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MNESITEO di Atene (IV - III sec. a.C.)

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MNESITEO di Atene

Mnesiteo (nome in greco: Μνησίθεος / Mnēsítheos) di Atene (medico greco, Atene, Grecia, IV – III sec. a.C.).
Tramite la testimonianza del commediografo e poeta comico greco Alèssi (in greco: Ἄλεξις / Álexis) di Thurii (372 a.C. – 270 a.C.) sappiamo che Mnesiteo fiorì nel IV sec. a.C. (ap. Athen. Deipnos. X. § 14. P. 419).
Nei suoi studi critici sugli autori greci, il Littrè individua nel periodo che va dalla morte di Ippocrate a quello in cui fiorì la Scuola alessandrina l’arco temporale in cui sono riscontrabili le maggiori lacune ed imprecisioni nell’ambito della letteratura scientifica e medica in particolare. Secondo lo stesso, accanto a nomi quali Ctesia, Erofilo, Platone, Diocle, Aristotele, Desippo, Apollonio, Erasistrato e Senofonte di Cos, figura anche quello di Mnesiteo tra gli autori più rappresentativi del tempo.
Difatti, il nome del medico greco Mnesiteo di Atene assume ai nostri occhi importanza scientifica di un certo rilievo ed interesse soprattutto se considerato facente parte della tradizione medica post-ippocratica e inquadrato nel campo della letteratura medica dietetica del IV e III sec. a.C..
Alcuni frammenti delle sue opere in greco - insieme a quelli di altri autori greci quali (in ordine meramente alfabetico) Antillo, Ateneo, Diocle, Dioscoride, Eraclide, Filotimo, Galeno, Ippocrate, Oribasio, Rufo (d’Efeso) e Senocrate - furono tradotti in lingua siriaca. I pochissimi frammenti che lo riguardano sono citati nei manoscritti siriaci su “Le differenti specie di erbe, piante ed animali ed il loro valore medicinale o nutritivo” (syr. 594, ff. 58b-150a) e su “La terapeutica” - quest’ultimo rintracciabile nella prima parte del manoscritto 594 - conservati presso la Selly Oak Colleges Library di Birmingham (Coll. Mingana 594 e 661).
Galeno di Pergamo (Introd. c. 4, vol. XIV. p. 683, De Venae Sect. adv. Erasistr. c. 5. vol. XI. p. 163) ci dice che Mnesiteo appartenne alla rigida setta dei medici dogmatici (come d’altronde anche Diocle di Caristo). Sempre tramite Galeno (ad Glauc. de Meth. Med. I. 1, vol. XI. p. 3) – il quale ne parla per lo più in termini favorevoli - sappiamo che fu un medico famoso, particolarmente rinomato nel campo della nosologia per la classificazione sistematica che diede alle varie malattie secondo una sua logica personale (la J. Bertier  / fr. 10,11 / - sulla scorta di quanto citato in Galeno - gli attribuisce una classificazione secondo il metodo platonico) – anche se in verità sappiamo che fu celebre anche nel campo dell’anatomia.
Alcune fonti ne parlano come figlio di un cuoco. Egli scrisse un’opera sulla Dieta (“Περὶ Ἐδεστῶν“); mentre lo stesso Galeno (De Alim. Facult. II. 61, vol. VI. p. 645) ne parla dicendo che Mnesiteo scrisse un’opera dal titolo “Περὶ ‘Εδεσμάτων”, citata, tra l’altro, più volte da Ateneo di Naucrati (II. 54, 57, III. 80, 92, 96, 106, 121, VIII. 357, et cetera). Sempre in Ateneo (XI. 483) leggiamo che scrisse un’altra opera dietetica sull’uso delle bevande dal titolo "On Tippling".
Probabilmente scrisse un intiero trattato sulle proprietà dell’elleboro. E nella prima metà del IV sec. a.C. scrisse il trattato “De edibilibus” in cui viene riportata una classificazione riguardante il cibo nonché le bevande, tra cui il vino (Περί Οίνου / Perí Oínou), ed i processi di assorbimento e di evacuazione di cibi (l’autore guarda al cibo anche in termini di igiene) e bevande (quindi l’opera avrebbe potuto comprendere anche una classificazione dei vari tipi di cibo di cui al “De victu”).
Per la vicinanza cronologica , si notano parallelismi tra i contenuti di Mnesiteo e quelli delle opere di Diocle di Caristo riguardo la classificazione dei cibi animali e marini commestibili e le qualità delle loro carni (asciutte, grasse, umide, dense, digeribili, leggere, etc....) che lascia intendere anche uno studio ed una ricerca in campo medico.
Ricordiamo come Diocle fosse famoso all’epoca per i suoi scritti di anatomia animale, embriologia, fisiologia, farmacia, botanica ed anche un manuale di cucina (citato nei Deipnosophistae di Ateneo). La classificazione sistematica delle piante alimentari e medicinali (compresa l'indicazione dei sinonimi) mostrano – a livello metodico - probabili collegamenti con Mnesitheos di Atene e Platone.
La letteratura dietetica annovera tra i suoi cultori anche il medico Diphilus (Difilo di Sifno), citato più volte da Ateneo, il quale nelle sue opere pure classificò la qualità delle carni dei vari animali commestibili (fauna marina) ad esempio – come Mnesiteo – in carni digeribili, leggere, etc....
La figura di Mnesiteo viene spesso associata anche a quella di Dieuche, per  il suo interesse nel campo della puericoltura (al pari di Dieuche scrisse ampiamente di dietetica, comprese le diete per i bambini).
Al riguardo, John Wilkins, traendo spunto dal “Deipnosophistae“ di Ateneo [e dai lavori di Bertier 1972, 30, 178-9, 190-1, 194-205 (v. Janine Bertier / Mnésithée et Dieuchès, 1972)], cita Mnesiteo di Atene [insieme a Diocle, quali autori che coprono il IV ed il III sec. a.C.] tra coloro i quali trattarono dei pesci quali fonte di cibo nell’antichità (“Fish as a source of food in Antiquity”).
Dalla lettura delle varie fonti, però (come d’altronde nello stesso Wilkins) si evince che Mnesiteo si occupò nei suoi scritti anche dei vari cereali ovvero della zeia / zea, da cui si otteneva un pane dal colore scuro, caratteristico delle regioni più settentrionali (che in Galeno troveremo sotto il nome di “briza”). Le stesse fonti riportano che lo stesso Mnesiteo era dell’opinione che il pane fosse più facilmente (eu - ) digeribile della torta d’orzo e che quello ottenuto dal cereale tiphé/tipha fosse più nutriente e digeribile, al contrario del pane fatto col cereale detto zeia, la cui digestione poteva portare anche ad avere crampi, mal di testa e pesantezza e quindi cattiva salute.
D’altronde, all’epoca, erano conosciute varie specie di cereali e non deve meravigliare che lo stesso cereale fosse chiamato con nomi diversi a seconda delle varie regioni.
Leggiamo al riguardo in Plinio il Vecchio (N.H., L. XVIII, XIX, 81, 82, 83/p):
“81. Frumenti genera non eadem ubique nec, ubi eadem sunt, isdem nominibus. volgatissima ex his atque pollentissima far, quod adoreum veteres appellavere, siligo, triticum. haec plurimis terris communia. arinca Galliarum propria, copiosa et Italiae est, Aegypto autem ac Syriae Ciliciaeque et Asiae ac Graeciae peculiares zea, oryza, tiphe. 82. Aegyptus similaginem conficit e tritico suo nequaquam Italicae parem. qui zea utuntur non habent far. est et haec Italiae, in Campania maxime, semenque appellatur. hoc habet nomen res praeclara, ut mox docebimus, propter quam Homerus Ζειδωρος ἀροῦρα dixit, non, ut aliqui arbitrantur, quoniam vitam donaret. amylum quoque ex ea fit priore crassius; 83. haec sola differentia est. ...”. Ed ancora (ibidem, XX, 93): “Far sine arista est, item siligo, excepta quae Laconica appellatur. adiciuntur his genera bromos et tragos, externa omnia, ab oriente invectae oryzae similia. tiphe et ipsa eiusdem est generis, ex qua fit in nostro orbe oryza. apud Graecos est et zea, traduntque eam ac tiphen, cum sint degeneres, redire ad frumentum, si pistae serantur, nec protinus, sed tertio anno.” (et c. / ib. /)
Leggiamo poi nel retore e grammatico Ateneo di Naucrati (Ἀθήναιος Nαυκρατίτης o Nαυκράτιος – III sec. d.C.) – Deipnosophistae:
“Gli dei hanno rivelato il vino ai mortali, per essere la più grande benedizione per chi lo usa correttamente, ma per chi lo usa senza misura, il contrario. Perché esso costituisce nutrimento e conferisce forza alla mente ed al corpo per coloro i quali lo assumono. In medicina apporta maggiori benefici; esso può essere miscelato con liquidi e farmaci ed è di aiuto ai feriti. Nella vita quotidiana, dà buon animo a coloro i quali lo mescolano e bevono con moderazione; ma se si oltrepassano i limiti, porta alla violenza. Mescolandolo metà e metà porta alla follia; non miscelato, al collasso del corpo.” [VI]
Ancora, leggiamo quali estratti dal Libro II (Parte 2 di 3):
*“Mnesitheus di Atene, nel suo lavoro sui cibi edibili, dice: "Nel caso dei dadi euboici o castagne (perché sono conosciuti sotto entrambi i nomi) la disintegrazione nello stomaco è difficile, e nel processo digestivo è presente il vento, ma se il sistema li tollera, essi ingrassano. Mandorle [...”Heracleot”] e noci persiane, ovvero altri [cibi] dello stesso genere sono meno sani delle castagne. In realtà, nessuna di queste varietà dovrebbe essere consumata cruda ...; alcune dovrebbero essere bollite, arrostite altre.
**[Vogliamo qui ricordare come Mnesiteo (Fr. 30 J. Bertier, apud Athen. 54c , pure appresso citato) raccomandava di non mangiare alcun frutto di questa varietà senza passarlo al fuoco, fatta eccezione delle mandorle fresche, e questo perché la loro digestione – a suo dire – era “δύσπεπτος” = intendi: difficile da digerire].
Alcune di loro, come le mandorle secche e le “ghiande di Zeus”, sono grasse per natura, mentre altre sono dure ed astringenti, come ad esempio i tipi di faggi, noci e simili. Il processo di cottura, quindi, rimuove l'olio dalle varietà grasse, che costituisce l'elemento più dannoso, mentre i tipi duri ed astringenti sono attenuati quando si applica un po'di calore lento. "Ma Diphilus chiama le castagne anche “ghiande di Sardi” ed afferma che esse sono nutrienti e ben aromatizzate, però difficile da assimilare, perché rimangono a lungo nello stomaco, e se arrostite danno meno nutrimento anche se sono più facilmente digeribili. Ma se bollite, non solo gonfiano meno, ma danno anche maggiore nutrimento di quanto non lo diano se arrostite.”
**[Vogliamo ricordare qui come le noci / καργα – karua / fossero molto popolari in tutta la Grecia: Diocle (Fr. 202 van der Eijk = 126 Wellmann apud Athen. 2, 42, 53f) parla delle noci di Eraclea (καργα di Eraclea) ovvero “ghiande di Zeus”, mentre Mnesiteo parlava dei karua dicendo che era necessario sottoporli a tostatura e bollitura, ad eccezione delle mandorle fresche (fr. 30 J. Bertier, apud Athen. 2, 43, 54c); e ne parla anche Difilo di Sifanto (Fr. 35 García Lázaro, apud Athen. 2, 42, 54a)].
**”Pinoli -. Mnesitheus il medico ateniese, nel suo lavoro sui cibi edibili, chiama i semi di conifere “ostracides” ... ed anche “coni”. Ma Diocle di Caristo li chiama "pinoli", mentre [il commentatore] Alexander the Myndian [intendi in testo inglese] li chiama "coni di pino”. Teofrasto ... chiama il suo frutto "cono" [intendi: dell’albero del pino]. Ma Ippocrate, nel lavoro sulle Tisane, di cui la metà è spuria (alcuni addirittura pensano che lo è per intero), li chiama “coccali” ("kernel"). La maggior parte degli autori, tuttavia, li chiamano ... “pietre", così come Erodoto menzionando il dado del Ponto ... “kernel” quando è maturo. Difilo di Sifanto afferma: “Tali coni sono nutrienti, dal principio resinoso che essi contengono, traggono benefici i bronchi e gli organi del diaframma”. Mnesiteo, inoltre, concorda sul fatto che essi ingrassano il corpo e non producono effetti negativi sulla digestione; sono anche diuretici e non inibiscono l'azione delle viscere.”
(brani pubblicati nel vol. Io della Loeb Classical Library Edition, 1927).
Un’altra citazione la ritroviamo in Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XXI, IX), laddove leggiamo:
“Et apud Graecos quidem de coronis privatim scripserunt Mnesitheus atque Callimachus medici, quae nocerent capiti, quoniam et in hoc est aliqua valitudinis portio, in potu atque hilaritate praecipue odorum vi subrepente fallaciter. scelerata Cleopatrae sollertia. namque in apparatu belli Actiaci gratificationem ipsius reginae Antonio timente nec nisi praegustatos cibos sumente fertur pavore eius lusisse extremis coronae floribus veneno inlitis capiti inposita; mox procedente hilaritate invitavit Antonium, ut coronas biberent. quis ita timeret insidias? ergo concerptam in scyphum incipienti haurire opposita manu: en ego sum, inquit illa, Marce Antoni, quam tu nova praegustantium diligentia caves; adeo mihi, si possim sine te vivere, occasio aut ratio deest! inductam custodiam bibere iussit ilico expirantem.”
“E presso il popolo dei Greci i medici Mnesiteo (intendi: di Atene) e Callimaco scrissero privatamente delle corone, che nuocevano al capo, in quanto anche ciò condiziona la salute, nel bere e nell’allegria per l’intensità dei profumi che penetrano ingannevolmente. Scellerata l’abilità di Cleopatra. Difatti - nell’imminenza della battaglia di Azio, poichè Antonio era timoroso dell’attenzione della detta regina e poiché non assaggiava cibi senza averli prima fatti provare – si racconta che [Cleopatra] se ne era beffata poiché aveva posto sul suo capo all’estremità di una corona alcuni fiori bagnati nel veleno; ...”
Di Mnesiteo leggiamo poi:
- in Rufo d’Efeso / I sec. d.C.;
*- in Plutarco / I sec. d.C. (Quaestiones Naturales  / Aetia physica - C. 26, vol. V, p. 334) [riguardo a Plutarco, in Curzio Sprengel (“Storia Prammatica della Medicina”), laddove questi parla dei successori di Prassagora di Coo, tra i quali annovera – oltre a Mnesiteo – anche Plistonico, Filotimo, Dieuchede, Lisimaco ed altri, quanto segue: “Plutarco poi riporta di questo medico una curiosa osservazione, cioè, che i peripneumonici, se dapprincipio appetiscono cipolla, guariscono; se fichi, muojono (Plutarco – Quaest. Natur. p. 918 – RUFFUS, p. 44). Aggiungendo poi, l’autore Sprengel: “Tanto era decaduta l’eccellente prognostica Ippocratica!”]
- in Sorano [d’Efeso ( ? ) / I - II sec. d.C.] (De Arte Obstetr. pp. 184, 201);
- in Aulo Gellio / II sec. d.C. (XIII, 30) - il quale in realtà prese spunto dalle Saturae Menippeae dello scrittore reatino Marco Terenzio Varrone;
**- in Oribasio / IV – V sec. d.C. (Coll. Medic. VIII, IX, 38, pp. 342, 357);
***- si rinvia inoltre alla Scholia in Hippocratem et Galenum (vol. I. pp. 239, 240, 241) di Friedrich Reinhold Dietz  (Fridericus Reinhold Dietz) ed aklla Collezione Matthaei (“XXI. Vet. et Clar. Medicor. Graec. Opusc.").
Fu seppellito nella regione greca dell’Attica, sulle rive del fiume Cefiso (gr. Κηϕισός); della sua tomba ci parla Pausania il Periegeta  - 110 d.C. – 180 d.C. (v. in Att. I. 37. 4). [Eius sepulcrum Athenis in via sacra Eleusina ducente Paus. l. c. (da: "Prosopographia attica")]
E - secondo quanto riferisce lo stesso Pausania - Mnesiteo era tanto ricco da potersi permettere di dedicare parecchie statue a varie divinità, tra le quali Bacco (viene anche ricordato tra i dedicatori dell'iscrizione ex-voto ad Asclepio IG II 2 1449).
Di Mnesiteo ci parla Michele Vargas Macciucca in “Euboici...”, V. II, 1773. Vi leggiamo:
“                                                                                    ...Mnesiteo medico Ateniese

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cap. 30...".
Prendono nome da lui alcune specie di piante del genere Mnesithea Kunth.
Il nome di Mnesiteo di Atene viene molto spesso associato a quello di Mnesiteo di Cizico, proprio per la scarsità di notizie riguardo quest’ultimo.