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Rosenstejn Anna

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ROSENSTEJN Anna

Anna (o Anja) Rosenstejn (ovvero Kulišëva, italianizzato in Kuliscioff) [medico, anarchico e rivoluzionario russo, Simferopoli (Crimea, all’epoca facente parte della Russia) – 09.01.1855 – Milano, 29.12.1925].
Il cognome Rosenstejn le derivò dal padre, un facoltoso commerciante ebreo.
All’età di 17 anni si trasferisce in Svizzera. Precisamente a Zurigo dove nel 1871-1872 si iscrive ai corsi di filosofia e quindi al Politecnico (1872-74). Quella di Zurigo fu una delle prime università europee ad ammettere donne ai corsi di laurea. Ma questo mondo, meta di molti rifugiati provenienti da tutto il mondo, avrebbe segnato la sua vita politicamente ed il suo impegno si sarebbe rivolto dapprima nella lotta anarchica e quindi nel campo del socialismo. Con l’ambizione di legare la questione femminile al movimento socialista, sicura che l’indipendenza economica delle donne fosse l’unica via per conquistare a loro favore libertà, dignità e rispetto.
Mutò il proprio cognome in Kuliscioff per fuggire alla cattura dopo essere stata coinvolta in un processo come anarchica, nell’aprile 1877.
Trasferitasi in Italia, vi avrebbe vussuto per oltre 40 anni, mettendosi in evidenza come uno tra i maggiori protagonisti del socialismo italiano.
La vogliamo qui ricordare anche e soprattutto per il suo impegno nello studio, che riprese a Berna nel 1882, rivelando straordinarie capacità cliniche. Dopo Berna, si reca a Napoli, a partire dal 1884, riuscendo a laurearsi, tra stenti e vicissitudini di povertà, tra il 1886 ed il 1887.
Anche in campo medico rivela subito il suo interesse per la cura di quelle malattie che più colpivano le donne, soprattutto se indigenti, tra cui la febbre puerperale, oggetto della sua tesi di laurea. La laurea in medicina e chirurgia all’Università di Napoli avrebbe premiato lo studio di una donna tra le prime in Italia ad affermarsi in tale impegnativo campo.
Di qui la sua frequentazione della Clinica ostetrico-ginecologica e l’intensificazione dei suoi studi sulla batteriologia. Per la sperimentazione si reca prima a Torino e poi a Pavia, città in cui frequenta il laboratorio di Camillo Golgi, futuro premio Nobel. Da Pavia, dopo essere ritornata a Napoli, nel 1887 si trasferisce a Padova con lo scopo di specializzarsi – dopo aver conseguito brillantemente la laurea – nella Clinica del celebre patologo italiano Achille De Giovanni (1838-1916).
In quanto donna, ne viene però respinta l’assunzione presso l’Ospedale Maggiore di Milano. Per lo stesso motivo ed anche a causa della tisi contratta durante il periodo di prigionia passato a Firenze, si vede costretta a rinunciare alla carriera accademica. Per un breve periodo, Milano l’avrebbe conosciuta come “dottora dei poveri”, sempre pronta - sospinta da uno spirito caritatevole - ad andare personalmente presso le case della persone più bisognose che non potevano permettersi le cure di un dottore. Ciò sino a quando la sua malattia, aggravatasi in tubercolosi ossea, non l’avrebbe costretta – per problemi di deambulazione – tra le mura domestiche. Sempre vivo però il suo spirito per l’impegno nella politica e nella medicina, che cercò più volte di coniugare.