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Marcus Ulpius Heracles (I - II sec. d.C.)

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MARCUS ULPIUS HERACLES

A volte è possibile risalire al nome di un medico (in questo caso dell’Impero Romano) avvalendosi di un'interpretazione delle fonti iconografiche ed archeologiche, che può essere esclusiva oppure affiancarsi alle tradizionali fonti letterarie ed epigrafiche. In tali fonti iconografico/archeologiche rientrano anche i timbri a stampo che venivano usati dai medici al tempo della medicina romana. A causa della loro usura, non sempre, però, da essi è possibile risalire ad un’interpretazione letterale esatta ovvero pur anco minimale.
Nella Roma imperiale dei primi secoli dopo Cristo, accanto alla generica figura dei “iatròi”, di origine greca, erano venute creandosi alcune figure specialistiche, rappresentate dal “medicus chirurgus”, dal “medicus ocularius” e dal “medicus auricularius”. Di rango inferiore erano invece il “medicus ordinarius” ed il “miles medicus”, ai quali poteva affiancarsi il “medicus clinicus”. E proprio la specialistica medica avrebbe rappresentato il carattere distintivo della Medicina Romana.
Tali medici potevano usare anche dei tipari (i c.d. “signacula”), recanti l’impronta del sigillo, che erano generalmente in pietra o in bronzo. Il “pestello dell’oculista” – ad esempio – [“signaculum (medicorum) ocularium”] consisteva di una piccola piastra di pietra di alcuni centimetri, recante inciso generalmente il nome del medico oculista (ovvero del fabbricante/custode), il principale principio attivo, la posologia in gocce o in polveri (nel caso dei colliri) e l’affezione oftalmica per cui essi venivano usati.
Le centinaia di ritrovamenti archeologici testimoniano come detti “signacula” fossero comuni in tutte le provincie dell’Impero Romano della prima età imperiale.
Nello specifico, la figura dell’oculista Marcus Ulpius Heracles (Marco Ulpio Eracle) – probabilmente dal nome un liberto di Marcus Ulpius Nerva Traianus -  può essere inquadrata nel periodo che va dall’epoca di M. Vipsanio Agrippa a quella dell’imperatore Traiano, ossia tra il I sec. a.C. ed il I - II sec. d.C.. Testimonianze al riguardo ci vengono da ritrovamenti archeologici di insediamenti romani nella città olandese di Nijmegen (anticamente denominata Batavodurum o Oppidum Batavorum = città dei Batavi, che vi erano insediati già dal I sec. a.C.). Il castrum – sorto nell’età augustea a difesa del fiume Waal e della valle del Reno – venne spostato un po’ verso ovest per costruire una nuova città, dopo la rivolta batava scoppiata nella provincia romana della Germania inferiore, tra il 69 e il 70 d.C.. La nuova città, dove venne poi stanziata la Legio X Gemina, assunse il nuovo nome di “Noviomagus”. In ricordo dell’imperatore Marco Ulpio Traiano la città, destinata a divenire un “municipium”, venne successivamente chiamata Ulpia Noviomagus.
Dal IV sec. d.C., col progressivo declino dell'Impero romano, la città fu occupata dai Franchi, tanto che si ha notizia dell’esodo dell’ultima coorte romana lungo il Waal nell’anno 401-402 d.C.. In effetti, cominciarono a perdersi le tracce della presenza romana già sul finire del III secolo d.C., dopo l’inizio dell’invasione franca del 275 d.C..
Il sigillo di M. U. Heracles viene, però, datato in epoca più antica, nel II sec. d.C. t.p.q. / terminus ante quem.
Allo stesso M. U. Heracles viene poi attribuita la paternità di più di un unguento per gli occhi. Ciò sta a significare che fosse un vero specialista.
Generalmente per la realizzazione di farmaci particolari - che venivano essiccati ed usati come colliri (panini) – come ad esempio “il collirio di Onesto Lautino contro vecchie cicatrici” - veniva adoperato il pestello come un mortaio.
Nel caso specifico del tipario di Marcus Ulpiu Heracles, abbiamo:
-il nome del medico/commissionario “Marcus Ulpius Heracles”);
-il tipo [“signacula (medicorum) ocularium”];
-il tipo di farmaco utilizzato. Qui vengono citati:
*il “MELINUM”. Galeno riporta due colliri di questa specie, nella cui composizione rientrava il verderame da cui prendevano il nome (color gilvus inter album et fuscum);
*il “TIPINUM”. Anche questo viene interpretato come il nome di un collirio. Il termine però si ritiene sia corrotto e non identifica la specie del farmaco (probabilmente trattavasi di un estratto dalla pianta chiamata Typlie);
*il “DIARICES”. Anche questo termine viene interpretato come corrotto. Sta forse ad indicare un tipo di collirio secco, all’epoca denominato “diacrocon”, fatto col crocus / zafferano o croco / cui fa menzione Celso, Ezio (“diacroca”) ed il chirurgo Paolo Egineta (idem, “diacroca”);
*infine, il DIAMYSUS (in Marcello Empirico ritroviamo citato il “DIAMYSYOS”). Esso era un collirio usato dai Romani – a base di mysus come particella che indicava quindi il principio più attivo della miscela, formata da altri ingredienti (ricordiamo qui che tale collirio era già noto a Dioscoride, Plinio il Vecchio ed Aulo Cornelio Celso, i quali ne lodavano le proprietà. Esso era una specie di vetriolo (rosso ossia il colcotar, vale a dire quella terra rossiccia, sostanza che rimane dopo la distillazione dell’olio di vitriuolo) (il mysus era una sorta di solfato di ferro calcinato) con proprietà caustiche ed astringenti. Nel caso specifico di M. U. Heracles, il dyamisus consisteva in un collirio solido secco sotto forma di pomata. E ricordiamo qui che anche in altri siti – come la città di Durocortorum / attuale Reims – furono rinvenuti colliri solidi, nel caso specifico a base di materie organiche mescolate a carbonato di calce, silice, piombo, rame e ferro [da: “Commentario della Farmacopea italiana (e dei medicamenti in generale) ...”]. Tracce testuali del diamisus le possiamo poi ritrovare nella raccolta di antiche iscrizioni latine [“Museum veronense, hoc est, Antiquarum inscriptionum atque anaglyphorum collectio : cui Taurinensis adiungitur et Vindobonensis : accedunt monumenta id genus plurima nondum vulgata, et ubicumque collecta (1749), in cui è possibile leggere “diamisus ad veteres cicatrices”. Opera curata dal marchese Scipio Maffeius (Scipione Maffei)];
-il materiale impiegato per il signaculum (pietra ollare / steatite, di color verde) (dimensioni: lungh. 3,8 x largh. 3,4 x h. 0,8 cm);
-la provenienza (“Ulpia Noviomagus”, di cui si è già detto);
-la datazione presunta (I – II sec. d.C.);
-l’iscrizione (in lingua latina) su tutti e quattro i lati, che recita testualmente:
“1. MARCI ULPI HERACLETIS MELINUM
2. MARCI ULPI HERACLETIS TIPINUM
3. MARCI ULPI HERACLETIS DIARICES A (D) D (IATHESIS ?)
4. MARCI ULPI HERACLETIS DIAMYSUS”.
Essa risulta scritta al rovescio, in quanto destinata a lasciare la sua impronta su cera od altra materia molle. Interpretazione, questa, data dal Le Boeuf e dal Roque, a differenza di quanto sostenuto dal marchese Maffei, il quale riteneva ch’essa servisse da semplice coperchio di scatola.
In realtà, dalla collezione Smetius [messa insieme per la città olandese di Nijmegen da Johannes Smetius (1591-1651) e suo figlio Johannes Smetius Junior (1636-1704) (J. Smetius pubblicò “Oppidum Batavorum seu Noviomagum” mentre il figlio pubblicò il catalogo della collezione sotto il titolo “Antiquitates Neomagenses”)], risulta citata una seconda pietra, che recita:
“1. M. ULPI HERACLETIS STRATIOTICUM
2. M. ULPI HERACLETIS DIARODON AD IM.
3. M. ULPI HERACLETIS CYCNARIUM AD IMP.
4. M. ULPI HERACLETIS TALASSEROSA”.
Qui lo stratioticum era un collirio ad uso dei soldati esposti nelle loro marce alla polvere ed al vento (la parola deriva appunto da “stratiôtês” / στρατιώτες  = soldato) (lo stratiota era, nell'impero bizantino, un piccolo proprietario terriero che aveva l'obbligo del servizio militare in caso di guerra). In Marcello Empirico (IV – V sec. d.C.) leggiamo: (“Collyrium ad caliginem et asperitudinem, quod stratioticum dicitur”); ne parla poi anche Scribonio Largo, medico e scrittore romano del I secolo d.C..
Il Diarodon ad im. (in effetti intendi: Diarrodon), un collirio a base di rose (dal greco 'ροδον / rhodon = rosa), per l’infiammazione degli occhi (impetus). Di esso fanno menzione sia Alessandro di Tralles sia Galeno.
Il Cycnarium, ad imp., un unguento (collirio bianco) a base di ingredienti emollienti [citato da Paolo Egineta, Alessandro di Tralles, il quale lo chiama “Κύκνος” / Cygnus (cigno) e da Galeno].
Infine, il talasserosa, un collirio nella cui composizione rientrava l’acqua salata o così detto in quanto ne richiamava il colore (il “collyrium hermopili”, citato da Galeno, e del quale parlano anche Aezio di Amida e Paolo Egineta). Tale collirio traeva il proprio nome, appunto, dal termine greco “θάλασσα” / thálassa = mare.

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Il nome dell’oculista Marcus Ulpius Heracles potrebbe essere poi richiamato da un’altra iscrizione, anch’essa ritrovata a Nijmegen, che recita testualmente:
IOM / MVH / vs-LLM
[I (ovi) O (ptimo) M (aximo)
M (arcus) U (lpius) H (eracles)
V (Otum) S (olvit) L (aetus) L (ibens) M (erito)].
In effetti, vi potrebbe essere richiamato Marco Valerio Onorato oppure, come seconda possibilità, lo stesso Marco Ulpio Eracle.