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LA MEDICINA A ROMA

La medicina a Roma era stata in gran parte mutuata dagli Etruschi ed il suo sviluppo era stato relativamente modesto ed autoctono. Agli ascendenti religiosi e a volte agli espedienti magici erano poi andate via via affiancandosi pratiche empiriche basate sostanzialmente sull’uso di erbe medicamentose ed infusi. Il “pater familias” era stato sino ad allora l’effettivo medico di famiglia ossia la figura abilitata a presiedere alla tutela della salute del nucleo familiare e delle persone che erano alle sue dipendenze, ma il sapere era rigorosamente empirico e veniva tramandato all’interno delle mura domestiche. In caso di guerre o di gravi calamità, prestava un servizio sanitario straordinario il curator.
Cicerone, Strabone, Petronio e lo stesso Galeno ricordano l’abitudine dei Romani di portare i loro parenti infermi nei templi di Esculapio ed Iside affinchè venissero curati dall’oracolo oppure perché ricevessero in sogno il metodo di curarsi. Plauto allude anche a ciò con questi versi: “Ideo fit, quia hic leno aegrotus incubat in Aesculapii fano” (Ove si dormiva per sognare, ma questi sognano per vegliare) (Curc. att.I.sc.). Tramite Svetonio, poi, allorché parla di Tiberio, veniamo a sapere che i Romani (com’era uso anche presso gli Egizi ed i Babilonesi) portavano i malati nei portici pubblici, per far loro apprendere da coloro che passassero qualche rimedio per risanarsi. A ciò allude lo stesso Plutarco, allorché dice: “Prisci aegroios suos in publico ponebant, ut praetereuntium quivis, si quid vel ipse eodem morbo conflictatus, vel similiter laboranti opitulatus medere nosset, id aegrotanti significaret. Aiuntque artem hoc modo, experientia adiuvante, crevisse” (In lib. An recte dictum: patenter esse vivendum).
In effetti, il culto di Esculapio (divinità della medicina) era stato introdotto a Roma nel 291 a.C., allorché fu costruito il primo tempio sull’isola Tiberina.  Dopo la venuta di Arcagato “il carnefice” dal Peloponneso, verso il 219 a.C., sarebbero state istituite presso detti templi le Medicatrinae (o “Tabernae Medicorum”) , dove gli ammalati più gravi venivano tenuti sotto la diretta osservazione dei medici greci e dei loro discepoli. Essendo luoghi ove veniva esercitata la medicina privata, non era assolutamente frequentata dai medici sacerdoti appartenenti alla casta degli  Asclepiei (per quanto questi fossero solo in possesso di ricette empiriche a base di miele, vino e, pare, di sangue di gallo bianco, l'animale sacro al dio). Esistevano, poi, anche dei laboratori dove si effettuavano consultazioni di primo intervento ambulatoriale.
I tempi non erano però ancora maturi per l’affermarsi di una vera e propria cultura medica. Doni portavano i Romani anche a Serapide e ad Angerona, guaritrice dalle malattie cardiache, dal dolore e dalla tristezza. Eguali voti si dedicavano a Giove, al Sole, a Minerva, a Diana e alla Dea Salute.
Molte erano inoltre le superstizioni, a cui era attaccato il volgo. Fino al cadere della Repubblica e sotto i primi Imperatori si cavavano le sorti; e Svetonio, Stazio, Silio Italico, Marziale, Properzio ed altri ricordano i sortilegi eseguiti a Preneste e ad Abano. Lampridio, Orazio, Marziale e Svetonio ne parlano; e molti e strani erano i modi per presagire il futuro: angurie, avellane; l'incontro di un animale, il volo di un uccello, la caduta di un oggetto: qualunque lieve incidente dava loro il pretesto per un presagio. Si credeva anche al fascino, negativo e deleterio per i fanciulli, tanto da appendere al loro collo oggetti derisori. Varrone scriveva: “Potest vel ab eo quod pueris turpicula res in collo quaedam suspenditur, ne quid obsit, bonae, scaevae causa scaevola appellata.”. Nello stesso Plinio leggiamo: “ …quarum laudatione intereant probata, arescant arbores, emoriantur infantes.”.
Una nuova concezione della medicina a Roma andò affermandosi dopo i primi contatti con la civiltà greca e con l’inizio delle massicce importazioni di schiavi susseguenti alle prime vittoriose campagne belliche. I medici, soprattutto greci, che arrivarono a Roma si occuparono, in questo periodo di transizione, prevalentemente di pratiche abortive e della preparazione di filtri amorosi. Essi erano avventurieri empirici, capaci piuttosto a discreditare l'arte medica che a farla apprezzare. Andavano girando per la città e per la campagna in cerca di creduli e d'illusi, ricorrendo a pratiche superstiziose ed a metodi empirici e sostavano sulle pubbliche piazze, mettendovi in mostra empiastri, malagmi, decotti e ferri chirurgici (come è anche possibile distinguere nei dipinti di Ercolano). Quindi in quei tempi la medicina era più una bassa speculazione che arte libera e pubblica.
I precetti filosofici romani erano tradizionali; più reali che speculativi; più morali e pratici, che astratti ed ascetici. D'altra parte sappiamo che – almeno inizialmente – il mondo romano non solo aborrì la medicina dei Greci ma ne ricusò anche la filosofia.
Nell’arco di circa 250 anni si sarebbe passati dalle speculazioni filosofiche sulla σωφροσύνη (Sôphrosunê), la padronanza di sé che secondo Platone era il requisito fondamentale del buon medico, al pragmatismo romano, che avrebbe portato all’istituzione delle figure del “medicus” e del corrispettivo femminile della “medica” (il più delle volte schiavi o liberti al servizio del dominus e della sua famiglia, preparati nelle materie mediche, interpellati all'occorrenza per tutelare anche la salute degli altri schiavi). Secondo quanto ci dice Plinio il Vecchio, si può affermare che – almeno sino ai suoi tempi – nessun romano esercitasse la professione medica: “Solam hanc artium Graecarum non dum exercet Romana gravitas in tanto fructo”. In effetti la professione medica era stata vietata ai patrizi e, come vedremo, a quel tempo i medici provenivano quasi esclusivamente dalle scuole greche di Pergamo, Cos ed Alessandria. E solo con Vespasiano sarebbero state ammesse le prime vere scuole di medicina a Roma.
L’esercizio pubblico della professione medica è datato al 219 a.C. (secondo il racconto di Plinio) allorché giunse a Roma il su citato medico greco Archagatos, detto il “carnifex”, che iniziò ad esercitare stabilmente in un vero e proprio ambulatorio medico (la taberna medicinae): “...Cassius Hemina ex antiquissimis auctor est primum e medicis venisse Romam Peloponneso Archagathum Lysaniae filium L. Aemilio M. Livio cos. anno urbis DXXXV, eique ius Quiritum datum et tabernam in compito Acilio emptam ob id publice. / Vulnerarium eum fuisse egregium, mireque gratum adventum eius initio, mox a saevitia secandi urendique transisse nomen in carnificem et in taedium artem omnesque medicos...[… Cassio Emina, uno delle nostre antiche autorità, narra che il primo medico che venne a Roma dal Peloponneso fu Arcagato figlio di Lisania, nell'anno del consolato di L. Emilio e M. Livio, 535 ab Urbe condita. Egli ottenne la cittadinanza romana e gli fu acquistata con soldi pubblici una bottega al crocevia di Acilia (’’in compito Acilio’’), dove poter curare i pubblici malati. Fu un chirurgo egregio (“Vulnerarius”), straordinariamente popolare al suo arrivo, ma ben presto si guadagnò il nomignolo di "carnefice" a causa del suo uso selvaggio dello scalpello (da scalprum, il bisturi) e del cauterio, ed ingenerò avversione verso la professione sua e degli altri medici...”…] (Naturalis Historia, XXIX, 12-13). Questa visione a dir poco campanilista di Plinio il Vecchio (di cui darà conto nella sua Naturalis Historia) pare far eco alla posizione di Catone il Censore, il quale era stato da sempre contrario all’arrivo a Roma dei medici greci, che vedeva incompetenti e pericolosi [“Iurarunt inter se barbaros necare omnis medicina” = “Hanno giurato tra loro di uccidere tutti i non Greci” (“barbaros”)]. Per altro verso altri medici (tra i quali Celso) lo avrebbero lodato per i suoi impiastri (“emplastra”), termine che ritroviamo nello stesso Plinio il Vecchio allorchè parla di “vulneraria emplastra”. Celso faceva quasi certamente riferimento al “cerotto di Arcagato”, molto in uso a Roma, utile per curare le ferite, composto di cerussa, rame (bruciato), minio, letargirio e trementina. La posizione di Plinio e degli altri che lo definivano “carnifex” può quindi essere interpretata anche da un punto di vista derisorio riferita più generalmente a tutti i medici greci che erano arrivati a Roma e che alcuni sembrano ritrovare – riferita ad Arcagato – anche nella commedia di Plauto dei Menaechmi. In essa fa la sua comparsa la figura del medicus, il prototipo del medico greco, al centro dell’attenzione in quanto oggetto delle battute ironiche da parte degli altri protagonisti e fonte di ilarità per il pubblico.
Dopo Arcagato seguirono dalla Grecia uomini volgari spinti dal bisogno, dalla vita irregolare o dalle fazioni politiche, i quali si preoccupavano unicamente di fare fortuna, spacciandosi conoscitori di rimedi ma essendo solo esecutori di una bassa chirurgia. Tanto che solo il bisogno faceva ricorrere a questi saltimbanchi, i quali a poco a poco s'introdussero nei bagni pubblici, nelle terme, nei Ginnasi; molti di loro, nella qualità di schiavi, prestavano la loro opera a particolari famiglie, le quali talvolta, in compenso dei servizi prestati, li affrancavano; ed essi, una volta liberati, passavano ad esercitare pubblicamente il loro mestiere.
Dopo i primi tempi le pratiche mediche cominciarono a volgarizzarsi. Anche grazie all’arrivo di qualche dotto periodeuta. Ed anche la medicina domestica e la veterinaria (delle quali abbiamo un esempio in Catone) passarono nelle mani degli speculatori, che l'andavano esercitando pubblicamente. Ma questi senza l'abito scientifico, inizialmente lo fecero relegati in alcune botteghe.
E’ Plinio il Vecchio a dirci quale importanza rivestisse presso i Romani la medicina domestica: “…non rem antiqui damnarunt sed artem”: quindi i Romani non erano contro la medicina bensì contro gli artifizi dei medici vagabondi e ciarlatani. Quanto a ragione, non è dato sapere: tra tutti gli schiavi che cominciarono ad essere importati nell’Occidente Romano dalle terre conquistate e che vantarono le loro arti mediche, è arduo difatti stabilire quanti realmente fossero in possesso della necessaria preparazione teorica ed esperienza pratica o se, piuttosto, molti di essi fossero unicamente preoccupati di raggiungere un’emancipazione sociale o, soprattutto, quel successo economico che molti dei medici greci che invasero Roma cominciarono a conseguire. Al riguardo, Plinio ci parla del prezzo che i medici – almeno quelli più noti – ponessero per fornire la loro assistenza: gli imperatori pagavano loro ogni anno 250.000 sesterzi. Un tale Quinto Stertinio – continua Plinio – pretese di mostrarsi benemerito della corte servendola al prezzo di 500.000 sesterzi mentre avrebbe potuto guadagnarne fino a 600.000 servendo il pubblico. Dal canto suo, il caustico Marziale avrebbe fatto presente come “alcuni medici chiedono un prezzo eccessivo per la maggior parte delle inutili medicine e droghe, ed altri nel loro mestiere cercano di trattare malattie che essi ovviamente non capiscono”. Tanto che così avrebbe dipinto la figura del chirurgo Diaulo: “Chirurgus fuerat, nunc est uispillo Diaulus: coepit quo poterat clinicus esse modo.” (“Diaulo era stato chirurgo: ora è un becchino. Cominciò ad essere medico nel modo che gli era possibile.”) (Epigrammi, I,30). E ancora: “Nuper erat medicus, nunc est uispillo Diaulus: quod uispillo facit, fecerat et medicus.” (“Poco tempo fa Diaulo era medico, ora becchino: quello che fa da becchino, lo faceva anche da medico.”) (Epigrammi, I,47).
Ma, a quel tempo, Arcagato aveva già inaugurato la professione medica pubblica ed erano già fiorite - o erano prossime a farlo - importanti scuole mediche: Asclepiade di Bitinia aveva già posto le basi della scuola metodica che avrebbe poi fondato il suo allievo Temisone di Laodicea; ad essa si sarebbe poi contrapposta la scuola pneumatica di Ateneo di Attaleia, famoso per i suoi studi sulla semeiotica e sul polso, che si prefiggeva un ritorno ai principi ippocratici; la scuola eclettica fondata da Agatino Claudio di Sparta si sarebbe infine prefissata di riunire le esperienze delle due precedenti scuole, con l'intento implicito di promuovere anche l'unità della medicina. La figura di Celso, originario di Roma, avrebbe poi quasi simboleggiato l’avvenuta presa di coscienza di una nuova forma di sviluppo della professione medica. Tale periodo coincise col momento di maggiore splendore della medicina a Roma. Rimane tuttavia innegabile il peso notevole che ebbero, in tale contesto della medicina romana e nella formazione del nuovo pensiero medico, anche comuni personaggi di origine servile. Tra di essi, schiavi che già in patria avevano esercitato questa professione ed altri che seguirono invece a Roma appositi corsi medici a cura dei loro nuovi padroni, preoccupati di vederne così accrescere il valore allo scopo di venderli, di utilizzarli al loro servizio domestico o di trarre profitto dalle loro prestazioni, a volte mediante contratti di assunzione che venivano stipulati con i medi proprietari terrieri. Nessuna meraviglia, quindi, che tracce di tali persone si ritrovino non solo nei pressi di sontuose ville aristocratiche urbane ma anche nelle periferie poderali.
Nel De re rustica di Varrone pare emergere questo quadro, volendo interpretare i “necessarios artefices” appunto come un riferimento ai medici: “ …Itaque [in] hoc genus coloni potius anniversarios habent vicinos, quibus imperent medicos, fullones, fabros, quam in villa suos habeant, quorum non numquam unius artificis mors tollit fundi fructum. Quam partem lati fundi divites domesticae copiae mandare solent. Si enim a fundo longius absunt oppida aut vici, fabros parant quos habeant in villa, sic ceteros necessarios artifices, ne de fundo familia ab opere discedat ac profestis diebus ambulet feriata potius quam opere faciendo agrum fructusiorem reddat." (30 Varro, Rust., I, 16, 4).
L'istruzione in questo ambito era dunque stata affidata dal pater familias alle tabernae e da queste infine a varie scuole private. Le biblioteche e le Scholae medicorum erano poi ritrovi dove erano soliti riunirsi i medici per approfondire i vari aspetti della teoria. In merito alla pratica, le lezioni dove apprendere i rudimenti della semeiotica, della clinica e della chirurgia venivano impartite nei “valetudinaria”, cioè infermerie private, che sorgevano soprattutto nelle aziende campestri - dove i patrizi erano soliti curare i propri familiari e gli altri schiavi. Qui trovavano impiego sia medici che infermieri (servi a “valetudinario” ed ostetriche). Come esisteva il “servus a valetudinario” così, poi, esisteva il “medicus a valetudinario” e, per l’insegnamento, il “medicus a bibliotecis”. Per l’idoneità medica, non era previsto alcun esame: l'abilitazione veniva attestata insindacabilmente dal giudizio del maestro che faceva spesso visite private a pagamento nelle case dei suoi clienti.
Anche molte donne intrapresero la carriera medica quali “medicae”, con una preparazione equiparabile a quella degli uomini. Le donne, giudicate in passato inadatte, in quanto mancanti della necessaria virtù, tanto da prevedere al loro fianco la figura di un tutore-dominatore-padrone (il κύριος, kyrios), si erano venute gradualmente emancipando e si erano sempre più frequentemente affacciate all’esercizio della professione medica. Inizialmente quali semplici ostetriche (ὀµφαλητόµος, omphalētómos, o µαῖα, maia), in seguito quali semplici aiutanti o soccorritrici (σώτειρα, sóteira) al fianco di medici uomini ed infine quali ἰατρίνη, iatrinè (il corrispettivo femminile dello ἰατρός, che significava “colei che guarisce, il chirurgo”).
Le qualifiche professionali cui si affacciarono molte donne (a Roma, nella penisola italica, in Spagna ma anche nella Gallia, in Africa settentrionale, in Germania e in Dalmazia) furono quelle delle “obstetrices” (il mestiere di levatrice era tenuto in alta considerazione: chiamata in famiglia per i parti normali e le prime cure del bambino, questo mestiere necessitava di un vero e proprio apprendistato).
Alcuni autori mettono in risalto la problematica circa la definizione del tipo di lavoro effettivamente svolto dalle medicae. Mentre alcuni autori equiparano le mansioni di tali donne alle obstetrices (limitando così il loro campo d’azione all’assistenza al parto o ad altri aspetti riguardanti la ginecologia) altri sostengono invece che avessero anche un’approfondita conoscenza generale della medicina, proprio come i loro colleghi maschi, e che non si limitassero a curare solo le donne. Sta di fatto che nelle sepolture sia la medica che l’obstetrix sembrano essere state entrambe al servizio delle matrone. Quelle specializzate proprio nella ginecologia potevano avvalersi di strumenti medici abbastanza evoluti come, ad esempio, lo “speculum vaginale”. Alcune di esse, ma non molte, viste le sepolture e l'erezione di iscrizioni più grandi e con una più ricca ornamentazione, riuscirono ad arricchirsi col proprio lavoro; per altre abbiamo esempi di morti in giovane età, il che fa supporre che abbiano cominciato la loro vita lavorativa in età precoce. Dalle sepolture possiamo trovare delle vere e proprie equipe mediche: delle obstetrices che collaboravano con dei medici ma non medici che collaborassero con medicae al servizio del loro padrone, il che può farci solo supporre che medici e medicae avessero uguali competenze. In alcuni casi, può darsi il caso di trovare medicus e medica nella stessa tomba, ma sempre dal lato opposto a quello in cui si trova un’obstetrix. Dalle iscrizioni funerarie, accanto a tutti questi personaggi, emerge, a volte, anche la presenza di pedagoghi. E sappiamo con certezza come Roma seguisse l’orrendo sistema di schiavizzare anche le persone più distinte fra i popoli vinti. E tra le famiglie straniere portate in Roma come schiave, vi erano spesso, oltre ai medici, anche poeti e grammatici; e spesso i Romani adoperarono i più abili agli usi più elevati e più nobili, fra i quali non ultimo quello di maestro ed istitutore dei propri figli. Mentre però nella Grecia antica compito dei pedagoghi era unicamente quello di accompagnare il bambino a scuola o in palestra (παιδαγωγία, da παίς, pais "bambino" + ἄγω, ago "guidare, condurre, accompagnare"), a Roma, almeno sino alla fine dell’età imperiale, lo schiavo greco-paedagogus, indipendentemente dal suo stato sociale, dovette anche insegnare ai bambini la lingua greca. Al riguardo, Quintiliano consigliava di dare un’accurata educazione a quegli schiavi che, da pedagogisti, avessero avuto il compito di educare i bambini romani (Inst., 1.1.8). Ma anche le nutrici (le balie) vennero selezionate dalle famiglie agiate con grande attenzione e tra i requisiti richiesti v’era anche qui il possesso della nazionalità greca, così da facilitare ai bambini l’apprendimento della lingua.
Generalmente, il destino dei medici, come riconoscimento della loro arte, era quello di essere manomessi, anche in giovane età; a questo punto, assumevano il nome romano del loro liberatore, a favore del quale continuavano a prestare gratuitamente la loro opera. Le iscrizioni ci parlano di persone (tra cui molte donne) che, nonostante i loro sforzi e la loro professione, come vedremo, non avrebbero mai raggiunto un reale benessere economico ma sarebbero rimaste poco più che dei possedimenti e delle semplici cose (res, nel diritto romano) nelle mani dei loro padroni. Alcune di esse avrebbero raggiunto la libertà, altre solamente un posto nella tomba di famiglia. Forse solo ad alcune il loro padrone, unilateralmente, avrebbe riservato un trattamento personale più umano, solo in considerazione del valore economico intrinseco nello schiavo stesso. In alcuni casi conosciamo il nome dei medici che furono al servizio del loro stesso patronus: così, nel colombario dei Sempronii Atratini, appare la lapide del medico L. Sempronius Sumphorus (CIL, Corpus Inscriptionum Latinarum, VI, 6836); e nel colombario dei liberti di Q. Sallustio è documentato il nome del medico Q. Sallustio Diogenes (CIL VI, 8174=33709).
Solo più tardi, con l’affermazione della specialistica, il medico generico avrebbe cominciato a cedere il posto a dei professionisti specialisti in alcune branche particolari, quali il chirurgo (chirurgus), l’oculista (ocularius) e l'otorinolaringoiatra (auricularius). La chirurgia odontoiatrica era, invece, di origine etrusca (nella necropoli di Valsiarosa - Falerii Veteres è stato rinvenuto un teschio con protesi dentaria in oro).
In epoca imperiale anche in ambito militare, presa coscienza dell’importanza della figura del medico, della sua preparazione ma soprattutto con la formazione di eserciti permanenti (che cioè non venivano disciolti dopo le battaglie), lo stesso Augusto avrebbe proceduto alla riforma dell’esercito introducendo personale altamente qualificato come i chirurghi militari, ai quali, in cambio della loro opera, assicurò benefici materiali ed una specie di pensione. Nell’esercito l’ospedalità era garantita dal “valetudinarium in castris”, una sorta di ospedale da campo che poteva contenere fino a 200 pazienti e in cui trovavano impiego anche infermieri, massaggiatori ed inservienti.
Fra le tante lapidi che ci parlano dei medici da campo, riportiamo quella del medico Gordo, presso la XIII Coorte di Verino Oplione: “D. M. M. AQ. . VINI . VERINI OPLIONIS . KARCERIS. EX. COHORT.XIII VRBAN BONONI VS . GORDVS . MEDICVS . CASTRENSIS ET. MACCIVS. MODESTVS . ET IVLIVS . MATERNVS . MILITES . HER . EI FACIEND . CVR”.
Gli specialisti erano rappresentati dal “medicus chirurgus”, dal "medicus ocularius” e dal "medicus auricularius". Di rango inferiore erano invece il “medicus ordinarius” ed il “miles medicus”, ai quali poteva affiancarsi il “medicus clinicus”. A volte tali medici potevano avvalersi anche di speciali tipari (i c.d. "signacula") che potevano riportare anche le preparazioni farmacologiche ed i loro principali principi attivi.
I medici venivano titolati a seconda dei luoghi dove venivano assegnati e delle loro mansioni: così quelli da campo venivano detti “Medici Castrenses”; quelli “Legionis” erano i medici della legione; gli “Alarum” erano destinati a particolari corpi di cavalleria dell’esercito [a volte si parla anche di “ippiatri” (“hippiatros”), come nel caso di alcuni graffiti sui templi di Iside e Serapide presso Tebe, in Egitto; solitamente questi facevano parte dei “medici veterinari”, detti anche “pequari”, “iumentari” ed “equari”]; i “Triremis” prestavano il loro servizio sulle navi (solitamente “duplicari”, ossia pagati il doppio a causa del disagio dei viaggi in mare), e così via dicendo. Accanto a questi personaggi, troviamo tutta una vasta schiera di servi addetti al massaggio (“frictores”), al servizio farmaceutico (“curatores operis”), guardarobieri (“capsari”, destinati però prevalentemente alla tenuta della “capsa”, cassetta con bende e medicamenti ma addetti anche nei bagni pubblici), alla tenuta dei conti e dei registri medici per le forniture (“librari”); accanto a queste figure troviamo quella del “marsus”  (addetto alla cura dei morsi degli animali velenosi, in primis serpenti e scorpioni), del “seplasiarius” (responsabile delle scorte di unguenti), ecc..
Con Antonino Pio (86 d.C. – 161 d.C.) viene dato prestigio alla figura professionale dei medici che vengono destinati alla tutela della salute della gente più povera. In seguito Alessandro Severo (208 d.C. – 235 d.C.) avrebbe loro conferito il titolo di “archiatres populares”. Già in precedenza il tirocinio del medico era passato alla supervisione di un collegio di medici (detti poi archiatri , da ἀρχ- arch- che designa il capo e ἰατρὸς "medico") oltre che all’insegnamento al capezzale del malato. Solo nel 380 d.C. sarebbe stato costruito a Roma il primo vero ospedale, grazie all’interessamento di (Santa) Fabiola, nobile matrona romana di fede cristiana.
Contrariamente a quanto affermò Jacob Spon (1647-1685), non si può parlare dei medici romani come di cittadini: il privilegio della cittadinanza romana venne loro concesso, infatti, solo ai tempi di Cesare (100 a.C. – 44 a.C.) ed Augusto (63 a.C. – 14 d.C.). E si deve riguardare come un grandissimo onore per la medicina e per le arti liberali l'editto di Giulio Cesare ricordato da Svetonio con queste parole: “…Omnisque medicinam Romae professos et liberalium artium doctores, quo libentius et ipsi urbem incolerent et ceteri adpeterent, civitate donavit.”. Ma tutto, pensiamo, ancora limitato: dopo poco tempo Augusto scriveva a Livia chiedendole di mandargli “…ex servis meis medicum”); ed oltre un secolo dopo Plinio implorava ancora da Traiano, come grande favore, la cittadinanza di Alessandria per Arpocrate e quella di Roma per Postumio Massimo, entrambi suoi medici.
Si sa che i Romani distinguevano i “cives” dai “peregrini”, riservando ai primi i diritti politici, ossia il “ius suffragii” ed il “ius honorum” ed i diritti civili del connubium et commercium, mentre agli stranieri veniva accordato solo il “ius gentium”. Solo posteriormente si accordarono dei diritti ad alcuni popoli italici (come il “ius Latii” o Latinitas o Latium, che nel diritto latino era uno status civile che in epoca romana si situava a livello intermedio tra la piena cittadinanza romana e lo stato di non cittadino del peregrino), e quindi all’intera Italia (“ius Italicum”): ma raramente a questi stessi fu data la perfetta cittadinanza. Gli stranieri quindi, per essere protetti in Roma, dovevano mettersi sotto il padronato di un cittadino. E sappiamo che moltissimi servi, che prestavano cure agli ammalati, intrapresero la carriera medica presso i nuovi padroni. La maggior parte dei medici, almeno fino al cadere della Repubblica, era straniera. E molti dovevano essere schiavi, privi dei diritti politici e civili.
Gli studiosi che misero mano nella materia, nel XVIII secolo, inizialmente sostennero che la condizione comune a tutti i medici romani fosse quella della schiavitù (Middleton, “De Medicorum apud veteres Romanos conditione”, 1726). Contro tale opinione, dissertarono, tra gli altri, Carlo della Motte (“Essai sur l'état et sur la condition des Médecins chez les Anciens”, 1728) e Giuseppe Benvenuti (“Sulla condizione de' medici presso gli antichi”, Lucca, 1779); scrisse anche sull’argomento Julius Carl Schlaeger nel suo “Historia Litis de Medicorum Apud Veteres Romanos Degentium Conditione...” (1740).
Più recentemente, uno degli apporti più significativi allo studio della materia è venuto da Herman Gregorius Gummerus (1877-1948) (ricordiamo qui il suo “Der Ärztestand im römischen Reiche nach den Inschriften, 1932) e J. Korpela (Das Medizinalpersonal im antiken Rom, Helsinki, 1987). Essi hanno potuto portare avanti uno studio oggettivo sull’epigrafia latina e greca avvalendosi anche dei contributi loro forniti da altri studiosi.
Citiamo qui:
Bartolomeo Borghesi (1781 – 1860), il quale concepì il progetto di collezionare tutte le iscrizioni latine, progetto ripreso poi dall' Accademia di Berlino sotto la responsabilità di Theodor Mommsen (1817 – 1903) e che ha dato vita al Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL) che dal 1847 si è preoccupato di raccogliere e catalogare tutte le iscrizioni epigrafiche latine dell'intero territorio dell'Impero romano.
Parallelamente, l’Accademia di Berlino, sotto la direzione dal 1860 di Adolf Kirchhoff, concepì l’idea di dare vita al progetto delle Inscriptiones Graecae (IG) - come continuazione del Corpus Inscriptionum Graecarum (Corpus delle iscrizioni greche) pubblicato da August Böckh tra il 1825 ed il 1860 - il cui scopo era quello di raccogliere e pubblicare tutte le iscrizioni conosciute della Grecia antica continentale e delle isole dell'Egeo.
Le iscrizioni greche dell'Asia minore le troviamo invece pubblicate dall'Accademia delle Scienze di Vienna nella serie Tituli Asiae minoris.
Dal 1888 l'Année épigraphique (abbreviato in AE) - creata da René Cagnat e Jean-Guillaume Feignon – pubblica poi sistematicamente tutte le iscrizioni scoperte ogni anno riguardanti il mondo romano.
Infine, a partire dal 1933 la Biblioteca dell'Università di Uppsala si è poi preoccupata di continuare il Corpus Inscriptionum Etruscarum (CIE), Corpus di testi in lingua etrusca, raccolti inizialmente da Karl Pauli.