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IPPOCRATE - Vita/Genealogia/Aneddotica/”Questione ippocratica”

Ippocrate. Dal mito alla storia: vita, genealogia, aneddotica e "questione ippocratica"

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[“Io, grazie alle Muse mi sollevai in alto e dopo aver saggiato la maggior parte dei ragionamenti più forte della Necessità nulla trovai, né alcun rimedio, sulle tavole di Tracia, che la voce orfica scrisse, e nulla in ciò che Febo donò agli Asclepiadi recidendo erbe come antidoti per i mortali che molto soffrono”]. (Alc. 962) [“ἐγὼ καὶ διὰ μούσας καὶ μετάρσιος ἦιξα καὶ πλείστων ἁψάμενος λόγων κρεῖσσον οὐδὲν Ἀνάγκας ηὗρον, οὐδέ τι φάρμακον Θρήισσαις ἐν σανίσιν, τὰς Ὀρφεία κατέγραψεν γῆρυς, οὐδ' ὅσα Φοῖβος Ἀσκληπιάδαις ἔδωκε φάρμακα πολυπόνοις ἀντιτεμὼν βροτοῖσιν”]. [dalla tragedia Alcesti (Ἄλκηστις / Alkestis) di Euripide (485 a.C. – 407-406 a.C.)]

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[“...Perciò, dicevano, grande sapienza per saper riconoscere di quali cibi ci dobbiamo nutrire e in quale quantità: questa, dicevano, era anticamente la scienza di Apollo e di Peone, e poi quella di Asclepio”]. [“...διὸ δὴ καὶ μεγάλης σοφίας 〈δεῖσθαι〉 τὸ κατανοῆσαί τε καὶ συνιδεῖν, ποίοις τε καὶ πόσοις δεῖ χρῆσθαι πρὸς τὴν τροφήν. εἶναι δὲ ταύτην τὴν ἐπιστήμην τὸ μὲν ἐξ ἀρχῆς Ἀπόλλωνός τε καὶ Παιῶνος, ὕστερον δὲ τῶν περὶ τὸν Ἀσκληπιόν”]. [da: “La vita pitagorica” di Giamblico (ca. 250 – ca. 325 d.C.), 208parte - secondo quanto testimoniato dal filosofo pitagorico Aristosseno di Taranto (IV sec. a.C.)]

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LA VITA

Proviamo qui a tracciare – e di tanto ci corre obbligo - una biografia ippocratica, anche in assenza di notizie certe.
Ippòcrate di Cos (o Kos) (in greco: ʽΙπποκράτης ; in latino: Hippocrătes) fu un medico greco, unanimemente riconosciuto come il “Padre della Medicina”.
Di lingua dorica, Ippocrate nacque in Grecia, nell’isola di Cos - appartenente fisicamente all’arcipelago del Dodecanneso ed amministrativamente alla confederazione ateniese - nell’anno 460 a.C. ca. (460 o 459 a.C.) e morì a Larissa (precisamente tra le città di Larissa e Gyrton), in Tessaglia, nel nord della Grecia, nell’anno 377 a.C. ca. (presumibilmente tra il 377 ed il 351 a.C.).
La sua esistenza coincise, quindi, con la Pentecontaetia (πεντηκονταετία , "cinquantennio") che dà nome al periodo in cui in Grecia fiorirono la filosofia e le arti che va dal 479 a.C. - con la fine della seconda invasione persiana - al 431 a.C., anno che segnò l'inizio della Guerra del Peloponneso.
Il suo nome cominciò a diventare illustre durante la (Seconda) Guerra del Peloponneso, che sappiamo venne combattuta tra Sparta ed Atene tra il 431 a.C. ed il 404 a.C..
Recita al riguardo Kurt Polykarp Joachim Sprengel (Curzio Sprengel) nella sua Historia (pragmatica) della Medicina (“Versuch einer pragmatischen Geschichte der Arzneikunde”, 1792-99) - Tomo I: “Mentre la medicina, esercitata secondo il migliore di tutti i metodi, l’arricchiva d’una moltitudine di verità utili e nuove, la soave filosofia di Socrate dimostrava che la felicità è inseparabile dalla saggezza. Euripide ed Aristofane componevano que’ poemi che la posterità doveva considerare come i capolavori dell’arte drammatica; Tucidide descriveva gli avvenimenti della guerra del Peloponneso in un’opera dettata dal nume della storia; Fidia animava il marmo; Zeusi e Policleto riuscivano a dipingere la bellezza, e le Grazie medesime guidar sembravano il pennello di Parrasio”.
Ippocrate nacque all’interno di una casta di medici di antichissime origini aristocratiche, dai quali ereditò i segreti del sapere scientifico, che alla sua epoca si tramandava all’interno della ristretta cerchia familiare. Difatti, secondo un’affermata storiografia – all’interno della quale segnaliamo qui l’apporto dato da Émile Maximilien Paul Littré – Ippocrate ebbe come suoi primi maestri il padre asclepiade Eraclide nonché Erodico di Selimbria e Gorgia di Lentini.
Le fonti citano Erodico, insieme ad altri, uno dei maestri di Ippocrate: “…(Ippokra/thj ...) costui fu dapprima scolaro del proprio padre, successivamente di Erodico di Selimbria e di Gorgia di Leontini retore e filosofo, e, a detta di alcuni, anche di Democrito di Abdera; ed era giovane quando s'incontrò con lui che era vecchio.” (SUID. s. v.).
Ancora: “…si riferisce ad Erodico di Selimbria… E’ quell’Erodico presso il quale ha studiato Ippocrate di Cos.”. (Così lo scolio a Platone, Repubblica, III, 406).  Di contro Plinio (Storia naturale, XIX, 4) annovera “Prodico” (scil. "Erodico") di Selimbria tra i discepoli di Ippocrate:  “Uno dei suoi discepoli, Prodico, nato a Selimbria, fondò la cosiddetta iatroliptica, trovando così una fonte di reddito anche per i massaggiatori e i bagnini.” [Qui “Prodico” è un errore di Plinio: l’autore in questione è Erodico di Selimbria (Tracia), maestro, e non discepolo, di Ippocrate].
Ippocrate fu il fondatore della famosa Scuola medica di Cos e, come già suo padre e come era d’altronde uso alla sua epoca, fu un medico c.d. “vagante” o “itinerante” (la figura del medico nota col nome di περιοδευτής = periodeuta) ossia uno di quei numerosi medici che erano soliti peregrinare per le varie città per offrire i propri servigi medici ovvero per approfondire e/o per divulgare lo studio della medicina.
Non sappiamo però se sia stato un medico pubblico o privato. Al riguardo, ricordiamo qui che tutte le testimonianze circa la cultura medica arcaico-ellenistica confortano il fatto che i medici fossero tenuti in grande stima, anche a livello politico e che i medici periodeuti (πεξηνδεπηαί) vagavano per il paese in cerca di pazienti da guarire ed offrendo i loro servigi mentre i più famosi erano soliti recarsi presso le corti dei vari regni. In ciò non dovette fare eccezione Ippocrate, del quale però non abbiamo notizia di una sua elezione dinanzi ad un'assemblea pubblica (all’epoca era il popolo ad eleggere i propri medici dopo che questi ultimi avevano tenuto un discorso oratorio) né di una sua assunzione a pagamento da parte di qualche ricca e famosa città. Difatti, le città più grandi e più ricche cercavano di avere sempre un medico a disposizione dei cittadini, assumendolo anche per determinati periodi di tempo offrendogli determinate somme di denaro.
Nello specifico, Ippocrate operò nell’ambito del Mediterraneo, culla della civiltà occidentale. Oltre alle polis greche (pare che nella maturità si sia recato anche in Tessaglia, lasciando il genero Polibo nella natìa Còo) toccò nei suoi viaggi anche i territori egizi – in primis Alessandria – sicelioti, ciprioti e cirenaici ovvero – come narrano “Le epidemie” - la città tracia di Abdera / Άβδηρα (del suo amico Democrito) e la vicina isola egea di Thasos / Θάσος nonché la Macedonia, dove avrebbe esercitato la professione medica alla corte del re Perdicca II.
Ci si è spinti anche ad ipotizzare contatti con le culture persiana ed indiana, ma nel merito non si ha alcuna certezza.
Per quanto riguarda il caso specifico della Tessaglia, che pare fosse stata la culla dei suoi avi, sappiamo da fonti sicure che vi scoppiò una pestilenza (419-416 a.C.) e che Ippocrate vi accorse per prestare i suoi aiuti (non però alla peste che nel 429 a.C. scoppiò ad Atene: nel merito,  Tucidide – il quale pure descrisse nei minimi particolari la peste che colpì Atene – non menziona in alcun modo né Ippocrate né eventuali servigi da quest’ultimo resi e dimostratisi utili alla città).
Sorano ci dice che, dopo la morte, ogni anno in suo onore, nella natìa isola di Cos, si celebrarono riti pubblici con sacrifici.

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LA GENEALOGIA

La figura degli Asclepiadi e la loro discendenza è avvolta nella leggenda.
Leggiamo in Filodemo:
[“Esiodo ha scritto che Asclepio è stato generato da Zeus, e lo stesso dicono anche Pindaro e Ferecide di Atene, Paniassi, Androne ed Acusilao”].
[“G. τὸν Ἀσκλ〉ηπιὸν δ' ὑ〉πὸ Διὸς κα〈τακτα〉θῆναι γέγρ〈αφεν Ἡ〈σίοδος κα〈ὶ Πίν〉δαρος καὶ Φε〈ρεκύδης〉 ὁ Ἀθηναῖος καὶ 〈Πανύ〉ασσις καὶ Ἄνδρων καὶ Ἀκουσίλαος”].
[da: Filodemo / Φιλόδημος di Gadara (110 a.C. ca. – 35 a.C. ca.) - Sulla pietà / De pietate]
Platone cita Zeus nel libro delle Leggi e l’antro di questi, dove si trova il santuario della divinità, è la metà del suo cammino. Zeus ci viene presentato come il progenitore dei Greci (“...protettore della stirpe e dei padri secondo la legge.” e “...protettore dello stato...”). Ζεύς è: Zeus Olimpio e Cronide, del quale ci parla Omero (Od., I, v. 27 e 46); Zeus Lykaios, del quale ci parlano Pausania (8.38.) e Platone (La Rep., 565d-e); Zeus Amon, l’oracolo di Siwa, che troviamo infine citato nello stesso Pausania (3.18). Ed a Zeus - secondo la leggenda - si fanno generalmente risalire le radici dell’ascendenza divina ippocratica, che – in realtà – procede da Kronos – Saturno, a Zeus e quindi ad Apollo.
La genealogia asclepiadea ippocratica – al di là delle sue origini mitiche - si fa generalmente procedere per 17 generazioni [anche se altrove, in letteratura, si hanno notizie variegate - anche solo parziali ovvero di mero riferimento - di alberi genealogici imperfetti – in quanto ridondanti (riportanti ad esempio anche la figura di Macaone) - o addirittura incompleti, mancanti di alcune generazioni].
Essa così procede da Asclepio (discendenza di Kos):
- Asklepios;
- Podaleirios;
- Hippolochos;
- Sostratos I;
- Akay – Dardanas;
- Krisamis I;
- Kleomyttades;
- Theodoros I;
- Sostratos II;
- Krisamis II;
- Theodoros II;
- Sostratos III;
- Nebros;
- Gnosidikos;
- Ippocrate I;
- Eraclide;
- Ippocrate II ("Padre della medicina").
Il “Chiliades” (Χιλιάδες) – o “Libro di Storie”, del XII secolo d.C., di Giovanni Tzetzes (Ἰωάννης Τζέτζης / Iōánnēs Tzétzēs , 1110 d.C. ca. – 1180 d.C.), riporta invece una genealogia differente, in quanto mancante di Krisamis II (tra Theodoros II e Sostratos II). Di modo che abbiamo: Asklepios; Podalirios; Hippolochos; Sostatos; Dardanos; Krisamis; Kleomyttades; Thedoros; Sostratos II; Theodoros II; Sostratos III; Nebros; Gnosidikos; Hippokrates I; Herakleides; Hippokrates II (“Padre della Medicina”). (fonte: Adams 1891)
Altrove:
Kleomyttades II (tra Krisamis II e Theodoros II); Tessalo (figlio di Ippocrate) alla fine della discendenza ed Apollo capostipite (fatte naturalmente salve genealogie differenti per Sparta ed Atene).
Secondo Meibomius in Comment. in Hippocr. Jusjur. [intendi: lo storico e poeta tedesco Heinrich Meibom (il vecchio) (1555 – 1625)] Tessalo (in greco: Θεσσαλός) - che abbiamo già incontrato nel “Presbeutikos Logos” – era figlio di Ippocrate e fratello di Dracone ed a sua volta padre di Gorgia, Ippocrate III e Dracone II, anche se nessun autore antico pare si fosse mai pronunciato sul fatto che Tessalo fosse il padre di un certo Gorgia.
Dalla Tavola di Meibomius Ippocrate risulta il 17° dei discendenti di Esculapio, del quale l’avo suo Ippocrate I era il decimoquinto.
Eraclide sarebbe quindi stato il padre di Ippocrate ed alla cerchia familiare di quest’ultimo viene data una derivazione divina asclepiadea, tanto che lo stesso Ippocrate sarebbe stato denominato l’”Asclepiade” per la sua discendenza da Asclepio (Esculapio): colui il quale, secondo la leggenda, avrebbe fondato la Medicina, appresa dal centauro Chirone. Lo stesso centauro che l’Hippiatrika ci presenta come divinità ed associa alla guarigione: colui il quale è capace di ogni rimedio-panacea (πάνακες τὸ χειρώνειον) per la guarigione da tutti i mali.
Più precisamente, il filosofo-botanico Teofrasto (371 a.C. – 287 a.C.) ci presenta tre differenti tipi di panacea che prendono nome rispettivamente da Chirone, Ercole ed Asclepio: “ἀγαθὸν δὲ εἶναί φασιν ἑρπετῶν τε ξύοντα πίνειν, καὶ σπληνὸς ὅταν αἷμα περὶ αὐτὸν ἐν μελικράτῳ, καὶ κεφαλῆς τρίβοντα ἐν ἐλαίῳ ἀλείφειν - καὶ ἄλλο τι ἐὰν πονῇ τις ἀφανές — καὶ γαστρὸς ὀδύνης ἐν οἴνῳ ξύοντα — δύνασθαι δὲ καὶ τὰς μακρὰς ἀρρωστίας ἐκκλίνειν. [Ἔπειτα] Τῶν δὲ ἑλκωδῶν τῶν μὲν ὑγρῶν ξηρὸν ἐπιπάττειν προκατακλύζοντα οἴνῳ θερμῷ, τῶν δὲ ξηρῶν ἐν οἴνῳ δεῦσαι καὶ καταπλάττειν”. [In esso dice come sia un buon rimedio contro il morso dei serpenti e come esso consista di una droga che va applicata per i mali della milza, dello stomaco e di ferite ulcerose e quale sia la sua preparazione (in idromele, triturata in olio o immersa nel vino)].
Come si vede, il mito di Asclepio sembra calarsi gradualmente nella realtà quotidiana. Ma il suo intervento consiste sempre più in un rimedio terreno e non essenzialmente nel contatto col divino bastone, come nelle miracolose propagandate guarigioni del VI sec. a.C.. Egli ha una fortuna mirabolante in Grecia e, con Esculapio, in Roma, ma il suo culto non infrange la fama degli Asclepiadi, la cui corporazione (κοινον) tende sempre più ad affermarsi – ed a lasciare traccia della propria autorevolezza e della propria professionalità - nelle più grandi e ricche città.
La diffusione degli Asclepiadi segue i flussi dei rapporti commerciali tra le varie città elleniche e tra queste ed i centri dell’Asia Minore e della Magna Grecia. Così da Cizico - sulla punta di Arcotoneso nel Mar di Marmara – risaliamo a Perinto, sulla Propontide tracica, e così via attraverso Cardia e Abdera (Tracia), Salamis (Cipro), Pella (Bottiea-Macedonia), Crannon (Pelasgia), Akanthos (penisola greca di Athos), Delos, Ainos e Tasos (Egeo), Atene (Attica), Corinto (Corinzia), Olinthus (Calcidica), Oeniadae (Etolia), Meliboea, Pherae, Larissa e Pharsalus (Tessaglia). Per arrivare sino alle regioni della Ionia e della Sicilia.
Il culto di Asclepio si impone ma, col passare del tempo, il suo intervento viene richiesto solo laddove l’ignoranza e la povertà prevalgono sulla scienza o dove questa dimostra di essere impotente. Da una figura divina, Asclepio diviene allora un semidio e gli vengono attribuite anche ascendenze e discendenze familiari terrene.
Di Asclepio ci parla Pindaro (Pitica III), laddove dice che egli non fu partorito dalla madre, perocché essa (intendi: Coronide di Flegias) morì colpita dai dardi d'Artemide, cioè per morbo o peste, prima di condurlo a maturazione; che non è vana l'ira degli Dei. (PINDARO, LE ODI FRAMMENTI ... MILANO, 1913).
Il mito di Coronide / Κορωνις – che procede da Esiodo - ci spiega quindi che Artemide / Αρτεμις uccise Coronide trafiggendola con un dardo, su richiesta del fratello disonorato. Apollo, però, chiese al divino messaggero Ἑρμῆς (Ermes) di intervenire prima che Coronide fosse messa al rogo, prelevando da questa il piccolo che portava in grembo. Ed Apollo decise di dare al piccolo il nome di Asclepio e di affidarlo al già citato centauro Chirone, esperto nelle scienze.
Per Esiodo, però, Asclepio era figlio di Apollo ed Arsinoe, mentre per Pindaro (Pind. Pyth. iii. 14, 48, 59; ma anche in Ov. Fast. i. 291; Schol.) egli era figlio di Apollo e Coronide.
Altrove (Pausania, Periegesi della Grecia) viene riportato che i figli di Asclepio che andarono a Troia (intendi: Macaone e Podalirio) erano di origine messena, essendo Asclepio figlio di Arsinoe, figlia di Leucippo, non di Coronide... e che il sito della tomba di Macaone è in Gerenia (in Messenia).

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Pausania localizza la tomba della nutrice di Asclepio in Arcadia, nella città-stato di Thelpusa (Θέλπουσα / Τέλφουσα , Telphousa). E l’Arcadia è un punto di riferimento obbligato sia per la figura dello stesso Asclepio (v. Cicerone, il quale cita Gortys come sito della sua tomba) sia per quella della madre.
Attraverso la citazione dei vari santuari dedicati ad Asclepio, è possibile ripercorrerne non solo il mito ma anche la vita religiosa – archeologicamente documentabile – delle varie regioni della Grecia più arcaica, destinate a diventare, successivamente, parte integrante della provincia romana dell’Acaia (Achaia, 'Αχαΐα). Il culto di Apollo si accompagna a quello di Asclepio sin dalle origini del VI sec. a.C. e la processione dei santuari asclepiadei risale da Epidauro, toccando le regioni dell’Argolide (Epidauro, Trezene), dell’Attica (Atene), dell’Arcadia (Tegea,   Alipheira, Pheneos, Mantinea), della Messenia (Messene, Gerenia), per poi finire in Corinzia (Corinto), Eolide (Pergamo), Lebena (Creta), Gortina (Candia), tutte località che ritroviamo citate nella “Periegesi della Grecia” di Pausania, Libri I – X.
Omero cita più volte Asclepio e nell’Iliade ritroviamo più volte citati due dei suoi figli: Macaone, il quale combatté a Troia e fu ucciso da Euripilo, e Podalirio, medico (v. tra l’altro: Iliade, II, 976-980 – di cui pure in seguito).
Successivamente il mito attribuì ad Asclepio / Ασκληπιος una moglie (la ninfa, principessa di Coo, Epione ovvero Epion / Ηπιονη Επιονα / o Lampezia, “la Mite, colei che allevia il dolore”), dalla quale avrebbe avuto – oltre a Macaone / Μαχάων e Podalirio / Ποδαλείριος – altri sette figli: Igea / Υγιεία (la salute), Panacea / Πανάκεια (che aveva il dono di curare tutti i mali), Iaso (che provocava le malattie) ma che altrove ritroviamo – probabilmente più correttamente - come Iaso - Ieso / Ἰασώ - Ἰησώ (la guaritrice), Egle / Αιγλη (madre delle Grazie), Acheso ovvero Akeso / Ακεσο (il quale sovrintendeva al processo di guarigione delle ferite), Telesforo ovvero Telesphoros / Τελεσφορος (divinità della convalescenza) ed infine Meditrina (la guaritrice: colei che preserva la salute e che altrove ritroviamo accompagnata ad un serpente) probabilmente da Μήδεια - “Mede-tor “ (corrispondente al latino medicator, medicus) che compare nelle Meditrinalia, in onore di Giove.
Il geografo greco antico Strabone (60 a.C. – 23 d.C. ca.) posizionava nella città tessala di Tríkala (Τρίκκαλα), nella pianura della Tessaglia, il più antico santuario di Asclepio (Geografia, Libri VIII-X). La stessa città - citata anche da Omero (“Que’ poi che Tricca e la scoscesa Itome / Ed Ecalia tenean seggio d’Eurito, / Han capitani d’Esculapio i figli, / Della paterna medic’arte entrambi / Sperti assai, Podalirio e Macaone. / - Iliade, II, 976-980; e “Tra le falangi achee corse veloce / In traccia dell’eroe. Ritto lo vide / Fra lo stuolo de’ prodi che da Tricca / Altrice di corsier l’avea seguíto: / - Iliade, IV, 242-245) - dove Asclepio sarebbe nato e di cui sarebbe in seguito diventato sovrano.
La figura dell’Asclepio guaritore (di Pluto) la ritroveremo in Aristofane (IV sec. a.C.), il quale sembra anche azzardare un parallelo tra l’ingiustizia del male e le necessità della vita.
Quindi, Podalirio e Macaone, figli di Asclepio, sarebbero stati i continuatori dell’arte della Medicina appresa dal padre. Da essi si sarebbe poi variegatamente articolata la discendenza degli Asclepiadi. Secondo quanto riporta Diogene Laerzio (Vite dei Filosofi, C. V, 1), a detta di Ermippo di Smirne (III – II sec. a.C.) nel Libro “Sopra Aristotele”, quest’ultimo sarebbe disceso da Nicomaco, a sua volta figlio di Macaone e, pertanto, era da ascriversi anch’egli alla famiglia degli Asclepiadi.
Dell’esistenza di Macaone perdiamo momentaneamente le tracce con la guerra di Troia.
Fozio di Costantinopoli (IX sec. d.C.), invece, citando Teopompo di Chio (IV sec. a.C.), prese a ricostruire la genealogia degli Asclepiadi. Egli afferma che gli abitanti della città di Syrna in Caria (l’attuale Bayir), discendenti da Podalirio, avrebbero dato origine alla stirpe degli Asclepiadi a Cos e a Cnido. Ed anche qui le vele della medicina muovono da Oriente (come d’altronde già prospettato nel Mito del Caduceo, di cui in precedenza).
Come narra Pausania il Periegeta, infatti, a Syrna sbarcò Podalirio, figlio di Asclepio, sopravvissuto alla guerra di Troia (viene qui citato insieme al fratello Macaone). Syrna sarebbe quindi diventata la culla degli Asclepiadi d’Asia e da Podalirio sarebbero derivati tre rami della famiglia: il ramo di Rodi (menzionato anche da Galeno, ma che presto si estinse) e quelli dell’isola di Cos e della città cnidia. Questo legame saldo tra Cnido ed Asclepio, confermato anche da altri scrittori, tra i quali Aristide, probabilmente fu conservato e tramandato dallo stesso Callifonte di Crotone (VI sec. a.C.).
D’altronde, dal punto di vista meramente storico, i contatti tra le due scuole sono comprovati da un’iscrizione contenente un decreto promulgato dall’associazione (koinón) degli Asclepiadi di Còo e Cnido. Ma l’evoluzione di tale rapporto andrà meglio indagato anche in rapporto all’evoluzione del pensiero ippocratico nell’ambito della pratica medica ed alla sua fortuna in pieno periodo ellenistico (nel merito, v. amplius: “Il pensiero e la Scuola ippocratica: Caratteri, nascita ed evoluzione”, di cui in seguito).
Rientrando nell’aristocratica genealogia ippocratica di Còo, rileviamo innanzi tutto l’ascendenza di Ippocrate: egli viene detto figlio dell'asclepiade Eraclide e di Fenarete.
Alcune fonti affermano che sposò un’aristocratica, dalla quale avrebbe avuto tre figli: Tessalo (che ritroviamo oratore protagonista nel Presbeutikos Logos – v. amplius ne “Le fonti”, di cui pure in seguito) e Dracone, divenuti anch’essi medici, ed una figlia, a sua volta data in isposa al medico Polibo, inizialmente discepolo di Ippocrate e successivamente a capo della scuola ippocratica [futuro autore, tra altro, del trattato “Περὶ Φύσιος Ἀνθρώπου” / “De Natura Hominis” (“La natura dell’uomo”) (la cui genitura venne peraltro apertamente contestata da Emile Littrè)].

ANEDDOTICA

La biografia di Ippocrate si presenta, quindi, per molti versi leggendaria ma parimenti aneddotica. Molto spesso i singoli racconti – anche se spuri - portavano intrinsecamente anche un giudizio di valore sulla persona del maestro di Cos.
Tra le numerose storie che si formarono intorno alla sua vita, riportiamo i seguenti aneddoti, quindi indipendentemente dalla loro attendibilità storica e/o dalle differenti interpretazioni che si fecero degli stessi avvenimenti:

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Il rifiuto di Ippocrate ad Artaserse

Uno degli episodi più dibattuti è il rifiuto di Ippocrate di recarsi in Persia su invito del re Artaserse I Longimano / Artakhšassa (V sec. a.C.), il quale vi regnò dal 464 a.C. sino al 425 a.C., data della sua morte.
Le motivazioni dell’invito risiedevano nella preoccupazione del sovrano di debellare definitivamente la pestilenza ch’era scoppiata nel suo regno e che mieteva vittime nel suo esercito.
Nei fatti, tutte le testimonianze confermano che in epoca arcaico-ellenistica i medici fossero tenuti in grande considerazione, anche a livello politico. Generalmente i medici itineranti (periodeuti / πεξηνδεπηαί) – come d’altronde lo fu anche Ippocrate – erano destinati a vagare per le varie città alla ricerca di pazienti da guarire ed offrendo i loro servigi. I medici più famosi, però, venivano solitamente convocati a pagamento dai sovrani delle corti più famose. E sappiamo per certo che i medici ed i filosofi greci ebbero frequentazioni anche con le corti dei re persiani.
In primis, con Eraclito, allorché questi rifiutò di recarsi alla corte del re persiano Dario, il quale era rimasto colpito dal suo libro “Sulla natura”. A nulla pare fossero valse le promesse allettanti di denaro ed alti onori. Con ciò Eraclito voleva significare il suo distacco dai beni materiali e il disprezzo per il potere e per la ricchezza, mentre "tutti quelli che vivono sulla terra sono condannati a restare lontani dalla verità a causa della loro miserabile follia".
Ancora, col medico Ctesia di Cnido (V-IV sec. a.C.), il quale, con la decadenza della scuola cnidia e l’eclissarsi dalla scena dei suoi massimi rappresentanti, avrebbe servito per ben 17 anni alla corte achemenide del re persiano Artaserse II Mnemone (452 a.C. – 358 a.C.), il quale fu re dal 405 a.C. sino alla morte (anche se, nel caso specifico di Ctesia, non è chiaro se, prima di divenire medico personale di Artaserse, fosse stato da questi fatto prigioniero durante la battaglia di Cunassa).
E si narra che lo stesso Ctesia – probabilmente geloso della considerazione di cui aveva goduto per 30 anni Apollonide di Kos (V sec. a.C.) presso la corte persiana di Serse I di Persia ed Artaserse I – avrebbe raccontato che questi aveva fatto sotterrare vivo Apollonide, medico originario di Cos, su istigazione della propria madre Amestris, per vendicare il peggioramento delle condizioni di salute della figlia Amitis.
Ancora, sempre in relazione alle corti di Persia, tramite la Suda sappiamo che Desippo di Còo – discepolo di Ippocrate – pare avesse promesso ad Ecatomno (IV sec. a.C.) - satrapo di Caria durante il regno di Artaserse II di Persia (404-358 a.C.) – che ne avrebbe curato i figli Mausolo e Pissodaro, gravemente malati, solo a patto che avesse posto termine alla guerra contro il suo paese. Ed Émile Littré ci dice che, all’epoca, ad Alicarnasso era presente anche Dionisio.
Tanto per dimostrare che risulta verosimile – in quanto non insolito per quei tempi - che anche Ippocrate sia stato contattato dalla corte del re Artaserse e che il suo rifiuto – nonostante le allettanti offerte di denaro - non si fosse basato su motivi personali bensì su motivazioni meramente politiche.
L’episodio risulta dal famoso “Decreto degli Ateniesi", con cui veniva concessa la cittadinanza ad Ippocrate, unitamente ad altri privilegi.
In esso si loda la figura di Ippocrate come colui che si era opposto all’invasione persiana e che si era impegnato in patria nella pubblicazione di testi scientifici per formare nuovi medici e divulgare in generale la cultura della pratica medica. Il “decreto” offriva, inoltre, la possibilità ad Ippocrate di recarsi quotidianamente al Prytaneum, il centro religioso e politico della comunità e quindi la “casa” ufficiale di tutto il popolo, per cibarsi.
Si racconta che Artaserse si fosse allora rivolto ad Istane, perché cercasse di convincere il maestro di Cos, ma che il governatore dell’Ellesponto avesse ricevuto eguale rifiuto da Ippocrate. Quest’ultimo gli avrebbe risposto che quanto aveva gli era sufficiente per vivere e che non aveva alcun bisogno delle ricchezze dei persiani né gli era moralmente permesso di adoperarsi per guarire dei barbari, nemici del popolo greco.
I più malevoli sostennero che Ippocrate si era preoccupato di seguire la pestilenza divampata in Persia solo per evitare che potesse diffondersi nelle regioni della Grecia.

Le pestilenze

Per quanto riguarda le pestilenze che andavano diffondendosi sul territorio greco ed illirico, esistono varie versioni: alcune vanno nel senso di riconoscere ad Ippocrate il merito di essere intervenuto e di aver debellato le epidemie; altre, invece, affermano che il medico di Cos si sarebbe rifiutato, in alcuni casi, di intervenire.
Secondo Sorano, le città di Atene, Abdera e l’Illiria avrebbero dovuto essere grate ad Ippocrate per essere state liberate da epidemie che stavano mietendo grandi stragi tra le popolazioni civili. All’epoca, però, le epidemie si diffondevano con molta frequenza e, nel caso della pestilenza di Atene citata da Sorano, non si può dire se si tratti di quella narrata dallo storico Tucidide del 430/429 a.C., il quale pure – nelle sue Storie – non fa alcuna menzione di Ippocrate. Proprio per quanto non dice Tucidide, il Littrè ritiene difficile ammettere che Ippocrate avesse reso i suoi servigi a favore della città ateniese, allorchè divampò la peste tra il 430 ed il 429 a.C..
Ma proviamo a leggere parte di quanto riporta Tucidide, nelle sue “Storie” (o “Guerra del Peloponneso) - II, 47-48-49-50:
"(Dopo non molti giorni) la pestilenza cominciò a sorgere in Atene; si dice, sì, che essa anche prima fosse scoppiata in molte località, a Lemno e in altri paesi, tuttavia un tale contagio e una tale strage non erano avvenuti in nessun luogo a memoria d'uomo. Ché non bastavano a fronteggiarla neppure i medici i quali, non conoscendo la natura del male, lo trattavano per la prima volta; anzi loro stessi morivano più degli altri , in quanto più degli altri si accostavano al malato, e nessun'altra arte umana bastava contro la pestilenza. Tutte le suppliche fatte nei luoghi sacri e ogni rivolgersi ai vaticini e a cose del genere risultò inutile, e alla fine gli uomini abbandonarono questi espedienti, sopraffatti dal dolore.
Dapprima, a quanto si dice, la pestilenza cominciò in Etiopia ... poi sorse anche in Egitto ed in Libia e nella maggior parte della terra del Re. Ad Atene piombò improvvisamente, e dapprima contagiò gli uomini al Pireo, sì che dagli Ateniesi si disse anche che i Peloponnesiaci avevano gettato dei veleni nelle cisterne (al Pireo, infatti, non vi erano ancora delle fontane). Successivamente la pestilenza raggiunse anche la città alta, e allora gli uomini morivano in maggior numero. Si dica su questo argomento quello che ciascuno pensa, sia medico sia profano, sia sulla probabile origine della pestilenza, sia sulle cause che si potrebbero ritenere adatte a procurare tanto sommovimento. Io dirò di che genere essa sia stata e mostrerò quei sintomi che uno potrò considerare e tener presenti per riconoscere la malattia stessa, caso mai scoppiasse una seconda volta. Giacché io stesso ne fui affetto e vidi altri malati.
Quell'anno era stato, come tutti riconoscevano, sano più di ogni altro per quanto riguardava le malattie; se anche uno si era ammalato prima della pestilenza, ogni malattia andò a finire in questa. Gli altri invece erano presi improvvisamente, senza nessuna ragione, mentre godevano perfetta salute, innanzitutto da forti calori alla testa e da arrossamenti e da bruciori agli occhi: le parti interne, cioè la gola e la lingua, subito erano di color sanguigno ed emettevano un fiato strano e fetido. Infine, dopo questi fenomeni, sorgevano starnuti e raucedine, e dopo non molto tempo il male scendeva nel petto assieme a una forte tosse; e quando si fissava nella bocca dello stomaco, vi produceva convulsioni, mentre sopravvenivano svuotamenti di bile di tutti quei generi nominati dai medici, e per giunta con forti dolori. Ai più capitava un singhiozzo con vani sforzi di vomito che dava violente convulsioni, le quali poi diminuivano negli uni dopo il cessare del singhiozzo, negli altri anche molto tempo dopo. E il corpo, a toccarsi esteriormente, non era nè troppo caldo né pallido, ma rossastro, livido, fiorito di piccole pustole e ulcere; le parti interne ardevano a tal punto da non poter sopportare il rivestimento di vesti leggere o di lini, né altro che non fosse l'andar nudi, e il gettarsi con gran piacere nell'acqua fredda. E molte persone non curate facevano questo, gettandosi nei pozzi, prese da sete insaziabile; tuttavia il bere molto o poco dava lo stesso risultato. E continuamente li tormentavano la difficoltà di riposare e l'insonnia, mentre il corpo, per tutto il tempo in cui il morbo raggiungeva il culmine della violenza, non si consumava, ma inaspettatamente resisteva al tormento, sì che per la maggior parte morivano dopo nove o sette giorni per l'ardore interno, ancora in possesso di qualche forza; oppure, se scampavano, con lo scendere della malattia negli intestini, e col prodursi di una forte ulcerazione e il sopraggiungere di una diarrea violenta, i più morivano in seguito, sfiniti per questa ragione. Percorreva infatti tutto il corpo , a partire dall'alto, il male, il quale dapprima si era localizzato nella testa, e se uno scampava ai casi più gravi, ciò era indicato dalle affezioni che il morbo aveva arrecato alle sue estremità. Invadeva infatti i genitali e le estremità dei piedi e delle mani; e molti si salvarono con la perdita di queste parti, alcuni anche degli occhi. Altri, guariti, erano presi subito da dimenticanza di ogni cosa, e non riconoscevano se stessi o i loro congiunti.
Poiché l'aspetto della pestilenza era al di là di ogni descrizione: in tutti i casi il morbo colpiva con una violenza maggiore di quanto potesse sopportare la natura umana, e in questo particolare soprattutto esso mostrò di essere diverso da uno dei soliti: quegli uccelli quadrupedi che si cibano dei cadaveri, sebbene molti fossero stati lasciati insepolti, o non vi si avvicinavano o, dopo averne gustato le carni, morivano. Eccone la prova: di tali uccelli si verificò un'evidente sparizione, e non si vedevano né altrove né vicino a niente del genere; i cani rendevano più manifesto l'accaduto, poiché sono soliti vivere con gli uomini...".
A questo punto, è possibile che la peste di cui trattasi scoppiò ad Atene solo dieci anni più tardi, vale a dire tra il 419 ed il 416 a.C.. In tal caso, anche la cronologia può testimoniare a favore di un Ippocrate più maturo ed affermato sulla scena dell’arte medica ellenica, al cui fianco una parte importante poteva allora recitare il figlio Tessalo.
La fonte è costituita sempre dal su richiamato “Decreto degli Ateniesi” – peraltro facente parte del Corpus Hippocraticum e confermata da Plinio il Vecchio - laddove recita: “...Il popolo d’Atene...decreta che Ippocrate sia iniziato ai grandi misteri, come fu Ercole, figlio di Giove. Egli riceverà una corona d’oro, ed un araldo proclamerà tale dono nelle grandi Panatenee / Παναθήναια , Panathénaia /...”.
Un Ippocrate quindi, almeno secondo la leggenda, iniziato ai misteri eleusini - riti religiosi che si celebravano tradizionalmente ogni anno nel santuario di Demetra nell’antica città greca di Eleusi - come già lo erano stati Asclepio, Platone e Socrate tra i soli Greci. La leggenda vuole che si fosse recato ad Eleusi insieme al figlio Tessalo e che qui abbia ricevuto in dono una corona d'oro del valore di 100 pezzi d'oro.
In Galeno possiamo leggere che Ippocrate riuscì a debellare la peste ad Atene facendo accendere ovunque grandi fuochi di erbe aromatiche. Nel merito,  il medico e scrittore bizantino Giovanni Attuario / Johannes Zacharias Actuarius  (XIII – XIV sec.) afferma che Ippocrate avesse fatto accendere grandi fuochi solo quando si era accorto che la pestilenza non aveva colpito i fabbri e tutti coloro che lavoravano vicino al fuoco. In questo modo, Ippocrate avrebbe purificato l’aria e provocato la fine della malattia.
Per tale motivo – chiosa Actuarius - gli Ateniesi avrebbero elevato una statua di ferro in onore del medico di Cos, con questa iscrizione:
“Ad Ippocrate, nostro salvatore e nostro benefattore”.
Per quanto riguarda l’Illiria, si disse che Ippocrate avesse addirittura predetto che sarebbe divampata una terribile pestilenza che vi si stava lentamente diffondendo e che – pur sollecitato dalla corte reale - non vi si sarebbe recato personalmente ma vi avesse inviato propri discepoli per tenere la situazione sotto controllo.
Più possibilisti sono invece alcuni studiosi sull’intervento personale di Ippocrate nella regione greca della Tessaglia, sempre al fine di debellarvi una pestilenza.
Nel II sec. a.C. Marco Terenzio Varrone, in mancanza di testimonianze certe, si sarebbe chiesto: “il medico Ippocrate, durante la grande peste, non ha salvato un solo luogo ma diverse città?”.

L’incendio del tempio di Asclepio

Il racconto che venne fatto dell’accaduto apparve da subito controverso: molte persone affermarono di aver visto Ippocrate fuggire dal Tempio di Asclepio, portando via con sé alcune tavolette di argilla, poco prima che sciaguratamente vi scoppiasse un incendio.
Il racconto si dimostrò subito verosimile, in quanto era uso a quel tempo conservare la descrizione dei singoli casi clinici nei templi di Asclepio – come già avevano fatto in passato i medici della scuola di Cnido. Il maestro venne accusato di essere stato il responsabile dell’incendio, che avrebbe appiccato per celare le fonti delle proprie conoscenze mediche e/o di quelle dei rivali della scuola cnidia.
Coloro i quali non gli erano pregiudizialmente ostili, però, riconobbero in lui l’incarnazione del dio e lodarono il suo intervento, teso a salvare le sacre tavole.
Sembra che una versione del racconto venne tratta da quanto riportato nell’opera enciclopedica varroniana delle “Disciplinae”, alla cui sistemazione delle arti liberali si sarebbe rifatta la cultura medievale. Composta in 9 Libri da Marco Terenzio Varrone (116 a.C. – 27 a.C.) nell’ultimo decennio della sua vita, l’opera é andata oramai definitivamente perduta. Secondo Varrone, Ippocrate avrebbe dato fuoco alle tavole del tempio di Cos dopo averle copiate.
Delle altre versioni, ricordiamo:
- la versione, prima in ordine cronologico, data da Andrea (in greco Ἀνδρέας , in latino  Andrĕas) - vissuto al tempo di Tolomeo Filopatore (III sec. a.C.) e detto anche Andrea Erofileo o di Caristo –, il quale riportò che Ippocrate aveva dato fuoco al Tempio di Asclepio che si trovava a Cnido dopo aver copiato i migliori frammenti di medicina che conteneva. Pare che Andreas avesse scritto dell’incendio nella sua opera “De artis medicae origine” (pare che Ippocrate fosse uso scrivere non su tavolette di argilla bensì su tavolette intonacate di cera ovvero su pelli di animali);
- quella del grammatico bizantino Giovanni Tzetze / Ἰωάννης Τζέτζης (1110 d.C. – 1180 d.C.), di molto posteriore, che ricalcava quella riportata da Varrone e che – a quanto pare - all’epoca era stata censurata. Essa raccontava meramente che Ippocrate aveva distrutto col fuoco le antiche tavole dei medici conservate presso la Biblioteca di Còo (tale versione la si fa derivare dalla Vita di Sorano);
- infine, quanto citato da Plinio il Vecchio (I sec. d.C.), il quale, senza citare Ippocrate né alcuna Biblioteca, affermò che nell’incendio erano andate distrutte solo alcune tavolette.
La veridicità dell’episodio venne, comunque, contestata “in toto” dal lessicografo francese Émile Maximilien Paul Littré.

L’ammirazione di Ippocrate per Democrito

Si narra che abbia conosciuto il filosofo greco antico Democrito (co-fondatore dell'atomismo) - vissuto nel V – IV sec. a.C e che lo tenesse in grandissima considerazione. Tanto che lo stesso Ippocrate, per dimostrare la propria ammirazione, pare scrivesse le proprie opere in dialetto ionico, quantunque fosse di nascita dorica (ricordiamo qui che nelle opere attribuite ad Ippocrate si riscontra nondimeno anche un gran numero di espressioni di origine attica).
Sempre relativamente a Democrito, un altro aneddoto - peraltro verosimile e noto sin dall’epoca romana - narra di una sua visita al filosofo Democrito su invito degli abitanti di Abdera, i quali ritenevano che il filosofo fosse pazzo perché sòlito ridere di tutto. Il fatto risulta verosimile in quanto viene raccontato anche da Filone di Alessandria in una sua opera (v. al riguardo ne “le fonti” - di cui in precedenza).
Ippocrate avrebbe ottenuto per lui l’indulgenza degli abderiti, affermando poi che andava considerato come il più saggio degli uomini, in quanto in realtà rideva della loro follia [Democrito fu soprannominato “Sapienza” ed anche “il (Gran) Derisore” (intendi anche: “il filosofo del riso") per la sua abitudine di deridere gli uomini nel loro attaccamento alle vanità].

La guarigione del re Perdicca

Ancora,  in Sorano si parla di Ippocrate attribuendogli la guarigione del re Perdicca di Macedonia dalla consunzione da cui era afflitto per una “malattia d’amore“ per la suocera File.
Il fatto potrebbe essere verosimile, giacché Ippocrate viaggiò molto e pare abbia anche dimorato nelle città di Olinto, Pella ed Acanto, che per lungo tempo pure furono trascinate nei destini del regno di Macedonia. Sempre, naturalmente, che anche qui non si sia ceduto nella tendenza alla glorificazione del maestro di Cos. Il sospetto nasce dalla considerazione che un episodio simile – per di più avvenuto in epoca prossima alla precedente - viene narrato a proposito di Erasistrato, mentre costui esercitava la professione alla corte di Seleuco Nicànore, che conosciamo quale contemporaneo dello storico Megastene (350 -290 a.C.).

Le suture del cranio

Si attribuisce ad Ippocrate l’aver ammesso di essersi sbagliato una volta nel diagnosticare una ferita.
Nonostante non avesse una conoscenza approfondita dell’anatomia, egli era espertissimo di ossa, articolazioni e suture del cranio, come dimostra il Libro sulle fratture. Come ben sappiamo, il cranium consiste in più ossa che si fondono insieme tramite giunture dette suture: ebbene, Ippocrate sembra che suggerisca di non confondere alcune ferite alla testa con le fenditure della calotta cranica, errore in cui anche lui confessa di essere incorso una volta.

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Il "piccolo scaffale"

Durante il III sec. a.C., i Tolomei di Alessandria d’Egitto desideravano arricchire la loro Biblioteca più di quella dei re di Pergamo (si narra che la Biblioteca alessandrina arrivò a contenere circa 600.000 testi, praticamente l’intero sapere greco).
Invitarono pertanto moltissimi medici a portare le loro opere in Egitto, soprattutto quelle di Ippocrate, il quale all’epoca veniva tenuto in grande considerazione, affinché potessero essere oggetto di studio.
Tra quanti accorsero ad Alessandria, figurava anche Mnemone di Pamfilia, il quale si vantò di avere portato opere ippocratiche in gran copia.
Alcuni saggi alessandrini, però, si preoccuparono di distinguere le opere ippocratiche vere da quelle false e/o manipolate e raccolsero tutti gli scritti che giudicarono realmente attribuibili ad Ippocrate in un sito a parte, un piccolo scaffale della Biblioteca, per cui gli scritti ippocratici vennero detti da allora “gli scritti del piccolo scaffale” e catalogati sotto il nome "Ippocrate il grande".

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L'epitaffio

A proposito della morte di Ippocrate, leggenda vuole che gli sia stato dedicato il seguente epitaffio:
"Il tessalo Ippocrate, originario di Cos, nato dalla razza immortale di Febo, riposa qui. Ha innalzato molti trofei, vincendo le malattie con le armi di Igea; ha acquisito grande gloria, non per fato ma per scienza”.

Il miele di Ippocrate

La biografia di Ippocrate più nota (Vita di Sorano) riferisce che sulla tomba di Ippocrate c’era sempre uno sciame d’api, il cui miele possedeva proprietà terapeutiche. Difatti, pare che le nutrici lo usassero come rimedio efficace per le afte dei fanciulli.

Il Platano e la sorgente di Ippocrate

Nell’isola di Cos, la piazza centrale viene detta la “piazza del Platano” (in greco: Πλατία Πλατανου), per ricordare la leggenda che vuole che ai piedi di un gigantesco Platanus orientalis Ippocrate insegnasse la scienza della Medicina ai suoi discepoli.
Sorretto da impalcature per la sua vetustà, il suo tronco si presenta grande quanto una grotta, con un’estensione di ben 12 metri (secondo la tradizione, sotto tale albero predicò anche Paolo di Tarso). Si stima che l’albero attualmente esistente possa avere un’età approssimativa di 500 anni e che potrebbe discendere direttamente dal platano originale che cresceva sullo stesso luogo ai tempi di Ippocrate.
Ogni 5 settembre le donne del luogo, per simboleggiare la fine del vecchio anno e l’inizio del nuovo, usano portare sino al mare un ramoscello vecchio ed uno nuovo del platano, insieme a quelli di altre piante. Il ramoscello vecchio viene gettato nelle acque, mentre quello nuovo viene posato sulla battigia in modo che sia lambito da quaranta onde. Le donne tornano poi al platano di Ippocrate tenendo in mano una ciotola con acqua di mare e ciottoli: un lungo abbraccio sancisce la fine della cerimonia, propiziatrice di forza e salute. Al ritorno a casa, il ramoscello nuovo viene deposto nell’iconostasi.
Accanto al platano, si notano due sorgenti risalenti al periodo dell'occupazione ottomana mentre una scritta in lingua araba attesta che la loro acqua sia l'acqua della sorgente di Ippocrate.

LA "QUESTIONE IPPOCRATICA"

L'interesse e gli studi su Ippocrate e le opere ad esso attribuite andarono sempre più intensificandosi a partire dal Rinascimento. E la sua figura fu oggetto anche di innumerevoli aneddoti e rappresentazioni iconografiche.
Proprio la sua grandezza fece sì che la sua figura si circondasse di un alone di leggenda. Alcuni studiosi pretesero anche di “impiantare” una “questione ippocratica”, al pari di quanto era già accaduto per Omero. Nel caso di Ippocrate, però, la questione non doveva riguardare la veridicità della sua esistenza né in maniera esclusiva la reale attribuzione alla sua persona della paternità dell’opera scientifica più emblematica: il “Corpus Hippocraticum” (di cui pure si dirà in seguito, amplius, ne “Le opere”) bensì di come esso “Corpus” fosse venuto costituendosi, col passare dei secoli (ci sono giunte 53 opere per un totale di 72 Libri, tutte riferibili all’ambiente ippocratico ma non ascrivibili personalmente ad Ippocrate con assoluta certezza).
Ma non per tutti gli storici i termini della “questione” dovevano essere riconducibili meramente all’attribuzione del “Corpus”. Difatti, in letteratura critica è possibile rintracciare il nome di J. B. J. Boulet e quello che viene chiamato il suo “paradosso” circa la reale esistenza di Ippocrate, espresso nell’opera “Dubitationes de Hippocratis vita, patria, genealogia, forsan mythologicis; et de quibusdam ejus libris multo antiquioribus quam vulgò creditur. Dissertatio medico-historica, quam sistit et tueri conabitur die secunda mensis pluv. an. XII. praeside Petro Sue, J. B. J. Boulet [Hesdinensis] Medicus Insulanus, & c.”, 1804 (di cui, tra l’altro, conosciamo anche un’edizione Boulet, Didot, Parisiis, 1803-1804). Essa venne riportata, tra l’altro, dal “Medical and Physical Journal, ..., Vol. XXXIII, ... London, 1815, e dalla “Biografia Universale antica e Moderna”, ... Vol. XXIX, Venezia, 1826, la quale ultima chiama il Boulet “amatore del parodosso”. Vi leggiamo: “G. B. G. Boulet, tra altri, sostenne nel 1804, dinanzi alla facoltà di medicina di Parigi, una tesi latina, in cui s’ingegna di mostrare che il tempo nel quale visse il medico di Coo è incerto, che s’ignora del pari il luogo dove nacque e la sua genealogia, che la sua vita è un tessuto di favole: egli spinge il pirronismo fino a credere che la parola “Ippocrate” non sia un nome d’uomo, ma probabilmente quello d’una raccolta di libri scelti; tiene in oltre, che alcuni di tali libri risalgano ad un’antichità molto più remota che l’autore a cui vengono attribuiti; finalmente conchiude che quanto fu scritto intorno a tale famoso personaggio è puramente congetturale, e deve essere riposto fra quelle mitologiche invenzioni di che tanto si piacevano i Greci. Ma le prove sulle quali s’appoggia Boulet sono più speciose che solide; egli usa la diligenza di trascorrere sui punti più suscettivi di essere contraddetti della sua opinione, la quale, malgrado tutto l’ingegne che la sorregge, non persuase nessuno, e fu in oltre compiutamente confutata da Le Gallois...”.
La tesi, difatti, fu oggetto di un articolo critico del fisiologo e retore francese Le Gallois (Legallois) M. Julien Jean César, il quale, nel suo “Recherches chronologiques sur Hippocrate” datato (Paris) 1804, pur riconoscendo al Boulet valenza retorica ed erudizione nel portare avanti le proprie tesi, procedette ad una puntualizzazione delle problematiche e degli interrogativi che nascevano dall'analisi dell'esistenza di Ippocrate e dell’attribuzione delle sue opere, confutando nel merito le tesi sostenute dal Boulet.
Le opere del Legallois vennero raccolte e pubblicate a cura del figlio Eugéne in due edizioni (1824 e 1830) sotto il titolo “Oeuvres de C.ar Legallois...”, di cui, del Tomo II, riportiamo la chiusa dell’articolo su Ippocrate (ed. 1830):

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La traduzione, il commento e l’edizione monumentale ed integrale del “Corpus” – in 10 vol. (dal 1839 al 1861) - fu opera del lessicografo e filosofo francese Émile Maximilien Paul Littré (1801 – 1881). Con essa il Littré pretendeva di dare una sistemazione definitiva ed esaustiva delle singole opere costituenti il Corpus Hippocraticum, già oggetto in passato di commenti ed  interpretazioni testuali parziali.
In mancanza di fonti decisive, però, anche le argomentazioni del Littré parvero deboli ed ebbero buon gioco coloro i quali avanzarono dubbi non solo sull’esistenza di opere direttamente riconducibili ad Ippocrate ma persino sull’esistenza stessa del medico di Còo.
Il filologo e storico tedesco Carl Johann Fredrich (1871 - 1930) coi suoi studi su Ippocrate (in: Hippokratische Untersuchungen , in: XV / Band der Philologischen Untersuchungen /, Berlin, Weidmannsche Buchhandlung, 1899) – forte di una pretesa mancanza di sistematicità organica del Corpus - dà il via a quello che possiamo definire lo scetticismo critico moderno di cui parla l’ellenista francese Jacques Jouanna (n. 1935).
Nel 1911 il classicista tedesco Wilhelm Heinrich Roscher (1845 – 1923), con l’opera “Ueber Alter, Ursprung und Bedeutung der hippocratischen Schrift von der Siebenzahl, ein Beitrag zur Geschichte der ältesten griechischen Philosophie und Prosaliteratur”, avrebbe tentato di dare compiutezza analitica allo studio del connazionale Fredrich. Ad essa fece poi seguire “Die Hippokratische Schrift Von der Siebenzahl in ihrer vierfachen Überlieferung” (1912, 1913).
Già nel 1901 (Die Hippokratische Schrift), l’altro filologo e grecista tedesco (Ulrich Friedrich Wichard Emmo) Von Wilamowitz-Moellendorff (1848 – 1931) si era dichiarato sostanzialmente impossibilitato a dare risposte convincenti, arrivando – almeno inizialmente - ad affermare che “Ippocrate è un nome (“un semplice eponimo”) senza alcun supporto di opere”. Solo successivamente, lo stesso parve riconoscere ad Ippocrate la paternità delle opere delle Epidemie (I e III) e del Prognostico.
Gli studi su Ippocrate proseguirono – solo per citare alcuni nomi – con lo storico austriaco Theodor Gomperz (1832 – 1912) e gli scritti e le traduzioni di M. Wellmann e W.H.S. Jones. Nel merito specifico delle traduzioni dei testi ippocratici, Mario Vegetti ebbe a scrivere: “Ogni traduzione delle opere ippocratiche deve lamentare, per la maggior parte di esse, la mancanza di testi critici sicuramente accertati.” (Opere..., Torino, 1965)
Lo studioso Jacques Jouanna contribuì coi suoi scritti alla rinascita degli studi ippocratici – almeno per quanto riguarda il versante francese – ipotizzando (specifichiamo noi, ricalcando una traccia omerica) anche l’esistenza di una tradizione orale della letteratura e del pensiero ippocratici. Ippocrate (si vuole ancora ipotizzare per parte nostra) avrebbe potuto tenere lezioni orali e discorsi pubblici di tipo oratorio – a cui avrebbero potuto presenziare in primis alcuni suoi parenti, tra i quali Polibo – durante i suoi frequenti viaggi (v. altrove, a proposito dei “medici periodeuti” / Onesandros di Coo). D’altronde, i Greci arcaici dal secolo VIII al V a.C. -  a differenza di altre civiltà loro contemporanee, che avevano già strutturato organicamente e perfezionato un proprio metodo di scrittura, tanto da adottarlo nella stessa produzione letteraria - non erano ancora pervenuti, almeno sul versante dell’espressione dei contenuti poetici, ad un simile ed omogeneo livello di elaborazione: nello specifico della poesia, i due sistemi di scrittura della lineare A e della lineare B, rispettivamente di origine cretese e micenea, si erano spesso dimostrati inadeguati e troppo complessi (sembra che, oltre all'epica, anche la lirica arcaica sia stata inizialmente orale). D’altronde, sino agli sforzi di codificazione di Ippocrate, pare che gli stessi Asclepiadi avessero costituito un ordine di tipo sacerdotale al cui interno erano usi trasmettersi segretamente la scienza medica ed i suoi principi mediante tradizioni orali. E ciò indipendentemente dal fatto che alcuni contenuti dei testi ippocratici potrebbero essere stati trasmessi all’interno di lezioni orali tenute anche dallo stesso Ippocrate.
Ma ricordiamo qui che la stessa erboristica – e più in generale la farmacologia -, che pure nacque e si sviluppò all’interno di tradizioni orali e successivamente empiriche, si affermerà - a livello di scrittura - solo con i grandi erbari realizzati dai botanici per i medici. Un primo tentativo di descrizione di piante viene attribuito a Teofrasto (371 a.C. – 286 a.C.) mentre il primo erbario conosciuto - prototipo di tutti gli erbari successivi - è quello di Dioscoride, un medico di origine greca che nel I secolo d.C. venne a Roma e scrisse il De materia medica, codice copiato intorno al 515 d.C..
L’ipotesi della tradizione orale, però, non è stata mai privilegiata a livello critico, anche in quanto il dibattito sulla “questione ippocratica” è andato sempre più incentrandosi sulle problematiche dell’attribuzione delle varie opere del Corpus o – per estremi – sulla realistica attendibilità dei dati biografici riguardanti l’esistenza di Ippocrate. Lo stesso Ippocrate è stato sempre giudicato uno dei più grandi e talentuosi medici di tutti i tempi ma – volendo optare in toto o in parte per un’ipotesi di trasmissione orale dei testi ippocratici – non sarebbe poi così peregrino ipotizzare che la sua fama potesse essergli derivata in parte anche da una sua particolarità abilità oratoria, che avrebbe potuto coltivare anche entro le ristrette cerchie delle primarie scuole filosofiche. A tal proposito, lo stesso J. Jouanna sostiene – all’interno del suo “Hippocrate” – che Ippocrate, oltre ad essere stato uno dei più grandi medici dell’antichità, fu anche un filosofo, uno storico ed uno scrittore, il quale, per la sua capacità di osservazione ed analisi, non teme confronti nemmeno con Platone, Aristotele, Erodoto, Tucidide, Eschilo, Sofocle ed Euripide.
Nel merito della trasmissione orale, possiamo leggere in J. Jouanna (il quale intraprese con il suo “Hippocrate” anche una serie di studi a carattere archeologico):
La littérature médicale de l’époque classique se composait non seulement de traités écrit mais aussi d’oeuvres destinées à etre pronincées devant un public, L’auteur de l’Ancienne médecine  le laisse entendre clairement dans deux passages où il emploie les verbes <<dire>> et <<écrire>> pour désigner ceux qui ont composé des oeuvres médicales (c. 1, 118, 1 sq. λέγειν ἦ γράφειν; c. 20, 146, 7 sq.  εἶρηται ... ἦ γέγραπται). La Collection hippocratique elle-meme renferme, à coté d’oeuvres écrites, des oeuvres destinées d’abord à une publication orale, ces oeuvres orales pouvant etre soit des cours soit des discours. [...] le traité de de l’Ancienne médecine appartient néanmoins, selon toute vraisemblance, à la catégorie des discours épidictiques destinés primitivement à étre prononcés devant un public” (da: J. Jouanna, Hippocrate) – [Cfr. anche: Rhétorique et Médecine dans la collection Hippocratique. Contribution à l'histoire de la rhétorique au Ve siècle, Jacques Jouanna, REG, Tome XCVII (97 /fascicule 460-461/), Année   1984 /Janvier-juin/, pp. 26-44 -].