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Rutilio Tauro Emiliano Palladio (IV sec. d.C.)

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RUTILIO TAURO EMILIANO PALLADIO

Rutilio Tauro Emiliano Palladio (in latino: Rutilius Taurus Aemilianus Palladius) - detto anche semplicemente Pallàdio - (medico botanico romano ed autore di opere di agricoltura in lingua latina, floruit IV sec. d.C.) (v. amplius: http://ilmedicodifamiglia.altervista.org/palladio.html).
Dai pochi dati che ci sono pervenuti della sua biografia, fu un ricco proprietario terriero [da quanto scrive lui stesso, aveva terre in provincia di Roma (“circa Urbem”) e in Sardegna] e scrittore latino del IV sec. d.C. col titolo di “vir illustris” (da quanto dicono i manoscritti, quindi appartenente all'aristocrazia imperiale, forse senatoria). A causa dei pochi dati di cui siamo in possesso, possiamo stabilire un “terminus a quo” ed un “terminus ante”, rispettivamente dal 372 d.C. - in cui l’imperatore Valentiniano istituì il titolo di “vir illustris” – sino alle “Institutiones divinarum et humanarum lectionum” di Flavio Magno Aurelio Cassiodoro (485 – 580 ca.), il quale lo cita, e che sono datate attorno al 560 d.C..
Il consenso dei codici gli attribuisce la paternità di un trattato in lingua latina col titolo di “Opus agriculturae” (o “De re rustica”), in quindici libri.
Il I Libro ha semplicemente carattere introduttivo;
12 Libri trattano – sotto forma originale di calendario rurale – del lavoro dei coltivatori (organizzati in un libro per ciascun mese solare);
il XIV Libro tratta poi della materia veterinaria (è stato scoperto nel XX secolo);
il XV ed ultimo Libro del trattato (“De insitione”) è un poemetto in distici che tratta dell'innesto delle piante.
Per quanto riguarda i riferimenti eminentemente librari, si fa menzione di un solo personaggio all’epoca vivente nell’opera di Palladio, vale a dire un certo “Pasifilo” (al quale viene dedicata l’opera). Tale personaggio storico si potrebbe identificare:
-nel filosofo pagano che fu implicato nella congiura contro l’imperatore romano Valente, del quale troviamo tracce in Ammiano Marcellino (29, 2 , 36);
-Fabio Felice Paolino Pasifilo, praefectus Urbis nel 355 d.C. (ricordato dal Codex Theodosianus 2, 8, 1).
L’opera, che ci conserva preziosi elementi ed espressioni in lingua volgare, ricca di tecnicismi rurali, fu fatta sulla base della sua esperienza personale ma anche ad imitazione di altri scrittori di botanica, quali Columella ed altri autori greci e latini. Non a caso in letteratura troviamo identificato il Palladio come “minus in Agricoltura valuerunt...”. Altrove, un medico di nome Palladio viene nominato come “Agrario” - al pari dell’altro esperto di botanica Columella – da Don Michele Rosa nella sua opera “Delle porpore e delle materie vestiarie...” del 1286, a proposito del frutto del moro. Il quale pure ne parla come un medico “antico”, in ordine dopo Galeno.
Vi leggiamo: “...Gli Antichi Agrarii Columella e Palladio ne parlano fra le piante fruttifere, ne insegnano la coltura e l'innesto, distinguono il suo frutto in bianco rosso e nero; dicono che è s'innesta sul fico, ond'è Il Sicomoro, ed è amico della vite e dell'olmo.”
Ancora distintamente come di due soggetti diversi ne parla Renati Moreau, doctoris medici parisiensis, il quale scrive di un “Palladius rei rusticae scriptor” ed un  “Palladius medicus” nella sua opera “Schola Salernitana de valetudine tuenda. Opus nova methodo ...” del 1675, laddove riporta, tra altro, a pag. 74: “Scribit Palladius lib. primo de re rust. cap. 9...”. Ed a pag. 386-387: “Equidem Palladius Hippocrat. commentator annotatione ad part. 40. Sect.2. lib.6. epidem.”. E via dicendo.

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