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SESTIO NIGRO (floruit I secolo a.C.)

SESTIO NIGRO

Sestio Nigro (in latino: Sextius Niger) (medico romano, ... – ...floruit I secolo a.C.).
Famoso medico romano, per la difficoltà di inquadrarlo in un periodo preciso, non si può ascrivere con sicurezza alla scuola dei Sestii. Pertanto, la sua biografia tocca la dittatura di Cesare e l’impero di Augusto a Roma.
Sembra che gli venne offerto di diventare senatore ma che egli rifiutò decidendo di rimanere in Grecia dove fondò una setta sui tratti della scuola pitagorica.
Lo conosciamo tramite Dioscoride Pedanio, il quale usò Sestio Nigro come una risorsa per il proprio lavoro di farmacologia; ma anche tramite Plinio il Vecchio, il quale pure nella sua opera cita lungamente Sestio Nigro ed il suo lavoro.
Per mezzo degli stessi, i quali citano il suo lavoro, noi possiamo fissare una data approssimativa in cui scrisse le sue opere che va in un periodo dopo Giuba II, re della Mauritania, che scrisse il suo trattato sull’euforbia - che entrambi conobbero tramite Sestio Nigro - e prima dello stesso Plinio che scrisse la sua “Naturalis Historia”, vale a dire dal tardo del I secolo prima di Cristo alla prima metà del I secolo dopo Cristo.
Celio Aureliano (Acutae Passiones, III, XVI, 134) ci permette di restringere ulteriormente il campo in quanto lo cita come un amico di Tullio Bassus, il quale viene a sua volta citato da Scribonio Largo; siccome sappiamo che quest’ultimo scrisse le sue opere nella prima metà degli anni 40 d.C., questo dovrebbe ridurre la ricerca a questo primo periodo del 40 d.C.. E poi Celio Aureliano dice che prescriveva l’elleboro per l’idrofobia.
Il suo lavoro di farmacologia era una materia medica (De Materia Medica) scritta in lingua greca e, secondo Erodiano, aveva il titolo di “περὶ ὕλης” (“Dei materiali”, “Delle sostanze”).
Dioscoride lo chiama anche discepolo di Asclepiade di Bitinia e parla in modo sprezzante sia di lui che di altri della sua scuola per una mancanza di cura nell’indagine dei rimedi che consigliavano.
In Galeno lo troviamo citato e lodate le sue opere di botanica.
Da una lettera di Seneca (epistula 98), si intuisce che Sestio Nigro ebbe un figlio che seguì gli stessi suoi studi medici.

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Nonostante Dioscoride, Plinio scrisse di Sestio Nigro come di uno scrittore di medicina molto diligente ("diligentissimus medicinae”). Leggiamo in Plinio il Vecchio:

XVI, XX, 51
hanc Sextius milacem a Graecis vocari dicit et esse in Arcadia tam praesentis veneni, ut qui obdormiant sub ea cibumve capiant moriantur. sunt qui et taxica hinc appellata dicant venena — quae nunc toxica dicimus —, quibus sagittae tinguantur. repertum innoxiam fieri, si in ipsam arborem clavus aereus adigatur.
Sestio dice che ciò viene chiamato dai Greci milace e che in Arcadia è di veleno tanto efficace, che quelli che dormono sotto e prendono il cibo muoiono. Ci sono quelli che dicono che da qui vengono denominati anche i veleni tassici - che noi ora chiamiamo tossici -, con cui sono intinte le frecce. Scoperto diventare innocuo, se sull’albero stesso viene conficcato un chiodo di rame.

XXIX, XXIII, 76
venenum eius restingui primum omnium ab iis, quae vescantur illa, verisimile est, ex iis vero, quae produntur, cantharidum potu aut lacerta in cibo sumpta. cetera adversantia diximus dicemusque suis locis. ex ipsa quae Magi tradunt contra incendia, quoniam ignes sola animalium extingaut, si forent vera, iam esset experta Roma. Sextius venerem accendi cibo earum, si detractis interaneis et pedibus et capite in melle serventur, tradit negatque restingui ignem ab iis.
E’ verosimile che il suo veleno sia eliminato prima di tutti da quelli, che di essa si nutrono, e dopo con quelle cose, che vengono consigliate, con una bevanda di cantaridi ed una lucertola assunta nel cibo. Abbiamo detto degli altri antidoti e parleremo a loro tempo. Da quella stessa che i Magi tramandano contro gli incendi, poiché unica degli animali a spegnere i fuochi, se fossero cose vere, Roma ne sarebbe già esperta. Sestio tramanda che viene accesa la passione con la loro pietanza, se tolte le interiora e le zampe e la testa sono conservate nel miele, e nega che da esse venga spento il fuoco.

XXXII, XIII, 26
spectabili naturae potentia, in iis quoque, quibus et in terris victus est, sicut fibris, quos castoras vocant et castorea testes eorum. amputari hos ab ipsis, cum capiantur, negat Sextius diligentissimus medicinae, quin immo parvos esse substrictosque et adhaerentes spinae, nec adimi sine vita animalis posse; adulterari autem renibus eiusdem, qui sint grandes, cum veri testes parvi admodum reperiantur;
Nobil potenza ancora esercita la natura, in quegli animali che vivono e in terra e in acqua, quali sono i fibri, che si chiamano castori, come i testicoli loro castorei. Dice Sestio molto studioso di medicina nega che essi si amputino da se stessi i castori i loro testicoli, quando vengono presi, anzi che sono piccoli e ridotti ed aderenti alla spina dorsale, né poter essere tolti senza la vita dell’animale; che si confondono poi con i reni dello stesso, che sono grandi, mentre i veri testicoli sono trovati alquanto piccoli;