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JAPIDE

JAPIDE

Japide (medico leggendario greco, Etolia, 1200 a.C.).
La sua figura, peraltro leggendaria, la ritroviamo nell’Eneide di Virgilio, proveniente dalla Aἰτωλία (Etolia) al fianco dell’altrettanto mitologica figura greca e romana di Αἰνείας (in latino Aenēās , Enea).
Japide viene riportato come il medico “...che curò Enea d’una ferita e diede il nome alla Japidia cioè l’Istria” (Vocabolario italiano e latino – T.I – MDCCIXI), amato Japide, secondo la leggenda, dallo stesso Apollo, il quale gli offerse i doni della musica, del tirare con l’arco e della medicina; ma di questi (doni) Japide scelse unicamente quello del saper medicare. Così racconta Virgilio nel Libro 12 dell’Eneide:
Jamque aderat Phaebo ante alios dilectus Japis
Jasides: acri quondam cui captus amore
Ipse suas artes, sua munera laetus Apollo,
Augurium, citbaramque dabat , celeresque sagittas.
Ille, ut depositi proferret fata parentis,
Scire potestates herbarum, usumque medendi
Maluit, et mutas agitare inglorius artes.
[ENEA GUARITO DALLA MADRE VENERE (12.383-440)]
(“...Già era vicino amato più degli altri da Febo Iapige
iaside, cui un tempo preso da acuto amore lui stesso
Apollo lieto dava le sue arti, i suoi doni,
la divinazione, la cetra e le veloci frecce.
Egli, per prolungare i fati del padre stremato,
preferì i poteri delle erbee la capacità di guarire
e svolgere senza gloria le mute arti”).
Così, prosegue Virgilio, si apprestò ad estrarre l’asta infissa nel corpo di Enea alla presenza del figlio di questi Giulio Ascanio ('Ασκάνιος ) [“l’afflitto Iulo” ci viene  presentato come impietrito ed in lacrime per il padre (sempre secondo il racconto virgiliano)].
E Venere, continua il racconto, commossa raccolse nel Monte Ida l’erba del Dittamo che Japide provvide  a sciogliere nella Panacea.
E dopo la guarigione di Enea così parla Japide:
Non haec humanis opibus, aut arte magistra
Proveniunt, neque te Aenea, mea dextera servat
Major agit Deus...
Japide, quindi, al fianco della dea Venere, é il medico che assiste Enea e viene in soccorso del figlio di questi, Ascanio (“l’afflitto Iulo), nel quale Virgilio riconosce il capostipite della gens Iulia [VI, 789 : DE ROMANIS NEPOTIBUS (6.756 – 787)]
´Nunc age, Dardaniam prolem quae deinde sequatur
gloria, qui maneant Itala de gente nepotes,
inlustris animas nostrumque in nomen ituras,
expediam dictis, et te tua fata docebo.
ille, uides, pura iuuenis qui nititur hasta,
proxima sorte tenet lucis loca, primus ad auras
aetherias Italo commixtus sanguine surget,
Siluius, Albanum nomen, tua postuma proles,
quem tibi longaeuo serum Lauinia coniunx
educet siluis regem regumque parentem,
unde genus Longa nostrum dominabitur Alba.
(“Orsù adesso la prole dardania e poi quale gloria ne segua,
quali siano i nipoti dalla popolazione italica,
le anime illustri destinate alla nostra gloria,
le spieghierò a parole ed a te rivelerò i tuoidestini.
Quel giovane, vedi, che si appoggia alla pura lancia,
tiene per sorte i luoghi vicinissimi alla luce, per primo sorge
per l´aria celeste, misto di sangue italico,
Silvio, nome albano, tua prole postuma,
che tardi per te vecchio la sposa Lavinia alleva
nei boschi re e padre di re,
da cui la nostra stirpe dominerà Alba Longa”).
E ancora (VI, 807):
DE CAESARE AUGUSTO (6.788 – 807)
huc geminas nunc flecte acies, hanc aspice gentem
Romanosque tuos. hic Caesar et omnis Iuli
progenies magnum caeli uentura sub axem.
(“Ora volgi qui i tuoi due occhi: osserva questo popolo,
i tuoi Romani. Qui c´è Cesare e tutta la stirpe
di Iulo, che verrà sotto l´asse del cielo:...”).
DE PALINURO (6.331- 385)
... quod te per caeli iucundum lumen et auras,
per genitorem oro, per spes surgentis Iuli,
eripe me his, inuicte, malis...
(“Prego te per la bella luce del cielo e per l´aria,
per il padre, per la speranza di Iulo che cresce:
strappami, o invitto, dai mali:...”).