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OSTANE (VI sec. a.C.) alchimista persiano

OSTANE

Ostane (o Oastnes) (alchimista persiano, VI sec. a.C.).
Anche se inquadrato cronologicamente in epoca diversa e qualificato di volta in volta anche come egiziano, medio e babilonese, Ostane - insieme a Zoroastro (Zarathuštra) e ad Istapse (Vištāspa , ῾Υστάσπης / Hystaspes) - viene considerato come uno dei tre Magi che emigrarono dalla Persia in Egitto per propagandare la loro magica arte alchemica.

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Già nel VI sec. a.C. era nota al presocratico Eraclito di Efeso l’esistenza dei Magi (i Magoi) [i Mάγος-Μάγου (= Mágos) / Μάγοι (=Magoi)]. Il filosofo greco con un senso di disgusto li indicava come “camminatori di notte, baccanti, celebratori di orge e partecipanti ai misteri!”. Aggiungendo poi: “Quelli che fra gli uomini sono considerati misteri sono rituali profani”.
Le loro figure e le loro storie si stagliano, a contorni ben marcati, sopra lo sfondo delle divinità persiane e accadiche di Ahura Mazdā, del quale Zarathuštra (“splendore dell’oro”) sarebbe stato il profeta, e di Gilgameš. Da quest’ultimo, una linea di fuoco – rappresentata dal Serpente - ci conduce sino all’Egitto del culto dei morti:
“Io ti annuncerò al dio; a patto che tu mi dica ancora:
- Qual’è il Nome della divinità protetta da un cielo di Fuoco cinta da una muraglia di dee-Serpenti che riposa, specchiandosi, nelle Acque correnti?
Chi è questo dio?
- E’ Osiride!
- Varca la soglia, in verità, io posso annunciarti!”.
D’un tratto la linea di fuoco lampeggia, come lo scatto del serpente, che col suo veleno può portare morte ma anche rimediare alle malattie. E la crisopea è idealmente tributaria al fuoco dell’origine della vita, che nella filosofia di Ostane rappresenta l'elisir filosofico o acqua divina "che guarisce i vivi e resuscita i morti".
E non è forse al Serpente che si riferisce – sia pure in maniera alquanto oscura ed ermetica – lo stesso Ostane allorché scrive all’amico Petasio? L’alchimista “magico” Ostane parla infatti del mercurio come ottenuto “dalle uova del Serpente della Quercia”.

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Ma in effetti il termine “Magoi” risulta spesso indeterminato ed inconsistente ed a volte non rende bene l’idea della concezione della vita e della morte al tempo dei Magi. Il termine veniva quasi sempre adoperato per indicare una setta religiosa od una casta sacerdotale persiana; ma la Persia di Zoroastro ed Ostane non era solo magia: Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia (XXV, 13), la cita infatti mettendola in relazione alle virtù medicinali delle piante: “Homerus et alias nominatim herbas celebrat, quas suis locis dicemus. ab eo Pythagoras clarus sapientia primus volumen de effectu earum composuit, Apollini, Aesculapio et in totum dis immortalibus inventione et origine adsignata; composuit et Democritus, ambo peragratis Persidis, Arabiae, Aethiopiae, Aegypti Magis, adeoque ad haec attonita antiquitas fuit, ut adfirmaverit etiam incredibilia dictu.”.
[Ma nello stesso Plinio leggiamo anche un riferimento esplicito ad Ostane:
“primus, quod exstet, ut equidem invenio, commentatus est de ea Osthanes Xerxen regem Persarum bello, quod is Graeciae intulit, comitatus ac velut semina artis portentosae sparsit obiter infecto, quacumque commeaverat, mundo (...diligentiores paulo ante hunc ponunt Zoroastren alium Proconnensium. quod certum est, hic maxime Osthanes ad rabiem, non aviditatem modo scientiae eius, Graecorum populos egit. quamquam animadverto summam litterarum claritatem gloriamque ex ea scientia antiquitus et paene semper petitam...)”.
“Per quanto si conosce, o almeno sulla base della mia ricerca, il primo ad occuparsi della magia fu Ostane (=Osthanes), il quale seguì Serse (=Xerxen) re dei Persiani nella guerra che condusse contro la Grecia e che, per così dire, sparse i semi della sua arte mostruosa, infettando nel suo viaggio qualunque parte del mondo attraversasse (...)” (Plinio. N.H., XXX, 8)].
Anche Strabone cita i Magi ne “La Geografia” (Libro XV e nel Libro XVI, laddove descrive l’Asia Minore); mentre Erodoto, col termine “Magoi” andava ad indicare sia alcune tribù del popolo dei Medi sia un’antica casta sacerdotale medio-persiana. Anche negli scritti del lessicografo e grammatico greco Esichio di Alessandria ritroviamo la citazione di “Magoi”, ad indicare una casta di eccellenza di stregoni ed alchimisti, la cui esistenza veniva proiettata su di uno sfondo iranico.
Mentre però il mito sembra accompagnare la figura di Istapse (indicato come protettore di Zarathustra e fautore della sua religione), lo stesso Zoroastro ed Ostane si proiettano sino ai nostri giorni come figure meno leggendarie ed irreali; probabilmente in quanto degli stessi ci sono pervenuti la tradizione orale del loro pensiero ed alcuni frammenti dei loro scritti e di Ostane ci è stata tramandata l’eccellenza magica attraverso Bolo di Mendes, suo presunto discepolo in Egitto.
Si nota però una sostanziale differenza tra i testi della tradizione persiana zoroastriana ortodossa (a cui aderì successivamente anche lo stesso Ostane) ed i filoni delle opere di Bolo di Mendes e – più in generale – dell’alchimia egiziana e greco-romana e della tradizione giudaico-cristiana, questi ultimi due filoni più legati rispettivamente al metodo scientifico-farmacologico ed all’allegoria. Soffermandoci sul più vasto “corpus” della tradizione egizia, notiamo come esso rimandasse a principi ed impostazioni magico-astrologiche, sottintendendo un richiamo costante alla sperimentazione artigianale degli amalgami dei minerali e delle relative tinte. La tradizione della scuola alessandrina e, più in generale, quella egizia tendeva più a soffermarsi al colore della sostanza derivata dalle trasformazioni chimiche. A questo si accompagnava però – almeno sino ai tempi di Ostane – una mescolanza di pratiche magiche e di riti propiziatori che non appartengono affatto alla sistemazione alchemica che Bolo di Mendes diede definitivamente all’intero corpus alchemico egizio con il suo libro sulle simpatie e le antipatie ed i suoi 14 libri detti “Cheirokmeta”, riguardanti appunto la materia alchemica.
In effetti Bolo aveva mostrato maggior interesse per la cultura ellenistica, a cui risultavano estranee le pratiche magiche proprie delle civiltà orientali. Da questa impostazione, possiamo notare come dai lapidari, in cui erano andate confluendo sia conoscenze dotte che popolari, si fosse passati successivamente ad uno studio più approfondito delle virtù medicinali e della velenosità delle piante (con gli erbari) ed alla descrizione di animali (a volte anche immaginari con spiegazioni moralizzanti e riferimenti tratti dalla Bibbia) con i bestiari.
I pochi frammenti papirici pervenutici testimoniano come ai tempi di Ostane, accanto a pratiche magiche, l’indagine si soffermasse sulle tecniche segrete relative ai procedimenti artigianali seguiti nei campi della vetreria, metallurgia e tintoria, anche al fine di perfezionare – attraverso vari amalgami - la preparazione di manufatti che potessero imitare i metalli dell’oro, dell’argento e, più in generale, delle varie pietre preziose. Le ricerche di Bolo andarono orientandosi su un versante più scientifico nel campo dell'alchimia, cercando di indagare con l’atomismo la natura intima delle cose e la loro composizione, nonché la possibilità di modificarle. L’atteggiamento di Bolo e della sapienza ellenistica (in primis di Democrito e Teofrasto) è quindi più scientifico; in Ostane ritroviamo invece l’atteggiamento di colui il quale, dedito ai suoi riti magici ed astrologici, cerca di tramandare le sue conoscenze ad una cerchia ristretta di persone eccellenti, seguaci settari di arti segrete e depositarie di conoscenze misteriose. Questo atteggiamento lo possiamo notare nella lettera – su citata – indirizzata da Ostane all’amico Petasio. La stesura appare evidentemente differente da quella che possiamo ritrovare in altri scritti che alcuni studiosi ritengono possano essere attribuiti a Bolo di Mendes, il quale potrebbe aver scritto delle virtù delle piante in opere apocrife, sotto falso nome dello stesso Ostane ovvero di Zoroastro o ancora di altri magi. Il racconto che Democrito (o pseudo-Democrito) fa sull’insegnamento ricevuto dal persiano Ostane, viene pertanto attribuito allo stesso Bolo, laddove nella narrazione democritea [Democr. o Ps. Dem.] Alch. PM 3 M. (= CAAG / Collection des anciens alchimistes grecs; M. Berthelot-C.-E. Ruelle; Parigi, 1887 – 1888 (/ I – II/III /); T. II – pagg. 42 e segg.; traduz. da André-Jean Festugière), leggiamo:
“Avendo appreso queste cose dal maestro suddetto (Ostane) e cosciente della diversità della materia, io mi esercitai a fare l’unione delle nature. Ma siccome il nostro maestro era morto prima che la nostra iniziazione fosse completa e mentre noi eravamo ancora del tutto occupati a riconoscere la materia, è dall'Ade, come si dice, che cercai di evocarlo. Io mi misi dunque all'opera e quando apparve, lo apostrofai in questi termini: "Non mi dai nulla in ricompensa di quello che ho fatto per te?...". Ebbi un bel dire, mantenne il silenzio. Tuttavia, siccome lo apostrofavo di nuovo e gli domandavo come unire le nature, ... disse soltanto: "I libri sono nel tempio...". Siccome dunque, malgrado le nostre ricerche, non trovammo nulla, ci demmo un impegno terribile per sapere come si uniscono sostanze e nature per combinarsi in una sola sostanza. Ora..., essendo passato un certo tempo..., prendemmo parte, tutti insieme, ad un banchetto di festa; mentre eravamo nel tempio, da sé stesso improvvisamente un blocco di pietra si aprì per metà ...” : la pietra sta a simboleggiare l’Ermetismo e la scritta che riporta riesce a riassumere in sé il segreto intimo e magico della Grande Opera: “La natura gode della natura, e la natura vince la natura e la natura domina la natura…”.