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PELAGONIO (IV sec. d.C.)

PELAGONIO

Pelagonio (in latino Pelagonius – in greco Πελαγώνιος) - (scrittore latino di veterinaria, IV sec. d.C.).
Non è chiaro quale possa essere stato il suo luogo di nascita: nei suoi scritti si fa menzione della Tuscia (Toscana) ma anche della Pannonia, Sarmazia (che non erano regioni latine) e della Cappadocia (di lingua greca).
Pelagonio scrisse l'Ars veterinaria, dedicata a Betitio Perpetuo Arzigio (consolare della Tuscia e dell'Umbria dopo l'anno 366) fra il 350 ed il 400 d.C., probabilmente sotto l’imperatore Giuliano, e si basò in parte su quella di Columella; a sua volta, l’opera di Pelagonio fu successivamente usata come fonte da Vegezio nel suo Digestorum artis mulomedicinae e dall’anonimo compilatore degli Hippiatrica, che la tradusse in parte in lingua greca, non senza errori. Le fonti di Pelagonio furono sia autori greci (Apsirto, Eumelo) che latini (Cornelio Celso e, come innanzi detto, Columella); l’opera è articolata in trentadue epistole, indirizzate a destinatari diversi, nelle quali è trattata la cura dei cavalli ed i relativi rimedi (ad eccezione della seconda epistola dedicata alla zootecnia); essa fu scritta per i proprietari dei cavalli usati nelle corse dei carri (equi generosi) offrendo loro trattamenti che escludessero l’intervento chirurgico.
La mancanza di organicità della sua opera fa ritenere che Pelagonio non avesse velleità letterarie e nei rimedi che suggerisce si trovano talora accenni al semplice buon senso talaltra alla superstizione se non alla fantasia : si legge "Lete daemonis", quasi che l’autore veda qualche spirito maligno al lavoro nei cavalli che si comportano selvaggiamente. Ancora: “Si vipera aut mus araneus momorderit, verba religiosa non desint: nam sol peculiariter dominus equorum invocatus, ad medelam adest”. E ancora, a proposito di un incantesimo che lo stesso Pelagonio avrebbe esercitato sui cavalli per le loro indigestioni: “Equus aeluris florinacus orcus cognatus orcus pedem indit : vidi non ego pedem orco, si tortionatus, si hordiatus, si lassus, si calcatus, si vermigeratus, si vulneratus, si marmoratus, si roboratus, si equus non poterit esse. Noctuum quia videor cum iis carminibus istis equis dabo remedium hoc Carmen : in aurem dextram equo dices : semel natus, semel remediatus: et spuis in aurem: remediasti, si frequentius incantaveris”. (Nei Greci troviamo indicate queste indigestioni col nome di  crithiasis, nei romani con quello di hordeatio). Si parla poi di spalle, gambe, schiena; ancora di strappi muscolari, di garretti e di tendiniti. Solo nel capitolo XV si fa cenno a problemi ai piedi per uno zoccolo lesionato da una ruota, a dimostrazione che gli zoccoli dei cavalli di per sé non rappresentavano un problema degno di nota.
Fu tradotta in greco in età bizantina. Di tale traduzione greca sono giunti fino a noi ampi estratti confluiti nelle raccolte bizantine di medicina veterinaria. Cadde poi nel più completo oblio in epoca medievale per poi riapparire nel corso del XV secolo, allorquando fu citata da Leon Battista Alberti nel suo De equo animante, intorno al 1445.
L’interesse per quest’autore si è poi risvegliato nel XIX secolo, con l’edizione del 1826 dovuta a Giuseppe Sarchiani (Pelagonii Veterinaria ex Richardiano codice excripta et a mendis purgata ab Josepho Sarchianio / nunc primum edita cura C. Cionii ; accedit Sarchianii versio Italica. - Florentiae : excudebat Aloysius Pezzati, 1826) completa di una traduzione in lingua italiana (l’unica ad oggi disponibile: Trattato di mascalcia di Pelagonio estratto dal codice riccardiano emendato e tradotto di latino in toscano dal dottor Giuseppe Sarchiani ...). Ad essa seguì uno studio più approfondito del Codex Riccardianus 1179 Sigle R, copiato nel 1485 su commissione di Angelo Poliziano, probabilmente da un esemplare molto antico. P.P. Corsetti scoprì poi un secondo manoscritto, frammentario, (il cod. Eichenfeld), databile tra l’VIII ed il IX secolo ed attualmente conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli (Neapolitanus Latinus). Gli altri due manoscritti scoperti successivamente furono quello di Einsiedeln (Einsidlensis 304) ed il manoscritto di Verona (Veronensis 658). C'è una edizione dei suoi testi in Teubner (1980), De Medicina veterinaria, da KD Fischer.
Quella di Pelagonio può essere considerata la prima vera opera di veterinaria latina, in assenza totale di notizie su di un precedente trattato sulle malattie dei cavalli (oggi perduto ma certamente esistito).