Crea sito

SORANO - SORANO d'Efeso (I - II sec. d.C.) - SORANO d'Ippocrate (II - III sec. d.C.) - SORANO il Vecchio (I - II sec. d.C.) - SORANO (SORANUS) Malleotes o della Suda (II sec. d.C.)

SORANO

Il nome "Sorano" identifica vari medici, vissuti in età ellenistica e romana (secondo alcuni studiosi, addirittura quattro, salvo altri vissuti in più arcaica età ellenistica).
Risulta pertanto evidentemente arduo, se non impossibile, attribuire a ciascuno di essi sia una data di nascita certa, anche in mancanza addirittura del secolo di riferimento, sia una sicura attribuzione delle varie opere. E ciò anche perché, nel tempo, molti copisti posero mano a vari codici e manoscritti adulterandoli con moltissimi errori, tanto da sospettare che a volte attribuissero a Sorano testi di altri medici, giusto per “nobilitare” l’opera stessa (come d’altronde si sospetta essere successo anche per altri, tra i quali, solo per fare un esempio, il medico Moschione).

SORANO il Vecchio

Sorano il Vecchio (medico greco, Tarsia, - ? -)
Alcuni lo vogliono nato a Tarsia, stanziamento già di età classica greca, ed esercitante la professione medica a Roma nel I sec. d.C. (sotto l’impero di Traiano ed Adriano) e che sempre a Roma abbia scritto le sue opere, oramai smarrite, che offrirono materiale agli scritti enciclopedici di Galeno. Egli viene compreso fra i metodici e traduttore delle sue opere fu Celio Aureliano.
Come si vede, l’esistenza di questo Sorano viene da alcuni datata all’epoca degli imperatori Traiano e Adriano (tra il I ed il II sec. d.C.) e come appartenente ai metodici, cose entrambe che ritroviamo anche nelle varie biografie di Sorano d’Efeso (detto Sorano il Giovane) che sarebbe quindi di età posteriore.
A tale Sorano vengono attribuiti alcuni studi ed osservazioni riguardo la pianta del draguncolo.
Al riguardo Gaspar Bravo De Sobremonte Ramirez, nel suo “Operum Medicinalium” Tomus Terzius Tres Tractatus Complectens, ...(Lugduni, Sumptibus Laurentii Arnaud; & Petri Borde. MDCLXXIV), nel “De morbo draguncolo” – Promptuarium XIII, riporta testualmente (quanto indeterminatamente): “...Galenus hoc non determinat, quia sola relatione eos cognovit. Avicenna si vidit, anceps permansit. Sorano ad haeremus, qui tenet non vivere, sed hos draguncolos in iis morbis per tensionem nervi, qui sub cute apparet, moveri; & ideo ab aliquibus iudicatur esse animal...”.
Anche qui la datazione esatta della sua esistenza è incerta. Lo storico Haller afferma, ad esempio, che sia vissuto all’inizio del I sec. d.C. e dopo Tessalo.
Alcuni gli attribuiscono studi sui precedenti medici Temisone e Tessalo e sarebbe stato proprio questo Sorano a cercare, secondo i propri principi meno esclusivi, di non cadere nella limitatezza troppo dottrinale della Scuola metodica, correggendo la metodologia clinica stabilita da Temisone e dallo stesso Tessalo. Qui si riscontrano, pertanto, più che tracce di metodismo, elementi sincretici che cercavano di conciliare alcuni elementi propri del metodismo con i principi della medicina ippocratica.
Una sua citazione la possiamo trovare in Archigene (I – II sec. d.C.), il quale dice di aver usato un medicamento di Sorano per l’alopecia. Sarebbero quindi attribuibili a questo Sorano (detto il Vecchio) alcune opere citate negli scritti di Galeno (tra cui il “De medicamentis) e Celio Aureliano. E’ possibile che appartenga allo stesso Sorano il Vecchio il trattato sui segni delle fratture (di cui al “Graecorum Chirurgici Libri Sorani Unus de Fracturarum Signis Oribasii Duo de Fractis Et de Luxatis E Collectione Nicetae AB Antiquissimo Et Optimo Cod...”) e quello sui bendaggi (“Sui bendaggi”).
Volendo attribuire a questo Sorano tali trattati, diciamo che nella parte in cui si occupa delle fratture e in quella in cui si occupa dei bendaggi illustra vari tipi di bendaggi (chirurgici ed ortopedici) per varie parti del corpo. In particolare per i neonati propose l’uso di pannicoli con la precisa raccomandazione di tenere coperta la testa ed i punti di contatto tra le varie estremità (ginocchia, piedi, arti superiori, fianchi) con un tessuto, di modo da evitare lesioni. Le estremità degli arti dovevano rimanere bendate per 40-60 giorni e poi liberate gradualmente.

SORANO d'Ippocrate

Dopo Galeno (e quindi nel II - III sec. d.C.) si dice sia vissuto un altro Sorano, detto “Sorano di Ippocrate” - ovvero “Sorano di Còo” - [al quale viene attribuita un’opera biografica su Ippocrate che altri invece (tra cui la Suda) attribuiscono a Sorano d’Efeso (detto anche Sorano il Giovane)]. L’opera attribuita a questo Sorano era intitolata “Delle vite e sette dei medici” (ovvero “Biografie di medici” / Βιόι ἰατρῶν) che è probabile sia servita da riferimento all’opera biografica su Ippocrate - di cui si è detto in precedenza – e che viene unanimemente riconosciuta come la “fonte canonica" per eccellenza per una migliore comprensione della vita di Ippocrate e del suo pensiero: essa, infatti, attinge a varie fonti – peraltro attendibili - del passato, tra cui la Biblioteca alessandrina di età ellenistica ed Eratostene di Cirene (275 – 195 a.C. ca.).
Anche in questo caso può trarre in inganno la lettura dei manoscritti del Medioevo della tarda antichità (in questo caso dell’opera attribuita a Sorano e che Haller dice sia stata scritta addirittura nel VI secolo d.C.), in cui viene citato Galeno. E proprio in quanto inquadrato nel VI sec., Haller lo chiama “barbarus scriptor et serae aetatis”.
In tal caso, sarebbe stato proprio questo medico che, al pari di Rufo d’Efeso (I sec. d.C.), paragonò l'utero ad una "ventosa medica...dall’aspetto bicorne...”. Da qui una valutazione descrittiva  relativa agli organi alquanto mediocre che non può assolutamente sovrapporsi a quella di Sorano d’Efeso. In questo autore troviamo alcune descrizioni di organi genitali maschili e femminili (ovaie, imene, clitoride, utero con relative patologie ed aborto, mammelle). Viene citato anche Temisone (che l’autore dice abbia asportato parte dell’utero).
Al riguardo, il fisiologo e scrittore svizzero Albrecht von Haller (1708-1777), nella sua “Bibliotheca Medicinae Practicae qua scripta ad partem medicinae practicam facientia a rerum initiis ad A. MDCCLXXV recensentur, Auctore Alberto von Haller... – Tomus I. Ad annum MDXXXIII” (Bernae apud Em. Haller & Basileae apud Joh. Schweighauser, MDCCLXXVI), riporta testualmente: “SORANUS, qui vitam HIPPOCRATIS scripsit, mihi perinde undique ignotus est.” E, quindi, non identificandolo assolutamente, come altri, con Sorano d’Efeso bensì con Sorano il Vecchio.
Eppure, la detta opera biografica viene riconosciuta come parte di una raccolta di biografie di medici che la Suda attribuisce invece a Sorano d’Efeso, il quale rimane, insieme a Stefano di Bisanzio, una delle fonti più attendibili in quel particolare campo. La sua raccolta viene considerata uno dei primi tentativi di storiografia della professione medica.
Ennio Quirino Visconti accese il dibattito contestando che la paternità della biografia di Ippocrate fosse ascrivibile a Sorano di Còo (da: “Iconografia medica”, Milano, 1823 – V. I). D’altro canto, l'autore di una vita d'Ippocrate che fa parte del libro Βιόι ἰατρῶν, ecc., pubblicato da Anton Westermann (Bonn, 1845 / Biographoi: vitarum scriptores Graeci minores /) non è, molto probabilmente, Sorano d'Efeso bensì proprio Sorano di Còo.
Dall’opera si fanno derivare:
-i versi del filologo-poeta bizantino Giovanni Tzetzes (Ἰωάννης Τζέτζης / Iōánnēs Tzétzēs , ca. 1110 – 1186) datati al XII secolo d.C.;
-una Vita di Ippocrate in un manoscritto anonimo latino di Bruxelles, anch’esso del XII sec., conservato presso la Biblioteca del Belgio.

SORANUS Malleotes o della Suda

Lo stesso Haller, nella sua “Bibliotheca Medicinae Practicae...”, vi scrive: “SORANUS Malleotes, pariter Suidae dictus, mihi omnino ignotus est si a magno Sorano differt".
Pertanto, il Sorano che la Suda dice sia vissuto nel II sec. d.C. e che abbia lavorato ad Alessandria d’Egitto, secondo Haller risulta di attribuzione incerta, laddove la sua figura venisse distinta da quella di Sorano il Vecchio.

SORANO d'Efeso (detto Sorano il Giovane)

Sorano d'Efeso (in greco  Σορανός από την Έφέσο; in latino  Soranus Ephesius), detto anche Sorano il Giovane (medico greco, I - II sec. d.C.).
Attribuendo a Sorano d’Efeso ciò che ci dice la Suda, egli avrebbe lavorato nel II sec. d.C. dapprima ad Alessandria d'Egitto e successivamente a Roma, dove giunse intorno all’anno 100 d.C. e dove visse sotto gli imperatori Traiano ed Adriano (98-138 d.C.).
Giunto a Roma, divenne il principale continuatore della scuola di Asclepiade di Bitinia e un insigne rappresentante della scuola medica dei “metodisti”.
Nei suoi scritti, comunque, si lancia contro le sette mediche, a nessuna delle quali dichiarò di essere legato.
Si dice che Celio Aureliano (fl. V sec. d.C., anche se alcuni lo inquadrano addirittura due o tre secoli prima), medico e scrittore di argomenti medici, sia stato traduttore, come su detto, delle opere attribuite, invece che a Sorano d’Efeso il Giovane, a Sorano il Vecchio.
Pur tuttavia, Celio viene ancor oggi riconosciuto come l’autore che tradusse dal greco al latino le opere di Sorano d’Efeso (sempre che tale Sorano sia il vero autore di tutte le dette opere).
L’opera più nota tradotta da Celio è quella “Sulle malattie acute e croniche” (di cui rimangono solo pochi frammenti dell’opera di Sorano: tre libri sulle malattie acute, Acutae passiones, e cinque sulle malattie croniche, Chronicae passiones). La traduzione di Celio consiste in un adattamento in latino del V sec. (dal titolo “De morbis acutis et diuturnis”). Nel “De morbis acutis et diuturnis” ci viene raffigurato un Sorano abile nella diagnostica delle patologie di qualsiasi tipo. Più specificamente, il materiale dell’opera di Sorano lo ritroviamo nello scritto di Celio dal titolo “Medicinales Responsiones” (ovvero le “Interrogationes et responsiones”).
Altri testi adattati dal Gynaecia (Περὶ γυναικείων Παθῶν) di Sorano li troviamo nel Genetia di Celio.
A Sorano d’Efeso viene attribuita anche la paternità di altri scritti (tra cui: Περὶ μήτρας καὶ γυναικείου αἰδοίου , "Sull'utero e sui genitali femminili").
Incerta invece, come sopra detto, la paternità delle opere "Sui segni delle fratture";  e “Περὶ ἑπιδέσμων” sui bendaggi).
La sua opera, ispirata al trattato di Erofilo, il Libro delle Levatrici, diffusosi nel periodo post-ippocratico, fu tradotta in latino da Muscio (sotto il titolo Gynaecia) nel VI sec. d.C.. Fu poi tradotta in arabo ed in seguito in molte altre lingue, tra cui l'ebraico; quest’opera fu tradotta e/o adattata in latino più volte fino alla fine del XII secolo: per il suo terzo libro dell'Euporiston sulle malattie ginecologiche femminili, Teodoro Prisciano si basò sul lavoro di Sorano, che per tredici secoli rimase il principale testo di riferimento nella ginecologia ed ostetricia, con raccomandazioni ancor oggi valide. Per questo Sorano il Giovane viene considerato il fondatore della ginecologia e dell'ostetricia scientifica. Ciò accadde in quanto, sebbene la pratica dell’ostetricia fosse ormai da tempo remoto in mano alle donne, la parte tecnico-scientifica aveva trovato vasto interesse tra gli studiosi del tempo (tra i quali lo stesso Sorano il Giovane e Filumeno, medico contemporaneo di Galeno) i quali erano andati sempre più specializzandosi sull’argomento.
I requisiti che doveva avere una brava ostetrica consistevano, oltre che in un’istruzione di base e in un certo grado di intelligenza e memoria, anche in amore per il proprio lavoro, discrezione, sensibilità, robustezza, dita lunghe ed affusolate, unghie tagliate corte; ma, soprattutto, una brava ostetrica non doveva perdere la calma né scoraggiarsi nei momenti critici. Le levatrici dovevano poi essere in grado di provvedere alla dilatazione manuale del collo dell’utero, e subito dopo la fase espulsiva di tagliare il cordone ombelicale con un coltello, evitando l’uso di pezzi di vetro, di canna affilata o di una crosta di pane duro, procedure più facilmente soggette a contaminazione.
Descrive infine la sedia ostetrica (nel cui mezzo, dalla parte dove sta la levatrice, deve essere tagliato uno spazio a semiluna), indica quante persone debbano assistere al parto e quali debbano essere le loro funzioni.
Sorano, nella sua opera, descrive la conformazione dell’apparato genitale, studia la gravidanza, analizza il parto nelle sue varie fasi concludendo con una serie di indicazioni sui primi mesi di vita del neonato. Analizza nel contempo anche i parti prematuri, i parti difficili e quelli contra-naturam (cioè con il feto in posizione anomala, destinato a subire una morte violenta tramite smembramento).
Per i parti difficili raccomanda alle levatrici di chiamare in loro aiuto un medico esperto, prima di procedere ad inopinate ed errate operazioni di scuotimento o sollevamento della partoriente.
Enumera poi le possibili cause di distocia (particolarmente laddove il cordone ombelicale si presenti davanti al feto). In tali casi Sorano si preoccupa del feto (nel quale pure riconosce la presenza di un’anima) cercando di istruire le levatrici su come posizionarlo al meglio e, nel caso anche i farmaci o i medicamenti avessero fallito, di come ucciderlo tramite uno spillo prima che venisse dilaniato vivo. Si preoccupò di evitare dolore al feto anche nei parti normali, cercando che venisse evitata la cauterizzazione del cordone ombelicale che non sempre chiudeva completamente i vasi sanguigni, aumentando così la possibilità di emorragie ombelicali.
Secondo i consigli pediatrici, su come nutrire ed educare i bambini di tenera età, il neonato doveva essere alimentato con solo miele bollito per i primi due giorni di vita. Questo perché c’era il pericolo che il latte della partoriente risultasse indigesto per il neonato subito dopo il parto. Quindi il neonato doveva essere alimentato col latte di una donna che non ne fosse la madre, almeno per i primi 20 giorni.
Da qui nasce la figura della balia in quanto moltissime donne, trascorsi i primi giorni senza poter allattare, perdevano la montata lattea.
I metodi contraccettivi non erano il solo strumento a cui gli antichi ricorrevano per il controllo delle nascite. L'aborto doveva essere ampiamente praticato. Sorano dedica una parte del primo libro del suo trattato ai diversi modi di provocare un aborto. E’ però interessante osservare come sconsigli alcune pratiche che riteneva nocive per la salute della donna. Fedele al giuramento ippocratico, si impegnò a non somministrare veleni ed a praticare solo aborti terapeutici nell'interesse della madre e per preservare la sua salute. Altri tipi di aborto (per preservare la bellezza della donna o in caso di adulterio) per Sorano non avevano giustificazioni.
Comunque, egli raccomandava di non avere rapporti nei periodi fertili, attenendosi al principio secondo cui era meglio evitare il concepimento che praticare un aborto: "Per evitare di dover distruggere il prodotto di un concepimento è meglio non concepire".
Per quanto riguarda i metodi anticoncezionali, Sorano, che aveva studiato ad Alessandria di Egitto, raccomandava l’uso dei pessari (i diaframmi dell’antichità).
Poi fa una distinzione tra farmaci contraccettivi (atonia), che impediscano allo sperma di fissarsi, e farmaci abortivi (phthoria), capaci di distruggere l'embrione oramai già in completa formazione. Alcuni giorni prima di avere il rapporto sessuale raccomandava l’uso di supposte anti-concezionali da inserire nella vagina (due parti di buccia di melograno, una noce di galla, macinate e confezionate a forma di piccola ghianda) impregnate anche di sostanze gommose o astringenti. Tra i più sicuri figurava la pianta del silfio che sarebbe servita a prevenire il concepimento o a provocare un aborto precoce.
Senza l’assunzione di farmaci, si potevano infine evitare gravidanze tramite il metodo dell’ekbolion (dal verbo ekballo, espellere): cercare, cioè, di espellere il seme o l’embrione tramite gesti energici e manovre appropriate. Tra questi metodi “strani” vi era anche quello di cercare di provocare lo starnuto dopo il rapporto sessuale per espellere lo sperma (tanto che autori dell’epoca suggerivano di mettere del pepe direttamente sulla vulva della donna).
Quindi sconsiglia vivamente l'uso di strumenti appuntiti per "staccare" l'embrione. Infine, si poteva ottenere la sterilità permanente ricorrendo ad aborti continui.
La sua opera sulla ginecologia si giovava dello studio delle sedi morbose e fu architettata, entro un ambito di dualismo, su principi metodisti basati su un’organicismo puro (nel caso di un organismo malato, la presenza in esso di uno dei due possibili stati che sono il “flusso” o la “stenosi”); respinse molti principi della teoria ippocratica in materia di ginecologia e fisiologia, come ad esempio la convinzione che l'attività sessuale e le mestruazioni fossero benefiche per la salute delle donne o che l'utero potesse muoversi intorno al corpo in cerca di umidità in mancanza di sperma o di sangue.
Nelle opere propriamente mediche non si limitò al discorso diagnostico e terapeutico ma si soffermò a considerare anche aspetti di tipo etico, antropologico e sociale.
Intellettuale di ampio respiro, non scrisse solo di medicina, ma scrisse anche trattati sulla lingua e la grammatica.
Aetiologoumena è il titolo di un’opera che si ritiene possa aver scritto Sorano. Essa sarebbe stata scritta contro i medici dogmatici ed i metodi che gli stessi utilizzavano per determinare l’eziologia delle varie malattie.
L’opera è andata perduta ma alcune tracce di essa si ritiene possano risiedere in alcune sezioni del testo dello scrittore anonimo c.d. Anonymous Parisinus Darembergii sive Fuchsii (vi si trova un indice di parole greche e di farmaci ed alimenti con una traduzione accompagnata da commenti su problemi linguistici e di testo).
A Sorano viene attribuita anche la stesura del De anima che sarebbe successivamente servita da base per l’omonima opera di Tertulliano. In quest’opera Sorano avrebbe esposto le varie concezioni del suo tempo sulla psicologia fisiologica e probabilmente anche la sua concezione di una dottrina materialista dell'anima.
Tra gli altri, fu citato da Ezio che fece un compendio delle sue opere.
In Sorano il Giovane troviamo, poi, una citazione di Moschione, che egli (al pari di Asclepiade il Giovane e Galeno), chiama “Teodoro Moschione”. In tal caso, l’esistenza dello stesso Moschione, come è quasi generalmente riconosciuto, andrebbe inquadrata nel I sec. d.C. (sotto gli imperatori Traiano e Adriano) e la sua opera sulle malattie delle donne prima di Sorano il Giovane. Ma anche in questo caso non vi può essere un’attribuzione certa, in quanto altri inquadrano la figura di Moschione nel II sec. d.C., proprio partendo dal fatto che Moschione trascrisse parte dell’opera sulle malattie delle donne di Sorano il Giovane. Quest’ultimo particolare può essere solo spiegato col fatto (sopra già cennato) che qualche compilatore abbia dato il nome di Moschione all’autore di un’opera scritta in epoca precedente oppure con quello di supporre che, oltre al primo Moschione detto il “Correttore” di Asclepiade, fosse esistito anche un altro Moschione detto “il Giovane”.
Sotto il nome di Sorano esiste un trattato monastico anche qui della tarda antichità medievale dal titolo “Sorani Ephesii in artem medendi...”. In quanto tale, in essa sono presenti pratiche superstiziose accanto a descrizioni anatomiche ed empiriche.