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TEMISONE di Laodicea (I sec. a.C.)

TEMISONE di Laodicea

Temisone di Laodicea (in greco  Θεμίσων; in latino Themĭson-onis) (medico greco, Laodicea, Siria, I sec. a.C.).
Nativo della città siriana di Laodicea, visse a Roma al tempo dell’imperatore Augusto (63 a.C. – 14 d.C.) e fu il più illustre allievo di Asclepiade di Bitinia (come d’altronde ci testimonia Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, XXIX, 6, 5:
“...dissederuntque hae scholae, et omnes eas damnavit Herophilus in musicos pedes venarum pulsu discripto per aetatum gradus. deserta deinde et haec secta est, quoniam necesse erat in ea litteras scire; mutata et quam postea Asclepiades, ut rettulimus, invenerat. auditor eius Themison fuit seque inter initia adscripsit illi, mox procedente vita sua et placita mutavit, sed et illa Antonius Musa eiusdem auctoritate divi Augusti, quem contraria medicina gravi periculo exemerat.”.
“...queste scuole dissentirono, ed Erofilo tutte queste condannò in merito alla pulsazione delle vene sui ritmi musicali descritta in merito all’età. Poi anche questa fu abbandonata, perché in essa era necessario conoscere l’arte; cambiata anche quella che dopo aveva fondato Asclepiade, come abbiamo riferito. Temisone (di Laodicea) fu suo scolaro e all’inizio lo seguì, poi col procedere della vita di questi cambiò anche le dottrine, ma Antonio Musa anche quelle (ebbe a cambiare) per autorità del sommo Augusto, che aveva salvato da un grave pericolo con medicine ad esse contrarie.”.
Su questo scrisse anche l’Abate Girolamo Tiraboschi, nella sua “Storia della letteratura italiana” – T. I – (Venezia MDCCXCV), precisando appunto che, mentre Plinio affermava che Temisone fosse stato scolaro di Asclepiade di Bitinia, Celso lo diceva invece di quello seguace (anche se in verità, aggiungiamo noi, l’una affermazione non escludeva l’altra). E lo stesso Tiraboschi cita poi Antonio Musa tra i tanti discepoli che ebbe lo scolarca Asclepiade. Noi sappiamo che della scuola metodica fondata da Temisone di Laodicea Antonio Musa e Sorano d’Efeso avrebbero poi seguito i precetti (riportati negli scritti degli stessi due seguaci di cui alle traduzioni di Celio Aureliano).
A suo tempo Asclepiade aveva rigettato la teoria umorale ippocratica cercando di adattare alla medicina le teorie atomiste di Leucippo e Democrito di atomo e di vuoto; pose quindi le basi della scuola metodica di medicina (che avrebbe poi avuto grande influenza su tutta la cultura medica romana) e di cui sarebbe stato il fondatore (o almeno il precursore) il suo allievo Temisone di Laodicea.
Nel merito, Asclepiade (e dopo di lui i seguaci della scuola metodica) aveva giudicato negativamente in quanto ingannevole la teoria umorale risalente ad Ippocrate (accolta dai razionalisti) che affermava implicitamente l’esistenza di un equilibrio insito nella natura che, se non turbato, avrebbe potuto garantire la salute o, se ristabilito, la guarigione. Era la c.d. “vis naturae medicatrix” (νονσων φνσεις ιητροι) secondo cui gli organismi contenevano “poteri innati di auto-guarigione”.
Secondo Asclepiade bisognava invece intervenire senza alcun indugio sulla natura col ricorso a rimedi fisioterapici (quali massaggi, ginnastica e idroterapia).
Seneca ci è testimone che Temisone fondò una nuova setta medica. In effetti, a tarda età, morto Asclepiade, Temisone abbandonò i suoi insegnamenti facendosi autore e maestro di un’altra setta detta metodica (Methodici); e questo lo ritroviamo soprattutto negli scritti di Galeno (Method.Medend. L I, prop. fin.) e di Celso.
Temisone rifuggì ogni tentazione di cadere nel dogmatismo e nell’empirismo, interrogandosi su come intervenire sulle patologie. Partendo quindi dai principi di Asclepiade, li organizzò e corresse per strutturarli in un sistema vitale che potesse inquadrare e trovare rimedio a tutte le perturbazioni dell’organismo. Comunemente viene considerato l’inventore di tale metodo insieme a Tessalo di Tralles.
Per il suo metodo, Temisone prese in considerazione due diversi stati: quello della c.d. “lassezza dei pori” ( status laxus) e della c.d. “ristrettezza dei pori” (status strictus).  Alla constatazione di tali diversi stati perveniva osservando le evacuazioni abbondanti e depresse, la tonicità o l’inconsistenza e mollezza dei tessuti. Tali stati davano origine alle diverse malattie che egli provvedeva a curare prescrivendo o diete o altri rimedi fisioterapici e addirittura alle sanguisughe (come ci riferisce Celio Aureliano nel De morbis chronicis, L. 1).
Tessalo di Tralles a questi due stati aggiunse quello della “metasincrisi”, in cui si manifestava il cambiamento in toto del rapporto tra tutti i pori ed i loro atomi.
Altre citazioni di Temisone le troviamo in Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, il quale lo chiama “sommo autore”:
“quin et acetum melle temperabatur: adeo nihil intemptatum vitae fuit. oxymeli hoc vocarunt, mellis decem libris, aceti veteris heminis quinque, salis marini libra, aquae pluviae sextariis quinque suffervefactis deciens, mox elutriatis atque ita inveteratis. omnia ab Themisone summo auctore damnata.” (N.H., XIV, 114, 21).
“Anzi anche l'aceto veniva stemperato con il miele: certo nulla venne tralasciato della vita. A questo diedero il nome di ossimele, con dieci libbre di miele, cinque emine di aceto vecchio, una libbra di sale marino, cinque sestiari di acqua piovana da far bollire dieci volte, subito travasati e successivamente invecchiati. Tutte queste cose furono condannate da Temisone sommo autore.”.
E ancora (a proposito della piantaggine):
“Celebravit et Themiso medicus vulgarem herbam plantaginem tamquam inventor volumine de ea edito. duo eius genera: minor angustioribus foliis et nigrioribus linguae pecorum similis, caule anguloso in terram inclinato, in pratis nascens; altera maior, foliis laterum modo inclusa, quae quia septena sunt, quidam eam heptapleuron vocavere. huius et caulis cubitalis est. et ipsa in umidis nascitur, multo efficacior. mira vis in siccando densandoque corpore, cauterii vicem optinens. nulla res aeque sistit fluctiones, qua Graeci rheumatismos vocant.” (N.H., XXV, 80, 39).
“Anche il medico Temisone ha decantato un'erba comune la piantaggine, ed ha pubblicato un libro su di essa, come se l'avesse scoperta lui. Ne esistono due specie: la più piccola ha le foglie più strette e più nere e ricorda la lingua delle pecore, il gambo è angoloso e piega verso terra; nasce nei prati, l'altra più grande, è circondata da ie che l'avvolgono come dei fianchi: poiché queste sono sette, alcuni l'hanno chiamata heptapleurum. Ha un gambo alto un cubito e nasce nelle zone umide; è molto più efficace. Ha una straordinaria capacità essiccante e astringente e svolge la funzione di un cauterio. Nient'altro riesce a fermare allo stesso modo i flussi degli umori che i Greci chiamano reumatismi.”.
Tramite gli scritti di Celio Aureliano, Areteo di Cappadocia e Rufo d’Efeso possiamo ricostruire sommariamente le dottrine ed i loro fondamenti teorici delle varie scuole risalenti sia ad Asclepiade che a Temisone, dei quali tutte le opere, originariamente in lingua greca, sono andate perdute.
In particolare in Celio Aureliano, Plinio il Vecchio, Celso e Galeno troviamo riferimenti alle opere di Temisone:
- i Libri periodici;
- le Epistolae in almeno nove libri;
- le Celeres Passiones in almeno due libri;
- le Tardae Passiones in almeno due libri;
- il Liber Salutaria;
- il De Plantagine.