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Giordano Ruffo di Calabria

RUFFO Giordano

Giordano Ruffo (di Calabria) (in latino Jordanus Rufus) (veterinario italiano, fl. 1239 ca.; ... – 1257).
Nato a Gerace o a Monteleone di Calabria (attuale Vibo Valentia) (o, secondo altri, verosimilmente a Tropea intorno al 1213), appartenne alla famosa famiglia dei Ruffo di Calabria, avendo quindi modo di venire a contatto con la corte di Federico II di Svevia (1194 – 1250), il quale nel 1239 lo nominò suo castellano (come ci riporta, d’altronde, lo stesso Riccardo di San Germano nella II redazione della sua “Chronica” parlandoci di un “Jordanus de Calabria”) e col quale Federico II il Ruffo ebbe un’assidua frequentazione (come ci dice lo stesso Ruffo: "cum quo fui per magnum temporis spatium commoratus"). Annoverato per le sue qualità tra i “familiares” di Federico II, lavorò al suo servizio personale come maniscalco (fu nominato “miles in mare stalla” cioè ufficiale di secondo ordine negli allevamenti imperiali, come riportato dallo stesso Ruffo che si definisce "Miles in mare stalla quondam domini imperatoris Federici Secundi").
Avrebbe seguito la tragica fine dello zio Pietro Ruffo, assassinato per motivi politici da Manfredi nel 1257. Fatto accecare da questi, morì per le ferite riportate nello stesso anno 1257.
Anche se fu culturalmente erede, insieme a Lorenzo Rusio, dell’insegnamento dei veterinari arabo-bizantini (l’ippiatria bizantina con l’”Hippiatrika” aveva fatto la sua comparsa in Occidente in quell’epoca), si distinse in quanto autore di un trattato di ippiatria in cui non avrebbe mai fatto alcun riferimento a fonti né antiche né a lui contemporanee. L’opera che ebbe subito immediato ed enorme successo (fu tradotta anche in lingua ebraica) venne scritta inizialmente sicuramente in lingua latina anche se ne ritroviamo varie versioni in lingue romanze ed una anche in lingua antica siciliana.
Nella versione siciliana il trattato inizia con queste parole:
"incipit liber Manescalchiae. Nui Messere Jordano Russu de Calavria volimo insegnari a chelli chi avinu a nutricari cavalli secundu chi avimu imparatu nela Manestalla de lu Imperaturi Federicu chi avimu provatu e avimu complita questa opira ne lu Normi di Deu e di Santu Aloi".
Essa gli venne commissionata dall’imperatore Federico II, il quale ne supervisionò anche la stesura (anche se, dobbiamo dirlo, sembra che il trattato di mascalcia avrebbe trovato il suo completamento solo dopo la morte dell’imperatore).
La figura e l’importanza del cavallo in ambito militare si era già affermata da tempo e lo stesso imperatore Federico II si era quindi preoccupato di avere un’opera che trattasse della loro cura e manutenzione. La “massaria” imperiale era nata sul modello siciliano. Successivamente chiamata “marestalla”, prevedeva la presenza, oltre che del “marescallus”, anche del “custos  equorum” e dello “scuterius”. Niente era stato lasciato al caso. Le regole da seguire e derivate direttamente dalle indicazioni dell’imperatore riguardavano sia la riproduzione che la nutrizione e la cura  dei cavalli. Ma l’imperatore evidentemente aveva sentito il bisogno che tutto ciò fosse riportato in un vero e proprio trattato.
In epoca tardo-medievale, il cavallo non trovava impiego solo in ambito militare. Come scrive lo storico Nicolas Thouroude, possiamo ritrovare il cavallo anche nello svolgimento dei frequenti spettacoli ludici, nei tornei e successivamente nelle giostre del tempo, anche se l’opera di Ruffo andrà a concentrarsi prevalentemente sui cavalli da guerra.
L’opera, che segna la rinascita della trattatistica veterinaria medievale, risulta suddivisa in sei parti ed ha due sezioni: una ippologica (trattante la nascita, l’allevamento, l’alimentazione, la riproduzione, l’addestramento, la doma e la ferratura del cavallo) ed una ippiatrica (trattante la descrizione più o meno particolareggiata delle malattie [ad esempio parla dell”inclavatura” degli zoccoli dei cavalli che si possono infettare) e della loro cura e che distingue in malattie naturali (Parte V) ed accidentali (Parte VI)]. Egli tratta anche dell’aspetto esteriore del cavallo che non deve presentarsi né troppo magro né troppo grasso, fornendo in merito anche consigli dietetici.
Giordano Ruffo può essere considerato un proto-veterinario in quanto il suo trattato sarebbe stato il primo di cui si ha notizia a trattare di tecnica equestre ad essere scritto nell’Europa latina.
L’opera  (il cui originale  è andato perduto e di cui si contano più di 150 manoscritti certi in varie lingue) è nota recentemente col titolo “De medicina equorum” (Padova, 1818, Biblioteca Marciana di Venezia) anche se nelle versioni più antiche la ritroviamo sotto i titoli di “Mariscalcia equorum” (Parigi, Bibliothèque Nationale), “Liber de curis equorum”  (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana) e “Cyrurgia equorum”  (Bologna, Biblioteca Universitaria).