Crea sito

OPPIANO di Anazarbo

OPPIANO di Anazarbo

Oppiano  di Anazarbo o di Corico (in greco Οππιανός , Oppianós ; in latino Oppianus) (scrittore e poeta greco, Anazarbo, Cilicia, II sec. d.C.).
Fu autore dell’Halieutica (῾Αλιευτικά), un poema didascalico esametrico sulla pesca, in 5 libri, composto intorno al 180 d.C. in uno stile ricercato. In esso é possibile osservare una profonda conoscenza dell’argomento trattato in quanto l’autore aveva avuto modo di conoscere direttamente la vita quotidiana dei pescatori sulle coste della sua Cilicia.
A quel tempo spesso gli imperatori erano anche committenti e/o destinatari di tali composizioni ed Oppiano dedicò la sua composizione a Marco Aurelio (121 d.C. – 180 d.C.) ed al figlio di questi Marco Aurelio Còmmodo (161 d.C. – 192 d.C.); il che gli valse il perdono per il padre condannato all’esilio sull’isola adriatica di Melita (l’attuale Meleda, in croato Mljet).
Per tutta l’antichità venne confuso con il suo omonimo Oppiano di Apamea, anch’egli scrittore didascalico.

 ESCAPE='HTML'

Il poemetto dell’Halieutica, in 3506 esametri, rifugge da una trattazione mitologica e va sviluppandosi nella sua interezza ed in maniera analitica sul tema della vitalità del mondo marino. Nei Libri I e II tratta dell’accoppiamento e della predazione dei pesci, oltre a fornire una descrizione di molluschi, mammiferi marini e pesci vari (anche velenosi per l’uomo). Nel III Libro comincia la sua trattazione sulla vita dei pescatori, sulle loro tecniche ed attrezzature di pesca (anche nel III Libro procede ad una descrizione ittica).
Il Libro V, dopo un’iniziale descrizione di pesci e mostri marini, si dilunga su coloro che vengono comunemente chiamati i pescatori di spugne.
Il poemetto, per quanto riguarda i pescatori di molluschi, recita testualmente: “Le genti, che è pelle tengono un guscio, che serpeggian pel mar, di tutte è fama, che crescendo la luna nel suo cerchio s’empian di carne, ed abbian maggior casa; e ch’allo incontro scemando la luna si corrughino in più meschine meschine membra, tale è la nicistà di lor natura. Di queste, parte i marangoni colgono con le man dalla arena...”.
Per quanto riguarda invece l’ultima parte del suo V Libro – su citata- , la dedica alla narrazione rappresentativa dell’immersione di uno σπογγοτόμος (spongotomos) ovvero il pescatore di spugne nella sua discesa e risalita (uno “di quei che spugne tagliano”):
“Ora di quelli, che tagliano le spugne, non penso
ch’altro giuoco sia, e battaglia peggior, né più
infelice agli uomini opera, e degna di pietate: i quali
in pria, quando al lavoro si accingono, si nutrono di
cibo, e ber più debole, né con sonno ordinario
ammorbidisconsi. Come quand’uomo s’accinge a agone
canoro tenendo opera febea di vago canto, da cetra
vagamente accompagnato, gli è a cuor tutto del vitto il
buon governo, e ingrassando per i ludi, in tutto serba
la melodia di ben sonora voce. Sì questi in diligenza
fan di vita buona guardia, e governo, e buon rinfresco
acciò loro duri il fiato andando al fondo, illeso, e
della prima loro fatica abbiano refrigerio, o si
rifocillino”.
Proseguendo successivamente, sempre nel Libro V:
“Con lunga fune sopra mezza coscia uomo si cinge, e leva
ad entrambe le mani: con l’una intorno ghermendo
pesante fusione di piombo, e colla destra mano stende
un’acuta e grossa falce; e serba in le ganasce sotto
bocca candido grasso; e fermo su la prua esaminando sta
l’onda marina, volgendo nella mente, e ruminando il
gravoso travaglio e l’acqua immensa. Il confortano, e
spronano con parole arditamente alla fatica; quale
persone, ch’ormai sia posta nel corso, che sia perita
in snellità di gamba. Ma quando preso avrà nel cuore
l’ardire, salta nell’onde tempestose e fiere, e’l tira
giuso, d’andar là bramoso, l’impeto del canuto e grave
piombo. Ma egli giù avanzatosi nel fondo, l’unto ne
sputa, e quello forte lustra, e lo splendor si mescola
coll’acqua, qual panello di notte per lo scuro
illuminante l’occhio; egli agli scogli fatto vicino,
scorge allor le spugne. Nascono queste negli estremi
piani attaccate in caverne, e loro è fama aver respiro,
come tutti gli altri che nascono nell’umide caverne: ed
assalendo tosto colla falce taglia con grassa e robusta
mano, qual mietitore, delle spugne il corpo; né bada
punto a soggiornare; e il canapo muove velocemente, su
ai compagni accennando, che presto lo ritirino”.
Morì nella sua Cilicia all’età di 30 anni a causa della peste, rimpianto dai suoi concittadini che gli eressero una statua.