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SEVERO di Alessandria (V sec. d.C.)

“...A quella più antica (intendi: la sofistica) diede inizio Gorgia da Leontini, [...] alla seconda, invece, Eschine, figlio di Atrometo [...].” (Filostrato, “Vite dei sofisti”, I, 481).

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SEVERO di Alessandria

Severo (Severus) di Alessandria (medico greco, fl. V sec. d.C.).
Viene identificato anche nella figura del teologo Severo, patriarca di Antiochia, fiorito sotto l’impero di Giustiniano I (482 – 565 d.C.) e viene generalmente indicato con i nomi greci di “Σεβἦρος” o “Σευἦρος” e indicato in alcuni manoscritti col nome di “Severo Iatrosofista”.
Molto probabilmente fiorì nella seconda metà del V sec. d.C.,  in epoca di poco antecedente a quella dell’altro iatrosofista Gesio di Petra nonché dei medici A. Lurius Geminius ed Agapius.

Per la sua qualifica di iatrosofista, la sua figura si avvicina a quella del medico e filosofo greco-cipriota Zenone di Cipro, rettore ad Alessandria, considerato uno dei primi iatrosofisti, insieme a Magno di Nisibe e a Ionico di Sardi, i quali pure furono suoi discepoli, attivi nella seconda metà del IV sec. d.C..
E’ noto per essere stato autore di:
- sei storie (διηγήματα), brevi declamazioni raccontate in prosa, rientranti nel genere della letteratura progimnasmatica (i c.d. Progimnasmi di Severo);
- otto Etopee (ἠϑοποιΐαι) – figura retorica destinata ad imitare l’”ethos” di un personaggio ovvero il suo carattere, temperamento e/o modo di vivere (appunto, l’ἦθος); più specificamente, l’etopèa / ἠϑοποιΐα, nell’antica arte della retorica, era destinata a dare una vivace descrizione del carattere e delle qualità morali d’una persona ovvero di insiemi di personaggi, con le loro abitudini e passioni. Per le sue finalità, si avvicinava all’ipotiposi (ὑποτύπωσις), figura retorica di pensiero consistente nella descrizione di un oggetto - ovvero di una situazione - in modo vivace e immediato attraverso particolari, similitudini, immagini accurate, per dare l'impressione che la realtà rappresentata fosse sotto gli occhi del lettore o dell’ascoltatore.
Le sue opere formarono oggetto di studio da parte dello storico francese Jacques Matter (1791 – 1864 / “Essai Historique Sur L'école D'alexandrie Et Coup D'oeil Comparatif Sur La Littérature Grecque, Depuis Le Temps D'alexandre Le Grand Jusqu'a Celui D'alexandre Sévère”,  T. II, Paris, 1820); nonchè dello storico e filologo francese Maximilien Samson Frédéric Schoell (1766-1833 / “Histoire De La Littérature Grecque Profane, Depuis Son Origine Jusqu'À La Prise De Constantinople Par Les Turcs, Suivie D'Un Précis De L'Histoire De La Transplantation De La Littérature Grecque En Occident” (ed. veneziana a cura Giuseppe Antonelli, Venezia, 1829).
F. Schoeel ricorda gli argomenti delle sue Storie (“...la Violette, le Jacinthe, Arion, Icare, Otus et Ephialte...”); mentre tra gli argomenti delle sue Etopee vengono ricordate le figure di: Achille, inquadrato nel contesto della guerra di Troia; Menelao, abbandonato da Elena; Ettore nell’Ade, mentre assiste alla scena del padre Priamo che banchetta in compagnia di Achille; un pittore innamorato del suo modello. Come si vede, a seconda del personaggio di volta in volta su citato (che qui indicheremo col termine greco “πρόσωπον , prósōpon, appunto per significare la teatralità del racconto) possiamo riconoscere delle persone – ovvero delle maschere – ben definite ovvero indefinite.
Le sei storie di Severo (διηγήματα) vennero pubblicate, a cura di Iriarte, nel Catalogo dei manoscritti greci, esistente presso la Real Biblioteca del Monasterio de El Escorial, vol. I, p. 462.
I frammenti danneggiati delle Etopee, in una forma altamente difettosa, furono pubblicati in greco e in latino a cura degli stampatori parigini Morel (Frédéric) – Paris, 1616, in 8°; a questa stampa seguirono altre pubblicazioni, più complete, in forma di estratti e collezioni varie (cit. Léon Alazzi e Th. Gale).
Inizialmente, tali frammenti delle Etopee vennero computati nel numero di sei; solo successivamente a questi sei se ne aggiunsero altri due, entrambi attribuiti a Severo di Alessandria, l’ultimo dei quali – inedito - (“Che cosa dice Demostene sulla morte di Filippo?”) è stato recuperato dalle pagine del codice manoscritto miscellaneo “Paris. gr. 2544” / XVI sec. e viene citato dal filologo classico svizzero Eugenio Amato (Università di Friburgo), il quale nell’ultimo decennio (inizi XXI secolo) ha intensificato i suoi studi severiani sia per quanto riguarda l’edizione critica che la traduzione dei frammenti delle opere allo stesso attribuite.
Sino alla volgarizzazione degli studi più recenti su Severus, quest’autore era rimasto assente dalla maggior parte dei dizionari e la paternità di numerosi manoscritti dibattuta all’interno di una ristretta cerchia di specialisti di retorica antica.
Tramite il copista Joannikios – nella versione più lunga manoscritta nel XII secolo col Codice Laurenziano (Laur. LXXV 7) – nonché tramite le fonti di altri tre manoscritti più brevi, databili tra il XIV ed il XVI secolo, possiamo rintracciare alcuna produzione letteraria di “Severo Iatrosofista”, anche considerando che il copista su citato non era solito introdurre aggiunte di suo pugno nei testi da copiare (fu autore solo di codici antigrafi). Citiamo qui l’opera “De Clysteribus”, edita a cura di Friedrich Reinhold Dietz (Fridericus Reinhold Dietz) nell’anno 1836 col titolo “Severi iatrosophistae de clysteribus liber”.

Il nuovo frammento dell’etope di Severo - oggetto di studio da parte di Eugenio Amato (Università di Friburgo) - ha per oggetto il discorso pronunciato da Demostene sulla morte di Filippo [il politico ed oratore ateniese – 384/322 a.C. - si compiace col popolo dei Greci per essersi finalmente liberato dall’influenza del re Filippo II di Macedonia – 382/336 a.C. - (“...colui il quale aveva imposto il suo nome su tutti.”). Finalmente il popolo greco si era risollevato ed aveva riconquistato la libertà e la democrazia e poteva ringraziare gli dèi e festeggiare dandosi alle libagioni. E Demostene chiude con le parole: “Oh, quante volte ho parlato contro la sua avidità ...”].
Recita testualmente l’Etope (di cui riportiamo di seguito la traduzione in inglese):

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Ricordiamo qui che all’epoca i medici iatrosofisti (in realtà insegnanti di medicina) avevano la cattiva reputazione di essere molto carenti sul versante della pratica medica (anche se piuttosto bravi nella teoria). In età imperiale, detti intellettuali e medici greco-romani frequentarono spesso le corti e furono vicini alle famiglie reali, insegnando dietro compenso i segreti della medicina e dell’esercizio fisico, ma erano anche dediti all'insegnamento ed all'esercizio dell'oratoria, ritenendo che la concezione della medicina non potesse e non dovesse distaccarsi da quella della filosofia, in quanto entrambe servissero, sinergicamente, a guarire gli uomini dalle afflizioni dei mali del corpo e dell’anima. Quindi nella iatrosofistica, fedelmente al detto galenico “Hoti ho aristos hiatros kai philosophos”, confluirono da branche diverse sia medici che esercitavano l’arte secondo una concezione filosofico-speculativa sia filosofi che solevano dedicarsi al commento ed al compendio dei testi a carattere prevalentemente medico (prevalentemente testi ippocratici e galenici).
Zenone di Cipro, seguendo la moda corrente dello studio e della frequentazione degli antichi sofisti (e/o neo-sofisti) - tra i quali anche Ninfidiano e l’imperatore pagano Flavio Claudio Giuliano (anch’egli estimatore di questa corrente e compositore di opere di eloquenza) - andò sviluppando in proprio – in ambito medico - il programma della (neo) sofistica del II sec. d.C., tendente al rinnovamento – in senso prevalentemente formalistico - dell’antica concezione filosofica.