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PRASSAGORA di Kos (IV sec. a.C.)

PRASSAGORA di Kos

Prassagora di Kos (in greco antico : Πραξαγόρας ὁ Κῷος ) (medico greco, Kos, IV sec. a.C.).
Nato nell’isola greca di Kos nel 340 a.C. ca., lo troviamo citato in diversi autori. Secondo Galeno, Prassagora era l’ultimo degli Asclepiadi (Med. Fac lib. I) aggiungendo che la sua pratica non era molto differente da quella di Ippocrate e di Diocle; sempre secondo Galeno la sua dottrina era ancora lodata e seguita nei tempi posteriori (Galeno, Meth. Med....).*
Sempre in Galeno [defin. med. 439 (XIX 449 Kühn)] lo troviamo citato insieme ad Ippocrate e Democrito come coloro che affermavano che lo sperma umano derivasse dall’intero corpo (al riguardo Galeno dice che Democrito affermava: “L'uomo proviene dall'intero uomo”). A tale teoria - precisava lo stesso Galeno - si opponeva quella di Diocle e Platone, i quali ritenevano che lo sperma fosse una secrezione del cervello e della spina dorsale (Platone - Tim. 91 A ; Diocle - fr. 170 p. 196).
Un’altra citazione di Prassagora la troviamo poi in Plinio il Vecchio (Natur. Hist. XXVI c. 10), laddove viene delineata la storia della medicina antica che descrive con queste parole:
“10. Haec apud priscos erant quae memoramus remedia, medicinam ipsa quodammodo rerum natura faciente, et diu fuere. Hippocratis, certe, qui primus medendi praecepta clarissime condidit, referta herbarum mentione invenimus volumina, nec minus Diocli Carysti, qui secundus aetate famaque extitit, item Praxagorae et Chrysippi. 11. ac deinde Erasistrati Ceteri, Herophilo quidem, ...”.
Anche Aulo Cornelio Celso cita e loda Prassagora nel suo De Medicina (Libro I – Prooemium, c. 8):
“[8] Huius autem, ut quidam crediderunt, discipulus Hippocrates Cous, primus ex omnibus memoria dignus, a studio sapientiae disciplinam hanc separavit, vir et arte et facundia insignis. Post quem Diocles Carystius, deinde Praxagoras et Chrysippus, tum Herophilus et Erasistratus sic artem hanc exercuerunt, ut etiam in diversas curandi vias processerint.”.
Nonostante tutte queste citazioni e la sua figura radicata nei progressi della medicina greco-alessandrina, insieme a quelle di Diocle di Caristo (IV secolo a.C.), Erofilo (335-280 a.C. circa) ed Erasistrato (304-250 a.C. circa), dei suoi scritti niente è ad oggi sopravvissuto.
Prassagora viene citato come il primo medico ad aver fatto una netta distinzione tra arterie e vene: secondo la sua teoria nelle arterie era contenuto e scorreva unicamente il “pneuma” e non invece il sangue. Erofilo di Calcedonia avrebbe successivamente approfondito gli esperimenti del suo maestro introducendo come strumento di diagnosi la misura della frequenza del battito del polso e mettendo anche in correlazione la frequenza del battito cardiaco, la temperatura corporea e l'età del paziente.

CUORE E SISTEMA CIRCOLATORIO

Sistema circolatorio

Il cuore e la teoria della circolazione.
Prassagora sosteneva – unitamente ad Aristotele (384 – 322 a.C., che possiamo ritenere suo contemporaneo) e a Diocle di Caristo (puregli del IV sec. a.C.) - che il cuore fosse l'organo centrale dell'intelligenza e la sede del pensiero. Prassagora si differenziava, però, dagli altri due in quanto riteneva che scopo della respirazione fosse di fornire il nutrimento per quello che lui chiamava il “pneuma psichico”, piuttosto che raffreddare il calore interiore. Prassagora era pervenuto alle sue teorie per avere studiato in precedenza l’anatomia di Aristotele ed aveva cercato di migliorarla facendo una distinzione tra arterie e vene. Egli era interessato al polso del paziente e fu il primo a dirigere l'attenzione sull'importanza dell'impulso dell’arteria nella diagnosi che, secondo lui, era indipendente dal cuore poichè, in effetti, le arterie pulsavano da sole. Contro questa teoria, affermò la propria dottrina sugli impulsi il suo discepolo Erofilo di Calcedonia mentre, d’altro canto, lo criticò Galeno per aver mostrato poca cura in anatomia e non essere pervenuto alle sue conclusioni per via della dissezione, nonostante quest’ultima fosse praticata in via principale da Erofilo (suo discepolo) e da Erasistrato (304 – 250 a.C.), il quale gli era succeduto. Nonostante tali critiche, le teorie di Prassagora avrebbero dominato la scena medica per lunghi secoli in futuro, ossia ancora dopo quasi 500 anni dopo la sua scomparsa ancora erano in molti a credere fermamente nell’esistenza del “pneuma” nelle arterie in vece del sangue.
Nella teoria della circolazione di Prassagora, le arterie venivano disegnate come la trachea ed i bronchi, vale a dire simili a grossi tubi di aria col compito di portare la vita cioè ciò che Prassagora chiamava il “πνεύμα” (il “pneuma”) ossia il soffio, il principio mistico vitale che egli collegava alla vita non connesso direttamente al sangue. Secondo Prassagora, a tutte le arterie del corpo dai polmoni al lato sinistro del cuore discendeva il soffio vitale attraverso cioè l’aorta. Le vene, invece, trasportavano il sangue attraverso il corpo, partendo dal fegato. Ciò accadeva in quanto il sangue veniva creato dagli uomini, nel resto del corpo, attraverso il cibo che digerivano.
Le arterie ed il polso.
Già secondo Prassagora di Kos, quindi, arterie e vene espletavano funzioni distinte: le arterie portando il “pneuma” e le vene il sangue. Ma, siccome ai tempi di Prassagora il concetto dei nervi non esisteva, egli si dava una spiegazione sul loro movimento affermando che esse diventassero sempre più piccole e successivamente scomparissero; ed era proprio tale “scomparsa” a causare il movimento che, specularmente, attraverso un meccanismo fisiologico, permetteva il movimento volontario della vitalità e dell’energia all’interno del corpo umano attraverso i canali delle arterie. Successivamente, al tempo di Erofilo, avendo oramai egli scoperto sia i nervi sensoriali che motori, tutto ciò sarebbe stato attribuito proprio ai nervi.
L’importanza del polso – per la misurazione del soffio della vita e la valutazione della sua normalità – subentrò proprio con Erofilo, il quale avrebbe introdotto come strumento diagnostico la misura della frequenza del battito del polso, perseguendo nella sua originale teoria la scelta di unità temporali e metrica musicale, peraltro abbastanza piccole da essere adatte alla misurazione di funzioni cardiache di picco sistolico e di periodi di decrescita diastolica (da διαστολή = dilatazione).
Secondo lui, le fasi sistoliche e diastoliche derivavano da una forza propria insita nelle arterie stesse al pari di quanto avveniva nella fase respiratoria.
Applicando in un determinato periodo temporale i parametri delle cadenze musicali, riuscì a risalire alle differenze intercorrenti tra le pulsazioni vibranti e quelle semplicemente forti. Analizzando le variazioni di frequenza del battito, notò che questa era in relazione diretta con l’età del paziente e che il battito cardiaco, oltre che con l’età, andava messo in correlazione con la temperatura corporea.

LA TEORIA UMORALE

Gli umori.
Già precedentemente, con Ippocrate di Cos e la sua scuola, era andata affermandosi l’importanza della c.d. “teoria umorale”, vale a dire, quale punto fermo, che lo stato di salute e, quindi, tutte le malattie derivassero da un equilibrio-squilibrio tra i vari umori, che possono rispettivamente garantire la salute o provocare la malattia.
Quale personale variante a tale teoria, Prassagora affermava, distinguendosi dalla maggior parte di tutti gli altri medici che abbracciavano invece fedelmente la dottrina ippocratica, che non esistessero quattro umori, vale a dire sangue, flemma, bile gialla e bile nera, bensì undici. Permane, cioè, ancora un quadro imperfetto di squilibrio umorale e, da tutto ciò, discende, anche concettualmente, una malattia quale stato morboso all’interno del corpo umano, in cui si agitano e fluidificano gli umori in condizioni di equilibrio/squilibrio.
Con Prassagora basterà troppo poco oppure troppo calore, all’interno del corpo umano, a far aumentare gli altri umori, che quindi producono determinate condizioni di malattia. E dalla combinazione tra pneuma e sangue si genera il calore che, in quantità appropriata all’interno dell’organismo, può garantire un processo di digestione naturale.
In Prassagora ritroviamo una particolare attenzione alla digestione in quanto egli riteneva che il processo di digestione fosse una specie di putrefazione ovvero di decomposizione, secondo un’impostazione concettuale che è durata sino a tutto il XIX secolo.
Tra gli altri umori, vi era poi il catarro denso e freddo che, raccogliendosi lungo le arterie, poteva causare la paralisi e, ancora, che causa dell’epilessia era il blocco dell'aorta da parte dello stesso accumulo di muco.

*Dell’origine, progressi e stato attuale di ogni letteratura di Giovanni Andres (Tomo I – Pisa, 1829)