saria più tornato in Scizia, se non fosse morto Solone.
Volete ora sapere dove va a parare questa lunga filastrocca che v’ho contata? Ed io vi
voglio dir la cagione per la quale Anacarsi e Tossari sono venuti dalla Scizia in Macedonia, e ci
han menato anche il vecchio Solone da Atene. A me dunque intervenne come ad Anacarsi. Ma
deh, per le Grazie, non mi fate il viso dell’arme per questo paragone, che io mi metta a pari con
uno di sangue reale: era barbaro anch’egli come me, e voi non potete dire che noi Siri siamo da
meno degli Sciti: nè io me gli paragono per nobiltà, ma per tutt’altro. Quando la prima volta io
entrai nella vostra città, restai sorpreso riguardandone la grandezza e la bellezza, la folla dei
cittadini, e la ricchezza, e la magnificenza: ond’io era pieno di stupore, ed era fuori di me per la
maraviglia, come avvenne a quel giovanetto isolano nella casa di Menelao. E così naturalmente
dovevo sentire nell’animo mio, vedendo una città alzata a tanta altezza, e che, come dice il poeta,
Fioria di tutti i beni onde fiorisce
Una cittade.
Stando io così, consideravo che mi dovessi fare: e da prima pensai di darvi qualche saggio di
eloquenza; chè e dove altro l’avrei potuto dare, se fossi rimasto muto in tale città? Cercai (non
vo’ nascondere il vero) di sapere chi fossero i principali cittadini, ai quali avvicinandomi, farmeli
protettori ed aiutatori. E qui non un solo, come ad Anacarsi, nè un barbaro, qual era Tossari, ma
moltissimi, anzi tutti, mi dissero le stesse cose con diverse parole: O forestiere, molti e molti
buoni e bravi uomini sono nella città nostra, nè in altra ne troveresti tanti: ma gli ottimi son due, i
quali per nobiltà di lignaggio e per autorità vanno innanzi a tutti gli altri, e per dottrina ed
eloquenza stanno a pari con la decade ateniese.17 Il favore che essi hanno dal popolo è vero
amore: onde si fa ciò che essi vogliono; ed essi vogliono ciò che è il meglio per la città. La loro
cortesia, l’amorevolezza che hanno pe’ forestieri, l’essere in tanta grandezza non invidiati
affatto, il farsi con tanto amore rispettare da tutti, l’essere così benigni a tutti ed affabili, son cose
che tu stesso vedrai tra poco, e conterai ad altri. E ciò che più ti farà maraviglia è che sono della
stessa casa, padre e figliuolo: quello figúrati di vedere un Solone, un Pericle, un Aristide: il
figliuolo, se lo vedi, t’innamora: alto della persona, e bello d’una certa virile formosità: se pur ti
parla, ti lega per gli orecchi, e ti mena dove ei vuole: tanta grazia ha sulla lingua il giovanetto. La
città lo ascolta a bocca aperta quando ei presentasi a parlamentare, come si dice che interveniva
agli Ateniesi pel figliuolo di Clinia: se non che dopo non molto tempo gli Ateniesi si pentirono di
aver tanto amato Alcibiade; e la città nostra, non solo ama questo giovane, ma già lo crede degno
di reverenza: insomma il solo amore del popolo, il gran presidio di tutti è questo giovane. Se egli
e suo padre ti accoglieranno, e ti faranno loro amico, tu avrai tutta la città: ti facciano un cenno
con mano, un cenno basta, e non dubitar più dei fatti tuoi.
Tutti mi dicevano così, tutti, giuro a Giove, se pure sta bene giurare in un discorso. Ed ora
che n’ho le pruove, quanto meno del vero vedo che mi dicevano! Convien dunque spoltrirsi e
levarsi, come dice il poeta di Ceo,18 muovere tutte le sarte, fare e dire ogni cosa per acquistarci
tali amici. E se questo ci verrà fatto, il cielo sarà sereno, il vento favorevole, il mare leggermente
increspato, il porto vicino.”.

THE SCYTHIAN

Anacharsis was not the first Scythian who was induced by the love of Greek culture to leave his native country and visit Athens: he had been preceded by Toxaris, a man of high ability and noble sentiments, and an eager student of manners and customs; but of low origin, not like Anacharsis a member of the royal family or of the aristocracy of his country, but what they call 'an eight-hoof man,' a term which implies the possession of a waggon and two oxen. Toxaris never returned to Scythia, but died at Athens, where he presently came to be ranked among the Heroes; and sacrifice is still paid to 'the Foreign Physician,' as he was styled after his deification. Some account of the significance of this name, the origin of his worship, and his connexion with the sons of Asclepius, will not,
[... I think, be out of place: for it will be seen from this that the Scythians, in conferring immortality on mortals, and sending them to keep company with Zamolxis, do not stand alone; since the Athenians permit themselves to make Gods of Scythians upon Greek soil.
At the time of the great plague, the wife of Architeles the Areopagite had a vision: the Scythian Toxaris stood over her and commanded her to tell the Athenians that the plague would cease if they would sprinkle their back-streets with wine. The Athenians attended to his instructions, and after several sprinklings had been performed, the plague troubled them no more; whether it was that the perfume of the wine neutralized certain noxious vapours, or that the hero, being a medical hero, had some other motive for his advice. However that may be, he continues to this day to draw a fee for his professional services, in the shape of a white horse, which is sacrificed on his tomb. This tomb was pointed out by Dimaenete as the place from which he issued with his instructions about the wine; and beneath it Toxaris was found buried, his identity being established not merely by the inscription, of which only a part remained legible, but also by the figure engraved on the monument, which was that of a Scythian, with a bow, ready strung, in his left hand, and in the right what appeared to be a book. You may still make out more than half the figure, with the bow and book complete: but the upper portion of the stone, including the face, has suffered from the ravages of time. It is situated not far from the Dipylus, on your left as you leave the Dipylus for the Academy. The mound is of no great size, and the pillar lies prostrate: yet it never lacks a garland, and there are statements to the effect that fever-patients have been known to be cured by the hero; which indeed is not surprising, considering that he once healed an entire city.
However, my reason for mentioning Toxaris was this. He
was still alive, when Anacharsis landed at Piraeus and made his way up to Athens, in no small perturbation of spirit; a foreigner and a barbarian, everything was strange to him, and many things caused him uneasiness; he knew not what to do with himself; he saw that every one was laughing at his attire; he could find no one to speak his native tongue;--in short he was heartily sick of his travels, and made up his mind that he would just see Athens, and then retreat to his ship without loss of time, get on board, and so back to the Bosphorus; once there he had no great journey to perform before he would be home again. In this frame of mind he had already reached the Ceramicus, when his good genius appeared to him in the guise of Toxaris. The attention of the latter was immediately arrested by the dress of his native country, nor was it likely that he would have any difficulty in recognizing Anacharsis, who was of noble birth and of the highest rank in Scythia. Anacharsis, on the other hand, could not be expected to see a compatriot in Toxaris, who was dressed in the Greek fashion, without sword or belt, wore no beard, and from his fluent speech might have been an Athenian born; so completely had time transformed him. 'You are4 surely Anacharsis, the son of Daucetas?' he said, addressing him in the Scythian language. Anacharsis wept tears of joy; he not only heard his mother-tongue, but heard it from one who had known him in Scythia. 'How comes it, sir, that you know me?' he asked.
'I too am of that country; my name is Toxaris; but it is probably not known to you, for I am a man of no family.
'Are you that Toxaris,' exclaimed the other, 'of whom I heard that for love of Greece he had left wife and children in Scythia, and gone to Athens, and was there dwelling in high honour?'
'What, is my name still remembered among you?--Yes, I am Toxaris.
'Then,' said Anacharsis, 'you see before you a disciple, who has caught your enthusiasm for Greece; it was with no other object than this that I set out on my travels. The hardships I have endured in the countries through which I passed on my way hither are infinite; and I had already decided, when I met you, that before the sun set I would return to my ship; so much was I disturbed at the strange and outlandish sights that I have seen. And now, Toxaris, I adjure you by Scimetar and Zamolxis, our country's Gods,--take me by the hand, be my guide, and make me acquainted with all that is best in Athens and in the rest of Greece; their great men, their wise laws, their customs, their assemblies, their constitution, their everyday life. You and I have both travelled far to see these things: you will not suffer me to depart without seeing them?'
‘What! come to the very door, and then turn back? This is not the language of enthusiasm. However, there is no fear of that--you will not go back, Athens will not let you off so easily. She is not so much at a loss for charms wherewith to detain the stranger: she will take such a hold on you, that you will forget your own wife and children--if you have any. Now I will put you into the readiest way of seeing Athens, ay, and Greece, and the glories of Greece. There is a certain philosopher living here; he is an Athenian, but has travelled a great deal in Asia and Egypt, and held intercourse with the most eminent men. For the rest, he is none of your moneyed men: indeed, he is quite poor; be prepared for an old man, dressed as plainly as could be. Yet his virtue and wisdom are held in such esteem, that he was employed by them to draw up a constitution, and his ordinances form their rule of life. Make this man your friend, study him, and rest assured that in knowing him you know Greece; for he is an epitome of all that is excellent in the Greek character. I can do you no greater service than to introduce you to him.
'Let us lose no time, then, Toxaris. Take me to him. But6 perhaps that is not so easily done? He may slight your intercessions on my behalf?'
'You know not what you say. Nothing gives him greater pleasure than to have an opportunity of showing his hospitality to strangers. Only follow me, and you shall see how courteous and benevolent he is, and how devout a worshipper of the God of Hospitality. But stay: how fortunate! here he comes towards us. See, he is wrapped in thought, and mutters to himself.--Solon!' he cried; 'I bring you the best of gifts--a7 stranger who craves your friendship. He is a Scythian of noble family; but has left all and come here to enjoy the society of Greeks, and to view the wonders of their country. I have hit upon a simple expedient which will enable him to do both, to see all that is to be seen, and to form the most desirable acquaintances: in other words, I have brought him to Solon, who, if I know anything of his character, will not refuse to take him under his protection, and to make him a Greek among Greeks.--It is as I told you, Anacharsis: having seen Solon, you have seen all; behold Athens; behold Greece. You are a stranger no longer: all men know you, all men are your friends; this it is to possess the friendship of the venerable Solon. Conversing with him, you will forget Scythia and all that is in it. Your toils are rewarded, your desire is fulfilled. In him you have the mainspring of Greek civilization, in him the ideals of Athenian philosophers are realized. Happy man--if you know your happiness--to be the friend and intimate of Solon!'
It would take too long to describe the pleasure of Solon at8 Toxaris's 'gift,' his words on the occasion, and his subsequent intercourse with Anacharsis--how he gave him the most valuable instruction, procured him the friendship of all Athens, showed him the sights of Greece, and took every trouble to make his stay in the country a pleasant one; and how Anacharsis
for his part regarded the sage with such reverence, that he was never willingly absent from his side. Suffice it to say, that the promise of Toxaris was fulfilled: thanks to Solon's good offices, Anacharsis speedily became familiar with Greece and with Greek society, in which he was treated with the consideration due to one who came thus strongly recommended; for here too Solon was a lawgiver: those whom he esteemed were loved and admired by all. Finally, if we may believe the statement of Theoxenus, Anacharsis was presented with the freedom of the city, and initiated into the mysteries; nor does it seem likely that he would ever have returned to Scythia, had not Solon died.
And now perhaps I had better put the moral to my tale, if it is not to wander about in a headless condition. What are Anacharsis and Toxaris doing here to-day in Macedonia, bringing Solon with them too, poor old gentleman, all the way from Athens? It is time for me to explain. The fact is, my situation is pretty much that of Anacharsis. I crave your indulgence, in venturing to compare myself with royalty. Anacharsis, after all, was a barbarian; and I should hope that we Syrians are as good as Scythians. And I am not comparing myself with Anacharsis the king, but Anacharsis the barbarian. When first I set foot in your city, I was filled with amazement at its size, its beauty, its population, its resources and splendour generally. For a time I was dumb with admiration; the sight was too much for me. I felt like the island lad Telemachus, in the palace of Menelaus; and well I might, as I viewed this city in all her pride;
A garden she, whose flowers are ev’ry blessing.
Thus affected, I had to bethink me what course I should adopt. For as to lecturing here, my mind had long been made up about that; what other audience could I have in view, that
[... I should pass by this great city in silence? To make a clean breast of it, then, I set about inquiring who were your great men; for it was my design to approach them, and secure their patronage and support in facing the public. Unlike Anacharsis, who had but one informant, and a barbarian at that, I had many; and all told me the same tale, in almost the same words. 'Sir,' they said, 'we have many excellent and able men in this city--nowhere will you find more: but two there are who stand pre-eminent; who in birth and in prestige are without a rival, and in learning and eloquence might be matched with the Ten Orators of Athens. They are regarded by the public with feelings of absolute devotion: their will is law; for they will nothing but the highest interests of the city. Their courtesy, their hospitality towards strangers, their unassuming benevolence, their modesty in the midst of greatness, their gentleness, their affability,--all these you will presently experience, and will have something to say on the subject yourself. But--wonder of wonders!--these two are of one house,11 father and son. For the father, conceive to yourself a Solon, a Pericles, an Aristides: as to the son, his manly comeliness and noble stature will attract you at the first glance; and if he do but say two words, your ears will be taken captive by the charm that sits upon his tongue. When he speaks in public, the city listens like one man, open-mouthed; ’tis Athens listening to Alcibiades; yet the Athenians presently repented of their infatuation for the son of Clinias, but here love grows to reverence; the welfare of this city, the happiness of her citizens, are all bound up in one man. Once let the father and son admit you to their friendship, and the city is yours; they have but to raise a finger, to put your success beyond a doubt.'--Such, by Heaven (if Heaven must be invoked for the purpose), such was the unvarying report I heard; and I now know from experience that it fell far short of the truth.
Then up, nor waste thy days
In indolent delays,
as the Cean poet cries; I must strain every nerve, work body and soul, to gain these friends. That once achieved, fair weather and calm seas are before me, and my haven is near at hand.”.