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Matteo SILVATICO (ca.1285 - ca.1342)

SILVATICO Matteo

Matteo Silvatico (indicato anche come Matthaeus Silvaticus o Matthaeus Sylvaticus) - (medico botanico italiano, Salerno, ca.1285 - ca.1342).
Come risulta documentato dal manoscritto Prignano della Biblioteca Angelica di Roma, la famiglia Silvatico (il documento riporta “Salvatico”) giunse a Salerno da Tosciano Casale (Olevano sul Tusciano). Nel manoscritto Pinto (databile tra gli anni '20 e '50 del XIX secolo e contenente importanti notizie sulle famiglie e gli esponenti del patriziato salernitano) viene riportata la notizia che la casa della famiglia Silvatico si trovasse a Salerno nei pressi della chiesa di Santa Maria delle Grazie. D’altronde è noto che la famiglia Silvatico, salernitana e nobile, ascritta al Sedile del Campo in Salerno, fosse proprietaria di feudi nei dintorni della città di Salerno e che vi possedesse terreni, fin dal XII secolo, nel luogo in cui oggi si trova il Giardino della Minerva (come attestato dalla pergamena conservata alla Badia di Cava de’ Tirreni).
Dopo Giovanni, milite e barone, degli inizi del XII sec. ed un altro Giovanni ricordato nel 1188, pur egli medico, Matteo riuscì ad improntare della sua opera nella botanica il tempo in cui visse ma anche a lasciare un’architettura senza eguali nella concezione del Giardino della Minerva a Salerno.
Operò nell'ambito della Scuola Medica Salernitana nei secoli XIII e XIV. Sue tracce si trovano tra i benefattori della Confraternita di S. Spirito di Benevento (anno 1296); ancora, nel 1337 (documento Ughelli) e nel 1342 (documento redatto dal notaio Nicola Tumino, Archivio di Santa Maria della Porta). E’ probabile abbia conosciuto personalmente Giovanni Boccaccio alla corte del re Roberto I di Napoli; a lui (definito dal Boccaccio “grandissimo medico in cirugìa”) è dedicata, nel Decamerone, la X novella della IV giornata.
La sua opera principale furono le Pandette (Opus Pandectarum Medicinae o Liber cibalis et medicinalis Pandectarum), un lessico sui semplici con diligenti ed esatte ricerche intorno alla virtù delle erbe elaborato a partire dall’anno 1297. Completate nel 1317, nell’anno in cui Roberto d’Angiò fu eletto dal papa senatore di Roma, le dedicò al re di Napoli, il quale lo volle tra i suoi medici personali, concedendogli, in segno di gratitudine, il titolo di miles. Sappiamo che nel 1340 era ancora al servizio del re.
Angelo Catone Sepino, medico personale di Ferdinando I d‘Aragona re di Napoli, curò la prima edizione dell’opera, stampata a Napoli nel 1474. Di questa prima stampa è menzione, tra altri, in documenti dello storico Niccolò Toppi. Sappiamo che nello stesso anno 1474 il suo Liber pandectarum medicinae venne stampato a Bologna dal tipografo Vurster Johann, associato con Leonardo de Hyrberia. Negli anni successivi l’opera fu stampata più volte, con l‘aggiunta di indice e additio. Tra queste stampe, ricordiamo quella veneziana del 1523. Abbiamo testimonianze di una sua stampa a Lugduni (odierna Lione) nel 1534 e nel 1541, presso la tipografia Ugone (Biblioteca Nazionale di Napoli).  Il Manoscritto, scritto in latino, è conservato a Roma nella Biblioteca Vaticana.
L’opera fu scritta appositamente per i medici ed i farmacisti (“tam Aromatariis quam medicis necessarium”). In essa vengono accuratamente descritte tutte le piante dell'area mediterranea. Da esperto di farmacognosia, c’è molto della sua arte medica nelle descrizioni e nelle valutazioni minuziose ma in altre parti si rifà ad autori illustri del passato (quali Dioscoride e Serapione il Giovane, il cui Aggregatus in medicinis simplicibus venne tradotto da Simone di Genova). Sino ad allora la dottrina umorale aveva influenzato anche la classificazione delle piante (sia per uso medicinale che alimentare) nonché dei minerali. I quattro elementi e le loro qualità (Fuoco, connesso all’entità cosmica del Sole, Bile gialla; Acqua, connessa all’entità cosmica del Mare, Flemma; Aria, connessa al Cielo, Sangue; Terra, connessa alla Terra, Bile Nera/Atrabile) non avevano cioè dato la loro impronta al solo corpo umano ed animale in genere, per cui la salute del mondo si identificava nell’armonia di queste quattro radici. Così, ad esempio, le piante piccanti (caldo-secche) avrebbero espresso il Fuoco; quelle dolci l’Aria (caldo-umide); le piante prive di sapore l’Acqua (freddo-umide); quelle astringenti la Terra (freddo-secche). Lo stesso Matteo Plateario della Scuola Medica Salernitana, nelle sue Glosse, cita il trattato del Circa Instans, testo fondamentale della farmacopea medievale, dove espone la dottrina dei “semplici” secondo i principi galenici delle loro facoltà: per ogni pianta è esaminata la complexio, cioè l’appartenenza ai quattro gradi di caldo, freddo, umido e secco. A differenza di Linneo, nella cui nomenclatura binomia avrebbe avuto influenza il fiore della pianta, Matteo Silvatico procedette alla denominazione a volte influenzato semplicemente dalla forma delle radici, dei bulbi, dei rizomi e dei tuberi oltre che dal loro uso medico o alimentare. Nelle sue descrizioni c’è comunque abbondanza di particolari, spesso ripresa dai classici, e traspare rigore scientifico nelle minuziose descrizioni delle parti dei singoli vegetali. Ma l’opera non si fermò all’ambito della Scuola Medica Salernitana: lo stesso Silvatico cita, tra i suoi collaboratori, Pietro Albano, docente di medicina a Padova.
Per quanto riguarda l’architettura dell’opera nel suo insieme, Matteo, oltre a contributi meramente personali tratti dalla sua esperienza, assembla letteralmente parti delle opere dei più famosi botanici e medici del suo tempo; alcuni lemmi risultano letteralmente copiati, tra gli altri, dall’opera Synonyma medicinae (o Clavis sanationis) di Simone di Genova, datata alla seconda metà del XII secolo.  Nell’opera vengono citati autori greci, latini ed arabi (ricordiamo: Ippocrate, Democrito, Galeno, Dioscoride, Celso, Plinio, Cassio Felice, Teodoro Prisciano, Avicenna, Isacco Giudeo, Mesuè, Serapione, Costantino Africano, ecc.).
Nell’edizione veneziana, l’opera, assolutamente colossale, risulta composta da 721 capitoli (aventi ad oggetto 487 vegetali, 157 minerali, 77 animali e 3 indeterminati). Essa è strutturata con la presentazione del semplice seguita dalla sua descrizione morfologica e dalla sua natura (complexio). Infine vengono elencate le sue proprietà terapeutiche ovvero la sua nocività. Tutti i “semplici”, vegetali, animali e minerali, sono collocati in ordine alfabetico. Per ogni voce, nelle Pandette viene indicato il sinonimo in arabo, greco e latino. La predominanza dei termini arabi e la presenza di numerose piante esotiche stanno a testimoniare la sua appartenenza alla scuola medica salernitana, che aveva fatto sue le conoscenze degli studiosi arabi e bizantini. Nessun altro trattato europeo compendierà tanti nomi arabi per definire piante di origine mediterranea. Non v’è traccia, nell’opera, della tradizione magico-superstiziosa propria di altri testi dell’epoca, tanto che la sua visione e gli intendimenti che lo mossero, anche se tanti secoli prima, lo possono accostare ad una concezione illuministica della scienza. Dalla Scuola di Salerno sarebbero uscite le prime farmacopee, che avrebbero trovato la loro più ampia diffusione con la nascita della stampa (1450).
Egli, inoltre, “inventò” il ruolo del moderno Orto botanico, trasformando il suo giardino (ubicato a Salerno nell’area dell’attuale Giardino della Minerva) in un luogo didattico e di sperimentazione, dedicato allo studio delle specifiche proprietà terapeutiche e medicamentose delle piante (Ostensio Simplicium). Probabilmente, com’era uso del tempo, oltre alla didattica vi si svolgevano dispute con quesiti su problemi scientifici particolari affrontati pubblicamente da docenti ed allievi.
E’ sua la prima testimonianza dell’Orto di Salerno allorquando afferma: “ed io ho una colocasia a Salerno nel mio giardino, presso una fonte cospicua”, “Et ego ipsam (culcasiam) habeo Salerni in viridario meo, secus spectabilem fontem”. Frase che oggi troviamo all’interno del lemma sul taro (Colocasia antiquorum, una pianta dai tuberi simili alle patate). L'orto terrazzato e cinto è ciò che rimane del suo Orto medico, nella zona occidentale, alle pendici del colle Bonadies, in una zona che nel medioevo era denominata “Plaium montis”, chiusa tra il torrente Fusandola e le antiche mura di cinta urbane. Il medievale “Hortus Sanitatis” della Schola Medica Salernitana fu il primo “Orto Botanico” europeo, medico e didattico al tempo stesso. Documenti storici confermano che venne istituito nel primo ventennio del 1300 per la coltivazione e raccolta dei semplici, vegetali a scopo terapeutico. Sul suo modello sarebbero poi stati istituiti gli orti botanici di Padova, Pisa, Firenze, Pavia e Bologna.
Anche se l’impianto del giardino attuale (diviso in terrazzamenti) non è quello originario (il viridarium di Matteo Silvatico si trova in realtà due metri più sotto l’attuale livello) per quanto riguarda l’organizzazione botanica del giardino, nel primo livello, quello più in basso e di dimensioni maggiori, si è cercato di procedere con un’organizzazione botanica che riproducesse la “teoria dei quattro umori”, su cui si basava la dottrina della Scuola medica, e che, in realtà, rifacendosi all’antica teoria degli elementi, permeò  tutta la cultura medievale. Dal 2000, partendo proprio dalle Pandette, sono state identificate e reimpiantate moltissime specie di piante ivi nominate. Per ogni pianta, accanto al nome volgare e scientifico della specie è indicato il posto che essa occupa all’interno della dottrina galenica dei Quattro Elementi, spina dorsale dell’insegnamento della Scuola Medica Salernitana. Ad esempio, una pianta calda e secca come il cappero (Capparis spinosa) trova applicazione nei casi in cui ci siano problemi legati ad un eccesso di flemma (ed in realtà il suo olio si rivela essere un ottimo astringente). Nel resto del giardino si è adottato un criterio paesaggistico.