Crea sito

MARZIALE Quinto Gargilio (III sec. d.C.)

MARZIALE Quinto Gargilio

Quinto Gargilio Marziale (in latino Quintus Gargilius Martialis) – (scrittore geoponico romano, III sec. d.C.).
Probabilmente originario dell’Africa, è molto probabilmente lo stesso Gargilius Martialis, comandante romano, menzionato in un’iscrizione funeraria latina dell’anno 260 d.C. (CIL, Corpus Inscriptionum Latinarum, VIII, 9047) dedicatagli dai concittadini e che è possibile ritrovare nell’antica città di Auzia (attualmente Aumale, Algeria). Egli avrebbe fatto parte, in qualità di “praepositus”, della “Cohors Singularium” e della “Vexillatio equitum Maurorum” e combattuto contro il ribelle Farasse ed i Bavari germanici. Non è chiaro però se sia morto contro questi ultimi o ad Auzia (come parrebbe) in una rivolta indigena. Da un’iscrizione funeraria dallo stesso Marziale dedicata ai propri genitori (Ephem. Epigr., V, 1300) si evince che suo padre fu “flamen perpetuus” e patrono della su citata colonia di Auzia, che, ancora sotto il Basso Impero, rimaneva uno dei principali punti di riferimento del “limes Audiensis” o “Auziensis” (il confine militare che attraversava da est ad ovest la provincia romana della “Mauretania Caesariensis”).
E’ molto probabile che sia anche lo stesso Gargilio, lodato anche da Flavio Vopisco, menzionato nella “Vita di Alessandro Severo” (222-235) - (37, 9) della anche se lacunosa “Historia Augusta”, appunto quale biografo dell’imperatore libanese. La rarità del nome gentilizio “Gargilius” e le coincidenze cronologiche fanno propendere per tale identificazione.
E non è forse un caso che, in alcune parti della sua opera, Marziale faccia cenno a quei cedri tanto coltivati presso gli Assiri e che certo non mancano di frutti; e, parlando dei cedri della Siria, affermasse come sviluppassero contemporaneamente fiori e frutti (come nel giardino di Alcinoo, re dei Feaci, cantato nell'Odissea di Omero).
Le “arti liberali” del primo medioevo si sarebbero innestate sulla cultura classica ed anche scrittori come Isidoro di Siviglia (Isidorus Hispalensis) avrebbero attinto a piene mani dall’opera di agricoltura e veterinaria di Marziale, che fu piuttosto famoso nella cultura tardo antica.
L’opera di Marziale scomparve definitivamente nel XVI sec. e pare contenesse sezioni di particolare interesse per la storia della medicina. Ce ne resta una parte di dietetica in cui vengono analizzate le proprietà di piante e frutti (Medicinae ex oleribus et pomis). Ricordiamo che gli Scriptores rei rusticae o Geoponici (forma latinizzata del greco antico Γεωπονικοι) è un termine che raggruppa gli autori greci o romani che trattavano appunto di allevamento ed agricoltura mentre la “Geoponica” è una collezione di 20 libri di agronomia, risalente al X sec. d.C. e compilata in lingua greca a Costantinopoli durante l’Impero Bizantino di Costantino VII Porfirogenito.
La sua sapienza geoponica (vale a dire in tema di allevamento ed agricoltura) si sarebbe quindi sviluppata, anche pare come agricoltore, nella città natale ed avrebbe successivamente trovato espressione nelle opere da cui avrebbero poi attinto scrittori quali Rutilio Tauro Emiliano Palladio per la sua Opus agriculturae (in 13 libri più una prefazione; vi troviamo ben 12 citazioni di Marziale). Ampi estratti della sua opera “De hortis”  li troviamo poi nella Medicina Plinii (un anonimo manuale di ricette mediche, basato sulla Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, redatto probabilmente nel IV sec. d.C., che appare come la fonte più completa per la consultazione delle opere di Marziale). Tra gli altri autori che sembra si ispirarono alla sua opera nel periodo che precedette la scuola salernitana,  ricordiamo anche il compilatore dell’antica versione tedesca del Macer (1200 ca.). Oltre che in Isidoro di Siviglia e Cassiodoro, sue citazioni le troviamo anche in Servio Mario Onorato.
E’ interessante analizzare in alcuni punti dell’opera del Palladio (Liber II siue Mensis Ianuarius – II De pratis abstinendis in locis macris), il richiamo alla medesima costruzione non solo semantica ma anche sintattica. Proviamo a leggerne qualche passo:
[(9) Putanda est nouembri mense, ut superflua et arida et densa tollamus. Seruandae sunt a pecore, quia, si rodantur, amarescunt. Circumfodi non debent, quotiens florent, quia inde flos eius excutitur. In uetustate plus adfert. ]__” Si ferax non est [scil. amygdala], tedae cuneum terebrata radice mergamus uel silicem sic inseramus, ut libro tegente claudatur;” (II, 15, 9).
E ancora:
[(11) Teneras nuces amygdalus creabit, ut dicit, si ante florem radicibus ablaqueatis per dies aliquot calida aqua ingeratur.]
__”Ex amaris [scil. amygdalis] dulces fiunt, si circumfosso stipite tribus digitis a radice fiat cauerna, per quam noxium desudet umorem,” (II, 15, 11)
__uel medius truncus terebretur et cuneus ligni melle oblitus inprimatur uel si circa radice suillum stercus adfundas.”
Mentre in Q. G. Marziale leggiamo:
“… quidam radicibus perforatis silicem adiciunt, et ita arboris librum patiuntuntur inolescere;” (Pom. 3, 6)
“… fiunt dulcia ex amaris, si circumfosso stipite tribus a radice digitis latior cauerna ponitur qua pruna decurrat: post media trunci parte terebrata cuneum, qui esset ex arboris quidem radicibus, simplici delibutum melle finxerunt.” (Pom. 3, 7)
Abbiamo poi provato a rintracciare la medesima costruzione sintattica anche in altre fonti, stavolta di Marziale. Precisamente nella Historia naturalis di Plinio il Vecchio:
[XVII, 252] “magnaque ex parte similis hominum medicina et arborum est, quando earum quoque terebrantur ossa.”
__” amygdalae ex amaris dulces fiunt, si circumfosso stipite et ab ima parte circumforato defluens pituita abstergeatur.”
__”et ulmis detrahitur sucus inutilis, supra terram foratis usque ad medullam, in senecta aut cum alimento nimio abundare sentiuntur.”  (Plin. Hist. nat.,  XVII, 252)
[XVII, 253] “idem et ficorum turgido cortice incisuris in oblicum levibus emittitur. ita fit, ne decidant fructus.”
__” pomiferis, quae germinant nec ferunt fructum, fissa radice inditur lapis fertilesque fiunt, hoc idem in amygdalis e robore cuneo adacto, in piris sorbisque e taeda ac cinere et terra cooperto.” (Plin. Hist. nat.,  XVII, 253)
Gargilio Marziale è stato definito “un epigono dell'enciclopedismo". Della sua opera ci rimangono vari frammenti.
Precisamente:

FRAMMENTO I
Rimedii per i buoi (Curae boum ex corpore Gargilii Martialis)
Si può ben affermare che a Roma non vi sia stato scrittore di cose rustiche che non abbia trattato di veterinaria. Gli animali ammalati venivano radunati nei veterini e qui curati facendoli oggetto di cure appropriate associate a principi di alta chirurgia.
Anche a Quinto Gargilio Marziale fu attribuita una compilazione frammentaria, di argomento veterinario. Essa viene tuttavia ritenuta, da alcuni,  una tarda rielaborazione (risalente al IV-VI secolo d.C.) di un’opera veterinaria non necessariamente scritta dallo stesso Marziale, nonostante il suo nome sul frammento. La sua datazione al tardo Medio Evo fa certamente sì che venga classificato tra gli “excerpta”, ossia parti di testo che, staccate dall’opera di cui facevano originariamente parte, vennero ad assumere valenza di testi autonomi. Solo per rimanere nel campo della Medicina, ne troviamo un altro esempio in alcuni brani di Scribonio Largo (Excerpta Scribonii Largi) o, in altro ambito, nell’Anonimo Excerptum Casanatense e nell’Anonymus Bobiensis (= Excerpta bobiensia ex Charisii arte grammatica). Tali operazioni di estrapolazione possono rendersi a volte necessarie per le condizioni frammentarie dell’opera o derivare da una scelta, che possiamo definire atomistica, da parte dell’excerptor, interessato alla divulgazione solo di una ben precisa parte dell’opera stessa.

FRAMMENTO II
Coltivazione di alcuni alberi fruttiferi (Gargilii Martialis De arboribus pomiferis Fragmentum)
Caput I. De cydoneis.(delle cotogne) e Medicina ex cydoneis
Caput. II. – De persicis.del pesco
Caput III. – De amygdalis.del mandorlo
Caput IV. – De castaneis.del castagno
Tale frammento agronomico fu rinvenuto nel 1826 presso la Real Biblioteca Borbonica da Angelo Antonio Scotti (1786 – 1845), di cui era prefetto. Esso consisteva in un codice palinsesto in cui nel detto anno (altri dice nel 1828) l’Em. Angelo Mai (1782 – 1854) riconobbe il Re Hortensi di Gargilio Marziale e che provvide tempestivamente (e diremmo frettolosamente, dati alcuni errori e lacune) a trascrivere.
Successivamente l’opera venne pubblicata dall’Em. A. Mai sotto il titolo De arboribus pomiferis (1828) mentre assunse il titolo De re hortensi quella pubblicata a cura di Angelo Antonio Scotti:
GARGILII MARTIALIS
DE RE HORTENSI
Α Π Ο Σ ΠΑ Σ Μ ΑΤ Α
EX R. BIBLIOTHECAE NEAPOLITANAE PALIMPSESTIS
EDITA. IN LUCEM, ET NOTULIS ILLUSTRATA.
A B
ANGELO ANTONIO SCOTTI
MONITUM.

Hesiod. Oper. et Dier. I,. II. v. 3o.
“Codicis Palimpsesti, de quo in praecedenti Diatriba
egimus , sexdecim paginas , easque satis amplas , non
sine gravi ac diuturno labore perlectas vobis , Collegae
spectatissimi , sistendas censui ; ut vestro iudicio pro-
batum, quale illud cumque sit, meuni opus in publicae
lucis usuram emendatius , securiusque prodiret. Ipsas
utique integras, nullaque litterula carenies oculis admo-
dum fatigatis ita hausimus, ut temporis, ac superaddi-
tae scripturae iniuriae nihil nobis invidisse videantur.
Harum prima tantummodo excipienda est, quae , ut
contingere solet, ceteris maculosior, et peius kabita. revivi
scere tota , quanta eral, non potuit ; sed undecim…”.
Per ultimo, Innocenzo Mazzini lo pubblicò sotto il titolo De hortis (Bologna, 1978).
Attualmente il frammento su citato è conservato presso la Bibl. Naz. di Napoli – (IV. A.8, ff. 40r-47v) e costituisce materialmente la scrittura inferiore del codice palinsesto. Risale ad un periodo presumibilmente antecedente il V secolo d.C. e in esso si parla della coltivazione di quattro alberi da frutto (cotogno, pesco, mandorlo e castagno).
E’ importante anche perché in esso vengono citate importanti fonti greche e latine (Aristotele, Aulo Cornelio Celso, Diofane, Dioscoride, Giulio Attico, Sesto Giulio Frontino, Magone il Cartaginese, Plinio ed altri).
Per cronaca, riportiamo che Isacco Casaubono mise in dubbio che Gargilio Marziale potesse essere l’autore del De hortis.

FRAMMENTO III
Medicine tratte dalla frutta (Gargilii Martialis De pomis seu De Medicina ex pomis Fragmentum)
Per la parte che trattava di medicina, riportiamo parte del I cap. (delle cotogne, “Medicina ex Cydoneis); “Cydonea plurimi Medici eustomacha crediderunt. Eadem Dioscorides et diuretica existimat austeritatis beneficio. Ceterum styptica comprimere urinam magis, quam agere consuerunt. Cruda austeriora sunt. Cruda itaque matura celiacis, dysentericis, sanguinem reiectantibus prosunt in cibo sumpta. Coquuntur et cinere calidissimo farina involuta; et aegris, quorum diuturna iam febris est, sine periculo dantur. Thoracis, et stomachi tormenta mitigant. Aqua etiam caelesti madescunt…”.
A suo tempo, A. Mai attribuì a Marziale anche due trattatelli (il De oleribus Marcialis e il De pomis Martialis) che, invece, sono risultati fare parte dei c.d. Dynamidia (o Dinamidia), termine che, pur derivando dal greco δύναμις  , dynamis  “potenza, forza”, risulta essere stato usato per la prima volta dal su citato Isidoro di Siviglia (“Dinamidia, potestas herbarum, id est vis et possibilitas. nam in herbarum cura vis ipsa dynamis dicitur; unde et dinamidia nuncupatur, ubi eorum medicinae scribuntur”, Isidore of Seville, Etymologiae, IV, X). Nell’opera di Isidoro tale termine viene adoperato laddove ci si addentra nella descrizione delle proprietà curative delle piante mentre viene adoperato il termine dynamis per indicare la proprietà terapeutica delle piante. Il termine, nello spirito dell’opera dell’autore spagnolo, faceva riferimento non solo alle proprietà delle varie piante, ma anche all’ambiente ed alla dieta e l’opera (precisamente: De victus ratione or De virtute herbarum et de cibis or Liber peri diaetis ipsius Ypocratis) risulta fare riferimento sia ai testi ippocratici, sia, principalmente, a Q. G. Marziale sia infine, probabilmente, ad opere di Dioscoride.
La “Medicinae ex holeribus et pomis” tratta delle proprietà terapeutiche di diverse erbe, ortaggi e frutti e fu citata e lodata da Cassiodoro (Inst., I, 28, 6), il quale sembra volerci presentare l’”auctor” Marziale, elogiando anche lo stile della sua scrittura (“… de hortis scripsit pulcherrime Gargilius Martialis, qui et nutrimenta holerum et virtutes eorum diligenter exposuit; ut ex illius commentarii lectione, prestante Domino, unusquisque et saturari possit, et sanari.” (De Institutione divin. litter. Cap. XXVIII, p. 554, Roth., 1679).
Secondo Cassiodoro, ne andava quindi consigliata la lettura (insieme ai libri di Columella e del Palladio) a tutti quei monaci che erano soliti dedicarsi al lavoro dei vivarium (gli orti) nonché alle altre occupazioni che consistevano nell’allevamento dei piccioni, delle api e dei pesci (Inst. I, 28, 6). Nella sua opera (“Institutiones diuinarum et saecularium litterarum” , I, 28, 5), Cassiodoro reputava difatti conveniente che i monaci lavorassero la terra e coltivassero i loro orti, secondo quanto si legge nel salmo 127 (“Labores fructuum tuorum manducabis; beatus es et bene tibi erit”). E nessun monaco andava escluso da tali letture, soprattutto chi avesse avuto una cultura mediocre (“scientiae mediocritas”) (Inst. I, 28, 5-6).
Si può pensare che Cassiodoro abbia lasciato ai Monaci calabresi il Codice di Marziale (scrive lo stesso Cassiodoro: “Gargilium Martialem vobis inter alios Codices reliqui”) e che detto Codice sia stato ridotto e scompaginato poi col tempo in brani. Tra gli studiosi, vogliamo qui ricordare: Flavio Sosipatro Carisio, Anastasio Bibliotecario, Giovan Paolo Parisio (alias Aulo Giano Parrasio) ed altri.
Molti studiosi ritengono che Marziale abbia anche tradotto dal greco al latino la “Materia medica” di Dioscoride (il cosiddetto pseudo – Dioscoride), richiamata in alcuni trattati fito-terapici ed utilizzata poi come fonte nel tardo ricettario medioevale De herbis femininis, di cui si contano ben 27 manoscritti (v. Heinrich Kaestner , 1896, basato però solo su alcuni di essi).
All’opera, dal titolo “Medicinae ex holeribus et pomis” (attribuitole da V. Rose), attribuibile sicuramente a Marziale, viene riconosciuta un’alta valenza medico-farmaceutica. Il suo contenuto si articola in 39 capitoli (De holeribus) ai quali si aggiungono altri 21 capitoli (del De pomis). La Historia naturalis di Plinio il Vecchio ne è la fonte principale; altre fonti sono poi Dioscoride e Galeno. Attraverso Plinio, poi, Marziale ebbe modo di conoscere le dottrine dei medici greci (Asclepiade, Crisippo, Democrito).
Tra i frutti aventi proprietà medicamentose, Gargilio Marziale scriveva che dal gelso era possibile trarre un potente medicamento contro i mali della bocca, dei denti, delle fauci e delle arterie.
Ancora: “Gummi eorum in pusca sanguinem reicientibus potui dato” [“Darai da bere la loro (riferito ai peschi) gomma (sciolta) in aceto e acqua a coloro che perdono sangue].
Ci parla poi dell’itterizia: “Galenus ad aurugines expellendas uino tritume t in pozione perductum efficacius putat semeneius” (Gargilio Marziale, Medicina VII, V. Rose); “… radices ex aceto coctæ … … potæ auruginem expugnant” (Gargilio Marziale, Medicina VIII, V. Rose).
Poi, per quanto riguarda il famoso “garum”, sulla preparazione che ce ne dà nel suo “De medicina et de virtutae herbarum” (resti della lavorazione furono trovati a Pompei, nella bottega del garum):
"Si usino pesci grassi come sardine e sgombri cui vanno aggiunti, in porzione di 1/3, interiora di pesci vari. Occorre un orcio o un vaso di coccio panciuto o cilindrico, della capacità di una trentina di litri. Sul fondo bisogna disporre un altro strato compatto di erbe aromatiche disseccate e dal sapore forte come timo, aneto, coriandolo, finocchio, sedano, menta, pepe, zafferano, origano. Su questo fondo disporre le interiora ed i pesci piccoli interi (molto probabilmente alici), mentre quelli più grossi vanno tagliati a pezzetti (forse tonni o sgombri). Sopra si stende uno strato di sale grosso integrale spesso due dita. Ripetere gli strati fino all’orlo del recipiente che verrà collocato al sole nel corso di qualche mese, cominciando a rimestare a partire dal settimo giorno con un cucchiaio di legno o un bastone ripetendo l’operazione una volta al giorno per venti giorni. Ottenuta una salsa cremosa, la si pressa, si raccoglie il liquido, lo si filtra più di una volta ottenendo così il garum. Esso si conserverà a lungo”.
Dai resti della lavorazione rinvenuti a Pompei si è potuto verificare che il pesce maggiormente utilizzato (almeno in quei giorni) era stato la salpa, un pesce erbivoro di scarso valore alimentare.
Il liquido formatosi dopo la stagionatura era trasparente, ambrato.
Marziale ebbe sempre un atteggiamento prudente verso le scuole mediche greco-romane e la nuova medicina che andavano propugnando. Egli si richiama sempre in modo esplicito alla medicina terapeutica tradizionale non professionale ed alla figura di Catone, forse reputandola più consona alla cultura ed al contesto delle colonie romane d’Africa. Non lesinò critiche a quei medici che reputava troppo esosi, affermando che “alcuni medici chiedono un prezzo eccessivo per la maggior parte delle inutili medicine e droghe, ed altri nel loro mestiere cercano di trattare malattie che essi ovviamente non capiscono”.
Tra gli scritti riguardanti Q. G. Marziale, ricordiamo:
Alcuni papiri manoscritti del suo De arboris
La sezione dedicata alla zooiatria (le Curae boum) fu pubblicata da E. Lommatzsch in appendice a Vegeti Renati digestorum artis mulomedicinae libri (Lipsia 1910)
Gargilii Maritalis quae supersunt (A. Mai, 1832)
Operis deperditi de hortis Fragmenta ex codicibus Neapolitano et Romano cum scholiis paleographicis et adnotationibus edente A. M. (Angelo Maio, 1846)
Plinii Secundi quae fertur una cum Gargilli Martialis medicina: nunc primum edita a Valentino Rose (1875)
Presso la Biblioteca Classense di Ravenna (Inv. 476822 – Colloc.  F. RAVA 14 05 03) è possibile trovare una delle prime volgarizzazioni dei frammenti di Marziale (Frammenti de' libri perduti di Gargilio Marziale, volgarizzati per la prima volta con note, Gargilius Martialis, Quintus, 1848).
Tra i manoscritti, in alcuni casi i codici presentano i frammenti come facenti parte del su citato trattato “Medicina Plinii”. Precisamente come il quarto libro: è il caso di Praga, Lat. XIV. A.12; Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana Aedilium, 165; Firenze, Strozzi, Lat. LXX.