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LEONICENO Niccolò

LEONICENO Niccolò

Niccolò Leoniceno (da Lonigo) (detto anche Nicolò Leoniceno, Nicolo Lonigo, Nicolò da Lonigo da Vincenza e in latino Nicolaus Leoninus, Nicolaus Leonicenus di Vicenza, Nicolaus Leonicenus Vicentinus) [medico, botanico e umanista italiano, Lonigo (o Arzignano), Vicenza, 1428 – Ferrara, 1524).
Sembra che il cognome di “Leoniceno” gli sia derivato non già dal fatto di essere nato a Lonigo bensì dalla sua discendenza da una nobile famiglia vicentina (dei Leoniceni). Al riguardo, tra altri, si è espresso il carmelitano scalzo Angiolgabriello (di Santa Maria)  (Bibl. degli scrittori vicentini, t. 2, p. 188).
Figlio di un medico, a quindici anni cominciò a studiare materie letterarie a Vicenza sotto Ognibene de’ Bonisoli (1412 – 1474). Sofferente di epilessia, avrebbe trascorso parte della sua giovinezza alla ricerca di rimedi utili a sconfiggerla. E non poco conto ciò deve avere avuto allorché a diciassette anni si trasferì a Padova dove si iscrisse alla facoltà di Medicina e Filosofia. Qui ebbe come precettore Pietro Roccabonella Veneziano (+ 1491). In realtà di questo periodo Leoniceno ci dice solo che ebbe a precettori un certo “Pelope” (del quale peraltro non si ha alcun riscontro nelle liste dei maestri padovani) ed il su citato Pietro Roccabonella (che definisce “praeceptor meus”).
Completato il suo dottorato nell’anno 1453, visitò la Germania, l’Olanda e l’Inghilterra; dopodiché nel 1462 tornò a Padova. Quivi intraprese l’insegnamento della medicina e dal 1464 svolse la sua pluridecennale attività di insegnante di medicina, filosofia e matematica presso l’Università di Ferrara. Dal 1508 al 1509 la sua docenza di Ferrara fu intervallata dal suo insegnamento presso l’Università felsinea.
A Ferrara tra i suoi studenti ci furono, tra gli altri, il medico e botanico Antonio Musa Brasavola (1500 – 1555), l’umanista Pietro Bembo (1470 – 1547), l’umanista Gian Giorgio Trissino (1478 – 1550) e, secondo alcuni, anche Paracelso. Presso la corte estense di Ferrara Leoniceo ebbe a conoscere anche Ludovico Ariosto, il quale lo cita nella sua opera dell’”Orlando furioso” (46, 14).
Nel “De Plinii et aliorum in medicina erroribus” (Ferrara, 1492) si può leggere una dedica del Leoniceno ad Agnolo Poliziano (1454 – 1494), col quale intrattenne un rapporto epistolare dal 1490 al 1492. Il Poliziano, a sua volta, incluse alcune di queste lettere negli “Epistolarium libri”, ristampate successivamente negli “Angeli Politiani Omnia Opera”: Poliziano dice di aver letto una versione in latino del Leoniceno riguardante alcuni commenti di Galeno (“Galeni vero commentaerios vidi nuper quos tu plane latinos fecisti...”).
Fu maestro riconosciuto anche da Erasmo da Rotterdam in filologia classica applicata ai testi classici, latini e greci [nel Trattato “De virtute formativa” (Venezia, 1506) si può apprezzare la continuità della tradizione araba e latina con il nascente umanesimo dell’età rinascimentale]. Nelle sue opere Leoniceno ha un approccio che non è mai basato su un’accettazione cieca del contenuto dei testi: vi è, infatti, sempre un’accurata ricerca delle veridicità e della consistenza delle fonti ed una loro corrispondenza a quanto riportato dai vari autori, soprattutto dei testi aventi ad oggetto la medicina e la botanica. Il Leoniceno, infatti, fu un pioniere nella traduzione in lingua latina degli antichi testi arabi e, ancor più, di quelli greci di autori tra i quali in primis Ippocrate. Le sue versioni riguardarono poi, come già sopra citato, anche Galeno. Questa sua preparazione lo portò ad avere sempre una posizione critica anche riguardo ad una corretta traduzione dei testi originali dei medici antichi (ad esempio, nel caso di Plinio il Vecchio, di alcune parole tra cui l’”Hedera”, che si chiedeva se potesse riferirsi a due diverse piante in latino e nella originaria lingua greca). A differenza dello stesso Poliziano e di Pandolfo Collenuccio (1444-1504), il quale nel 1493 avrebbe scritto la “Pliniana defensio Adversus Nicolai Leoniceni accusationem” [portante anche una sua lettera in cui si riconosceva nelle tesi portate dalle “Castigariones Plinianae” di Ermolao Barbaro (1410 – 1471)] il Leoniceno non si poneva il problema di difendere la reputazione dei medici antichi, in quanto, come ebbe ad affermare, da una corretta interpretazione dipendevano “la salute e la vita degli uomini”. Nel caso quindi di Plinio, se realmente era possibile riscontrarvi degli errori, per praticità era opportuno ricorrere direttamente ai testi greci. Leoniceno era nato dell’epoca dei manoscritti, ma ciò non lo convinse ad attribuire agli scribi la responsabilità degli errori che lo stesso Barbaro aveva copiosamente riscontrato in Plinio. Le due differenti posizioni si incontrarono su una comune esigenza di un accurato riesame delle fonti.
La sua opera di emendazione agli scritti pliniani della “Naturalis Historia” (“Plinii et aliorum doctorum, qui de simplicibus medicaminibus scripserunt, errores notati”) risale al 1492. Successivamente tale opera venne ampliata a cura del suo allievo Ludovico Bonaccioli (1475 – 1536) sotto il titolo “Nicolai Leoniceni De Plinii et plurium aliorum medicorum in medicina erroribus” (Ferrara, 1509).
Ma la sua critica non si fermò solo a Plinio. Sembra che già nel 1493 avesse scritto il suo primo articolo scientifico sulla sifilide e nel 1497 (uscita prima a Venezia e poi a Milano) uscì a Venezia la sua opera “Nicolai Leoniceni Vicentini De epidemia, quam Itali Morbum Gallicum, Galli vero Neapolitanum vocant, liber.”, uno dei primi trattati di autori italiani sul “morbo gallico”. Il nuovo approccio scientifico alla spiegazione dell’origine della malattia da parte degli umanisti italiani, tra i quali oltre allo stesso Leoniceno anche Corradino Gilino, Natale Montesauro ed Antonio Scanaroli, andava scontrandosi con quello che era alla base delle teorie della medicina araba; e nella sua opera il Leoniceno sembra porsi contro la posizione tenuta dal medico arabo Avicenna (980 – 1037), il quale vedeva un’eziologia della sifilide che si riportava a credenze soprannaturali. Leoniceno attribuisce la derivazione del morbo ad ira divina, influsso astrale e particolare disposizione dell’aria rispettivamente ai teologi, agli astrologi e ai medici (non a caso nell’opera troviamo, nella descrizione del morbo: “Morbus gallicus est, pustulae ex uaria humoru corruptione generate, propter nimia aeris in calore atq; humiditate praesertim intemperie, pudenda primu, deinde reliquu corpus cu magno plerunq; dolore occupantes.”).
Tra i rimedi del contagio non fa alcuna menzione a quelli mercuriali (ricordiamo che in seguito, al riguardo, tra altri, il medico Giulio Palmario, nel “De morbis contagiosis libri VII” del 1601, avrebbe citato alcune unzioni mercuriali usate in Francia nel 1568 durante un’epidemia petecchiale). Gli unici rimedi che suggerisce sono il salasso, la purga, la dieta e la modificazione degli umori salsi.
E ancora, in una polemica di natura medico-filologica, disputò col medico veneziano Nicolò Zocca “Iudecus” e col medico e grammatico pistoiese Scipione Forteguerri, detto Carteromaco (1466 – 1515) riguardo la traduzione dell’umanista Teodoro Gaza (1415 ca. – 1485) di un passo dell’”Historia animalium” di Aristotele (Historia animalium, VIII, 22, 604a, 4-8).
Contro la logica sofista del XVI secolo, si scaglia l’opera “Medici Romani Nicolai Leoniceni Discipuli Antisophista” o “Antisophista” (attribuita dai più a Leoniceno), un trattato medico-filosofico in latino del 1519 che prende le difese delle dottrine galeniche.
Dal 1495 al 1498 si era dedicato alla editio princeps delle opere di Aristotele e alla volgarizzazione di alcuni testi antichi, tra cui quelli di Lucio Dione Cassio e Tolomeo. Da segnalare l’editio princeps delle opere di Galeno (1525) ed una traduzione degli Aforismi di Ippocrate (la sua versione degli Aforismi di Ippocrate e del commento di Galeno uscì la prima volta a Ferrara nel 1509 e venne successivamente pubblicata più volte andando a soppiantare le versioni del Lorenzi e del medico e letterato arabo Costantino l’Africano).
Dopo la sua morte vennero stampate alcune sue versioni di Galeno
[“De differentiis febrium” e l’Ars medica” (Τέχνη ἰατρική), Venezia 1508, nota, nella traduzione latina dello stesso Costantino l’Africano e citata col titolo di “Tegni” o “Microtegni” (dal greco Τέχνη); ancora “De differentiis morborum”, “De inaequali intemperatura”, “De arte curativa ad Glauconem” e “De crisibus” (Parigi, 1514), “De morborum differentiis et causis” (Londra) e “De motu muscolorum” (Londra, 1522)].