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Nicandro di Colofone (II sec. a.C.)

NICANDRO di Colofone

Nicandro di Colofone (in greco: Νίκανδρος ὁ Κολοφώνιος , Níkandros o Kolofónios) [medico, poeta e grammatico greco, nato nella città di Claros, attualmente nella periferia del villaggio di Ahmetbeyli, vicino Colofone (distante 15 km.), nella Jonia, in Asia Minore - attualmente Turchia - nel II secolo a.C.].
Si conosce poco della vita di Nicandro, ad eccezione del fatto che la sua famiglia deteneva il sacerdozio ereditario di Apollo a Colofone. Più precisamente, il tempio di Apollo era situato nella vicina città di Claros, dove Nicandro pare fosse nato.
Nella Tavola cronologica della storia universale sacra e profana, tra gli uomini illustri risulta riportato anche il nome di: “Nicandro, Medico e Poeta, viveva nell’Olimpiade 160, Ejus Theriaca, & Alexipharmaca in 4. Paris Morel. 1557.”. Identica citazione ritroviamo in "Biblioteca antica e moderna di storia letteraria", mentre altre citazioni ritroviamo in Dizionario storico della Medicina e in Biografia Universale antica e Moderna.

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Nicandro di Colofone visse nel II secolo avanti Cristo (età ellenistica), alla corte di Attalo III (ca. 170 - 133 a.C.), il quale regnò a Pergamo - attuale Turchia nord occidentale - dal 138 al 133 a.C..
Al riguardo del nome di città di Claros, riporta letteralmente il “Dizionario Universale della lingua italiana...di Carlo Ant. Vanzon: Tomo Secondo (Livorno, 1830)":
“Clàros, città della Jonia, presso Colofone, dove Apollo aveva un bosco sacro, un tempio molto antico, ed un celeberrimo oracolo. Essa fu fondata da Manto figliuolo di Tiresia, dopo la sconfitta degli Epigoni, vinti da’ Tebani di Beozia. Nel sacro bosco di Claros non entrava mai alcuna bestia velenosa. Si vedevano ne’ dintorni, dice Eliano, molti cervi, che inseguiti da’ cacciatori si rifuggivano nel bosco; i cani, risospinti dalla onnipossente virtù del dio, abbajavano indarno, mentre che i cervi pascolavano senza alcun timore.”
Le due opere che ci sono rimaste di Nicandro di Colofone sono la Theriaca (θηριακά), la più lunga, e l’Alexipharmaca (ovvero i Theriaca e gli Alexipharmaca); esse sono conservate in un manoscritto custodito a Parigi presso la Bibliothèque nationale de France e – in quanto appartenenti al genere didattico – il loro contenuto scientifico è reso più facilmente accessibile agli utenti tramite la versificazione.
Tutte le altre opere, sia in prosa che in versi, sono andate oramai perdute, ad eccezione di un certo numero di frammenti.
La Theriaca è un poema in 958 esametri che tratta della natura degli animali selvatici velenosi e delle ferite che infliggono. In particolare, morso o puntura velenosi da parte di serpenti, scorpioni ed altri animali marini, aerei o terrestri. Oltre alla descrizione e lo studio del comportamento degli animali velenosi, il poema tratta dei sintomi dei morsi e delle punture ed infine di quali trattamenti siano più adatti per gli avvelenamenti.
I dettagli di questo lavoro furono messi in prosa da Apollodoro verso il III sec. d.C..
L'altro, l’Alexipharmaca, si compone di 630 esametri e tratta dei veleni di origine vegetale e minerale – assunti stavolta per via orale e non per via intracutanea, come nei Theriaca - e dei loro antidoti. L’Autore Nicandro ne enumera ben ventuno in una sua ricerca sui vegetali, animali e minerali del mondo naturale, che tiene anche in conto le relative azioni tossiche e le terapie più appropriate. Su ogni veleno l’Autore in quest’opera si sofferma facendo una descrizione fisica della soluzione in cui il veleno si mescola, procedendo poi a definire un quadro clinico dei sintomi post-avvelenamento ed infine procedendo ad un’enumerazione dei rimedi propri per guarirne.
Entrambe le opere sono scritte in un linguaggio arcaico.
Tra le sue opere perdute ci sono l’Aetolica, una storia in prosa dell’Etolia;
l’Heteroeumena, un racconto epico mitologico che si ipotizza sia stato utilizzato da Ovidio nel suo poema delle Metamorfosi;
ed infine il poema di Georgica e Melissourgica, di cui sono rimasti conservati un notevole numero di frammenti.
Della Theriaca e dell’Alexipharmaca esiste poi una parafrasi ad opera di Eutecnio, un sofista e grammatico greco vissuto nel II o III sec. d.C..
Dell’Autore Nicandro, sono poi sopravvissuti alcuni epigrammi.
La lista completa delle poesie perdute è la seguente, comprese quelle già su citate:
•    Cimmerii
•    Europia
•    Georgica 
•    Heteroeumena ("Metamorphoses")
•    Hyacinthus
•    Hymnus ad Attalum
•    Melissourgica
•    Oetaica
•    Ophiaca
•    Sicelia
•    Thebaica
La lista completa dei lavori in prosa perduti è la seguente, compresi quelli già su citati:
•    Aetolica
•    Colophoniaca
•    De Poetis Colophoniis
•    Glossae
Data la grande confusione di date, di tutte le opere su citate, solo le seguenti sono state attribuite con una certa sicurezza al Nicandro più giovane, figlio di Damèo:
Theriaká (Θηριακά)
Già sopra descritti.
Proemio dedicato ad “Ermesianatte” (vv. 1-7).
Si citano insieme nozioni scientifiche e credenze popolari.
Si descrivono:
-gli animali più letali (soprattutto i serpenti femmina); le stagioni più pericolose (vv. 8-144); i rettili (vv. 145-492); gli antidoti (vv. 493-714); i ragni (vv. 715-768); gli scorpioni (vv. 769-804); le altre specie pericolose per l'uomo (vv. 805-836); i rimedi generali (vv. 837-956) e un sigillo finale (una sphragís) in cui il poeta invita Ermesianatte a serbare memoria dell'omerico Nicandro, che la città nevosa di Claro nutrì (vv. 957 s.).
Alexiphármaka (Αλεξιφάρμακα)
Già sopra descritti.
Proemio dedicato a “Protagora” (vv. 1-11).
Dopo i veleni e gli antidoti (di cui già sopra), una sphragís finale (vv. 629 s.), in cui si esorta Protagora a conservare il ricordo di Nicandro e a rispettare la prescrizione di Zeus Xenios.
le Georgiche (Γεωργικά Gheorghiká), in due libri, di cui si conservano numerosi frammenti grazie ad Ateneo di Naucrati. Quintiliano afferma che l’opera avrebbe dato molti spunti a Virgilio per l’omonimo poema.
le Metamorfosi (Ετεροιούμενα Heteroiúmena), in cinque libri, su miti di eroi ed eroine trasformati dagli dei in piante o animali. Esse avrebbero dato spunti all’omonima opera di Ovidio.
Infine, si attribuiscono al Nicandro figlio di Dameo anche altre opere di carattere terapeutico nonché, data la prassi di versificare opere scientifiche in prosa, una parafrasi in versi dei Prognostica di Ippocrate di Coo.
Tra gli altri scritti che non si sono conservati e che non si sa a quale dei due Nicandro attribuire vi era un poema sull'apicultura (Μελισσουργικά) che è stato probabilmente la fonte di Virgilio sull'argomento.

Le opere di Nicandro furono elogiate da Cicerone nel De oratore; lo stesso fece Ovidio e Plinio il Vecchio si trovò spesso a citarle. Ciò nonostante, la reputazione di Nicandro non sembra affatto giustificata per quanto riguarda il contenuto poetico delle sue opere, che però contengono molte informazioni alquanto interessanti sul metodo antico di curare gli ammalati.
Plutarco nel suo “De audiendis poetis” scrive che i suoi versi non hanno nulla di poetico, tranne il metro, e che lo stile è ampolloso ed oscuro.
Mitridate Eupatore aumentò il numero delle formule magiche, soprattutto con oppio ed altre erbe aromatiche, in ciò imitato da Statilio Critone, medico personale di Traiano, ma in special modo dal medico di Nerone, vale a dire da Andromaco il Vecchio.
Le miniature delle opere di Nicandro hanno ampliato di molto la fama del manoscritto, l’unico esemplare illustrato dell’opera di Nicandro arrivata ai nostri giorni, con alcune eleganti figure umane che accompagnano le immagini zoologiche e botaniche.
Dei quarantotto fogli che compongono il codice, quaranta includono miniature che illustrano i trattati dedicati ai veleni e agli antidoti.

Nicandro si dice figlio di Damèo (“Damaeus”) e poi scrive su se stesso, alla fine della Theriaca, di provenire “...dalla città innevata di Clarus”.
Nel suo libro sulla vita di Antimaco, Dionigi di Phaselis scrive su Nicandro che questi era Etolico di nascita (γένος); ma poi sullo stesso Nicandro scrive che questi era un sacerdote di Apollo della città di Claros, avendo ereditato il sacerdozio dai suoi antenati.
Poi però ritroviamo un’iscrizione su “Nicandro di Colofone” (Sylloge Inscriptionum Graecarum: 452) a Delfi - dove era situato uno dei tempi dedicati al dio Apollo – e datata III sec. a.C.. Ciò fa pensare che vi fossero due distinti poeti epici di nome “Nicandro”, vissuti tra il III ed il II sec. a.C., parenti tra loro (l'uno figlio di Anassagora, come si specificherà, e l'altro figlio di Damèo).
Riportiamo qui di seguito l’iscrizione greca di Delfi:

1    ἀγαθᾶι τύχαι. Δελφοὶ ἔδωκαν Νικάνδρωι
Ἀναξαγόρου Κολοφωνίωι, ἐπέων ποητᾶι, αὐ-
τῶι καὶ ἐγγόνοις προξενίαν, προμαντείαν,
ἀσυλίαν, προδικίαν, ἀτέλειαν πάντων, προε-
5    δρίαν ἐν πάντεσ<σ>ι τοῖς ἀγώνοις, οἷς ἁ πόλις τί-
θητι, καὶ τἆλλα ὅσα καὶ τοῖς ἄλλοις προξένοις καὶ
εὐεργέταις τᾶς πόλιος τῶν Δελφῶν. ἄρχοντος
Νικοδάμου, βουλευόντων Ἀρίστωνος, Νικοδάμου, Πλεί-
στωνος, Ξένωνος, Ἐπιχαρίδα.

Essa augura buona fortuna a Nicandro di Colofone, figlio di Anassagora, il poeta epico, e ai suoi discendenti. Poi infine ricorda i nomi dei membri del consiglio, tali Ariston, Nicodamus, Pleiston, Xenon ed Epicharidas, di cui Nicodamus era arconte-árchon.