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SERAPIONE il Giovane (XII sec. d.C.)

SERAPIONE il Giovane

Serapione il Giovane (o Yū Anna ibn Sarābiyūn) – (medico arabo, XII sec. d.C.).
Serapione il Giovane è così chiamato per distinguerlo da Serapione il Vecchio (anch’egli Yū Anna ibn Sarābiyūn), autore nel IX secolo dei "Practica", col quale, soprattutto nella tradizione medievale, è stato spesso confuso. Secondo alcuni autori (Mejer) è possibile che, a differenza di quest’ultimo, Serapione il Giovane sia vissuto in Marocco e nella Spagna del XII sec., certamente dopo Ibn-al-Baithar.
Simone da Genova (morto nel 1303), alla fine del XIII secolo, attraverso la mediazione di Abraham da Tolosa, trasmise alla cultura latina medica il lavoro di Serapione, il Kitab al-adwiya al-mufrada. La sua opera sui semplici (Aggregator) fu assai diffusa nel Medioevo, soprattutto nelle versioni in lingua latina (a cura, appunto, di Simone da Genova) ed araba. Da quel momento essa avrebbe preso il titolo di  “Serapionis Liber Aggregatus in medicinis simplicibus, translatio Symonis januensis interprete Abraam judeo Tortuonensi de Arabico in lat.”. Mediolani Anton. Tarotus Parmens. 1473), più volgarmente "De simplici medicina", conosciuto come "Liber Serapionis".
Insieme agli scritti di Dioscoride ed altri, la traduzione di Simone da Genova fu utilizzata da Matteo Silvatico per la stesura del suo "Liber cibalis et medicinalis Pandectarum". Essendo però l’opera di Serapione una compilazione parzialmente desunta da medici precedenti (egli stesso nomina 609 autori tra i quali anche Dioscoride, Galeno, Mesué e Razes), il suo autore, a differenza del medico salernitano, non vi parla mai in prima persona.
Alla fine del XIV secolo, Francesco Novello da Carrara, signore della città di Padova dal 1390, il quale ebbe spiccati interessi nei confronti della letteratura di tipo cortese e della divulgazione scientifica, si interessò a che il frate Jacopo Filippo, dell'ordine degli Eremitani, traducesse in dialetto padovano il "Liber Serapioni" ("Liber agregà di Serapion"). Oggi esso è noto come Erbario carrarese (o manoscritto Egerton 2020) ed è conservato alla British Library di Londra, (Herbolario volgare, Erbario popolare).
L’opera (1390-1400) consiste in un magnifico erbario sul quale fu lasciato lo spazio per un gran numero di illustrazioni di piante. Anche se ne furono eseguite soltanto una cinquantina, essa riesce a distaccarsi dalla tradizione degli erbari medioevali per il realismo con cui sono state raffigurate le diverse specie botaniche. Certamente tutto ciò non poteva certo essere solo il frutto di uno spirito di oggettività che presiedeva all'insegnamento delle discipline scientifiche nell'università di Padova. A ciò deve avere certamente contribuito l’ambiente culturale specifico del monastero (con la presenza di un orto di piante officinali), quindi l’osservazione diretta e la bravura soggettiva dell’iconografo. Anche nella produzione di immagini, frutto dell’analisi e dell’osservazione diretta, si preannunciano nuovi metodi di rappresentazione che saranno propri del Rinascimento.
Per quanto riguarda i testi di Serapione, proprio perché oggetto di svariate traduzioni in diverse lingue (arabo, ebraico, latino) ci sono pervenuti corrotti avendo lasciato spazio nel tempo a svariate alterazioni e vere e proprie metamorfosi del testo originale; e ciò a cominciare dal nome dei semplici che, costituendo a volte droghe sconosciute in Europa, lasciarono spesso posto a dei succedanei, a seconda di una interpretazione soggettiva. Ove poi non si incontrino termini assolutamente incomprensibili, molti di essi recano tracce di errori sia da parte dei copiatori che degli stampatori. Fra le radici sino ad allora sconosciute e che si vuole sia stata introdotta ufficialmente in medicina da Serapione, vi è il been bianco e rosso (simile alla pastinaca) che l’autore affermava fosse possibile procurarsi solo in Armenia.
Serapione il Giovane, nella sua opera, s’interessò solo dei semplici di origine vegetale ed animale e, nonostante un trattato sui semplici non contempli la presenza di un antidotario, egli dedica un piccolo spazio alle confezioni (Practica cum antidotario). In esso, ad esempio, Serapione afferma che l'olio ottenuto dalle uova fa crescere i peli (…pilos auget, Serapioni in Antidot.).
Riguardo l’Antidotarium, il Gessner ("Nomenclator insignium scriptorum",1555) riporta testualmente a pag. 156: “Ioan. filii Serapionis Antidotarium. Practica & lib. de simplici medicina”. La confusione potrebbe crearsi laddove si prenda in considerazione che, pur attribuendo la paternità del "De simplici medicina" a Serapione il Giovane, il "Practica" sia stato scritto da Serapione il Vecchio.
Per quanto riguarda il luogo e la data di nascita, ricordiamo il Mejer ("Geschichte der Botanik", "Storia della botanica", III. Volume, pp. 150-234 e segg.) per il quale sarebbe nato a Damasco da famiglia di origine greca. Conobbe le opere di Dioscoride e di Galeno e le citazioni che si incontrano nei suoi scritti ricordano autori vissuti tra l’anno 1068 ed il 1106.

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