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IPAZIA (355/370 d.C. - 415 d.C.)

IPAZIA

Ipazia (“…‛Υπατία … ἄχραντον ἄστρον τῆς σοφῆς παιδεύσεως” “ “…Ipazia…astro incontaminato della sapiente cultura”, Pallada, Antologia Palatina, IX, 400) - (filosofa, matematica ed astronoma greca, Alessandria d'Egitto, Egitto, 355/370 d.C. – Alessandria d'Egitto, Egitto, 415 d.C.).
Nella Suda si legge che Ipazia fiorì sotto il regno d'Arcadio (395-408 d.C.), il che comporterebbe una data di nascita compresa tra gli anni 355 e 368; molti studiosi sono però più inclini ad indicarne la nascita intorno al 370 d.C..
Figlia di Teone Alessandrino, matematico ed astronomo, direttore del "Museion", la più famosa Accademia dell'antichità, fu da questi indirizzata verso gli studi scientifici, come lui stesso attesta nell'intestazione del III libro del suo commento al Sistema matematico di Tolomeo: “Commento di Teone di Alessandria al terzo libro del Sistema matematico di Tolomeo. Edizione controllata dalla filosofa Ipazia, mia figlia”. Nulla si sa della madre,  che non compare mai nelle lettere indirizzatele dall’allievo Sinesio. Abbiamo invece due dediche indirizzate al fratello di nome Epifanio, sia nel Piccolo commentario alle Tavole facili di Tolomeo sia nel IV libro dei Commentaria a Tolomeo, del padre Teone.
Nata e cresciuta nella colta Alessandria d’Egitto, capitale delle scienze dell'Impero Romano, seppe passare, come Damascio ebbe a testimoniare, dalla semplice erudizione alla sapienza filosofica. Suo padre Teone, metematico-filosofo, creò con lei un Centro Studi, dove si riunì la più importante comunità scientifica del tempo, ed una Biblioteca, contenente le opere originali dei più importanti pensatori. Alla morte del padre Teone, Ipazia gli successe a capo della scuola neoplatonica di Alessandria. Qui (oltre che ad Atene e in Italia) ebbe modo di approfondire i suoi studi filosofici. Socrate Scolatico parla di lei come della terza caposcuola del Platonismo, dopo Platone e Plotino.
Tutte le sue opere sono andate perdute o frammentariamente incorporate in pubblicazioni di altri autori; esistono comunque buone fonti che ci possono indicare quale sia stata la sua produzione: scrisse di filosofia neoplatonica, matematica ed astronomia. Sviluppò anche soluzioni alternative a vecchi problemi matematici nel suo commento in tredici volumi all’Aritmetica di Diofanto, “il padre dell'algebra", al quale si deve lo studio delle equazioni indeterminate (le diofantee) oltre che importanti elaborazioni delle equazioni quadratiche. Insieme al padre, scrisse un commento all'Almagesto di Tolomeo, ove inglobò tutte le conoscenze astronomiche e matematiche del suo tempo e un’edizione riveduta e corretta degli Elementi di Euclide.
Filostorgio e la Suda ci confermano che una delle discipline in cui Ipazia seppe distinguersi di più fosse l'astronomia, dove fece importanti scoperte a proposito del moto degli astri. Ipazia si occupò anche di meccanica e di tecnologia applicata. Antesignana della scienza sperimentale, studiò e realizzò l’astrolabio piatto e l’idroscopio (o aerometro) e rese partecipi i suoi contemporanei delle sue scoperte astronomiche scrivendo un Canone astronomico (una raccolta da lei compilata di tavole astronomiche e studi sul moto dei corpi celesti) che inserì in un commento in otto volumi a Le coniche di Apollonio di Perga, un'analisi matematica delle sezioni del cono.
Appassionata agli studi matematici, col suo insegnamento introdusse nel contempo molti alle scienze matematiche: fu maestra di Sinesio, lo studente venuto da Cirene e futuro vescovo di Tolemaide, che la chiamò “madre, sorella, maestra e benefattrice”, col quale intrattenne corrispondenza. "Detto questa lettera dal letto nel quale giaccio. Possa tu riceverla stando in buona salute, o madre, sorella e maestra, mia benefattrice in tutto e per tutto, essere e nome quant'altri mai onorato!". E le parole con cui prosegue, sono comprensibili solo alla luce di una completa comunione d'anime fra lui e la maestra pagana, al di sopra di ogni credo e di ogni ideologia, se si considera che Sinesio divenne poi vescovo cristiano. Sinesio seguì personalmente il perfezionamento dell’astrolabio da parte di Ipazia, tanto da pregarla, in una sua lettera da Costantinopoli, di inviarlo in visione al suo amico Peonio, che era molto appassionato di astronomia. Successivamente alla morte di Ipazia, lo stesso Sinesio procedette al suo perfezionamento sulla base degli insegnamenti ricevuti dalla sua veneratissima maestra e ne decantò la realizzazione nel De Dono. L'astrolabio era stato pensato per calcolare il tempo e per definire la posizione del sole, delle stelle e dei vari pianeti e consisteva di due dischi metallici forati, ruotanti uno sopra l'altro mediante un perno rimovibile. Sembra che Ipazia, grazie a questo strumento, fosse anche riuscita a risolvere alcuni problemi di astronomia sferica. Per l’astrolabio e per l’altro strumento dell’idroscopio Sinesio nutrì un interesse al limite della divinazione e del culto per l’idromanzia. Nell’Epistola 15, Sinesio descrive l’idroscopio: “un tubo cilindrico avente la forma e la misura di un flauto. In linea perpendicolare reca degli intagli, a mezzo dei quali misuriamo il peso dei liquidi. Da una delle estremità è otturato da un cono fissato strettamente al tubo, in modo che unica sia la base di entrambi. È questo il cosiddetto barillio. Quando s'immerge il tubo nell'acqua, esso rimane eretto e si ha in tal modo la possibilità di contare gli intagli, i quali danno l'indicazione del peso”.
Oltre che nell'arte dell'insegnamento, aveva raggiunto un tale livello di consapevolezza ed austerità che, pur essendo straordinariamente bella e seducente (sphodra kale te ousa kai eueides) riuscì a mantenere sempre un proprio equilibrio morale. Per Ipazia la filosofia fu "uno stile di vita, una costante, religiosa e disciplinata ricerca della verità". Sentendosi già “sposata alla verità”, non prese mai marito.
Partecipò attivamente alla vita della sua “polis”, rapportandosi sia con la gente più semplice sia con i potenti, i quali provavano verso di lei un timore reverenziale ed erano ormai soliti interpellarla sulle questioni più importanti. Secondo quanto riportato da Socrate Scolastico e Damascio, con Ipazia si andava realizzando la mitica "politeia", in cui erano i filosofi ad essere protagonisti e a decidere le sorti della città. Ipazia stessa sembrava destinata a ciò che rappresenta l'apogeo per la filosofia, vale a dire la dialettica (anche se lo stesso Damascio, forse influenzato dalla sua bassa considerazione delle scienze matematiche a favore dell'arte della retorica, affermò che Ipazia non giunse mai a tale livello di perfezione. Di diverso avviso fu invece Sinesio, per il quale solo le scienze matematiche potevano fungere da base per la ricerca dell'essere e del divino).

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Intorno al 375 d.C. era nato ad Alessandria anche Cirillo. Nipote di Teofilo, era cresciuto all’ombra dello zio sino alla sua successione al seggio episcopale, avvenuta nel 412.
Nel frattempo con Teodosio il Cristianesimo era diventato ufficialmente la religione unica ed obbligatoria dell'Impero. Ma tale progetto, in accordo con l’Impero Romano d’Oriente, avrebbe ben presto portato la ribellione da parte dei pagani ed il terrore nell’Impero e nella stessa Alessandria. Tra il 391 e il 392 furono emanati i decreti teodosiani che davano piena attuazione all’editto di Tessalonica (27 febbraio 380): tutti i cristiani che si fossero riconvertiti al paganesimo sarebbero andati incontro a severissime pene amministrative; venne inoltre interdetto l'accesso ai templi pagani e ribadita la proibizione di qualsiasi forma di culto, compresa l'adorazione delle statue. Questo garantì ai fanatici cristiani ed ai monaci l’appoggio dei vescovi e delle autorità imperiali locali e l’intervento dello stesso esercito nella distruzione sistematica dei templi e dei simboli pagani. Ad Alessandria d'Egitto il vescovo Teofilo aveva trasformato in chiesa un tempio di Dioniso (dove gli elleni usavano praticare il culto di Giove Serapide ed erano celebrati i culti di Iside e delle divinità egizie); alla rivolta ed alle violenze dei pagani contro i cristiani erano seguite una rappresaglia e la distruzione del tempio (391).
La parola d’ordine attuata dal vescovo Teofilo (morto nel 412) e dal nipote Cirillo era dunque la soppressione di pagani ed ebrei, la distruzione delle biblioteche e con esse del libero pensiero filosofico contrario ad una diffusione capillare della nuova religione.
Ad Alessandria, gravi dissensi erano subito nati tra il patriarcato ed il prefetto Oreste per la volontà di quest’ultimo di riaffermare la propria autorità nei confronti di quello che Socrate Scolastico definì un vero e proprio “principato” da parte del vescovo Cirillo; a ciò si aggiunse l’attegiamento ostile dei seguaci di Cirillo, colpevoli, secondo Oreste, di aver istigato il popolo ad espellere gli Ebrei alessandrini, accusati a loro volta di aver ucciso alcuni cristiani.
Nel 414 il prefetto Oreste, estimatore di Ipazia, viene aggredito da un gruppo di monaci parabolani e ferito. Il colpevole, tale Ammonio, muore sotto tortura ma viene fatto martire dal vescovo Cirillo sotto il nome di Thaumasius (“ammirevole”).
Questo è l’antefatto. Nel 415 Ipazia viene barbaramente uccisa. Se non si contestualizza l’uccisione di Ipazia nel clima di violenze e terrore che si venne a creare dopo l’editto teodosiano, non si riesce a coglierne il significato più profondo: un assassinio non tanto motivato da antipatia od invidia (phthonos) verso la persona di Ipazia ma mirante a distruggere tutto ciò che aveva rappresentato e continuava a rappresentare la filosofa alessandrina: l’autonomia del pensiero laico dal potere religioso e politico e l’unico collegamento tra le autorità locali ed il popolo, che continuava ad accorrere numeroso alle sue lezioni. In quel particolare momento di conflizione e di passaggio, il potere religioso costituito pretendeva di imporre il proprio verbo che il popolo avrebbe dovuto accogliere passivamente, senza resistenze. Quando il vescovo di Alessandria impose ad Ipazia la conversione al Cristianesimo ella rispose: “Se mi faccio comprare non sono una mente libera e non potrò mai studiare”. Nel marzo del 415 Ipazia fu assalita da un gruppo di monaci fanatici (i Parabolánoi , Παραβολᾶνοι), facenti parte della milizia privata di Cirillo, capeggiati dal lettore Pietro; venne trascinata in una chiesa e massacrata con dei cocci. “Una massa enorme di uomini brutali, veramente malvagi … uccise la filosofa…e mentre ancora respirava appena, le cavarono gli occhi” (Damascio, cit., 105, 5-6). I resti del suo cadavere fatto a pezzi furono disseminati per la città e bruciati nel Cinerone. Lo stesso Damascio sostiene che il caso venne archiviato a seguito dell’avvenuta corruzione di funzionari imperiali.
Il cristiano Socrate Scolastico non diede la colpa al vescovo, al contrario di Damascio di Damasco, il filosofo pagano, che affermò che Cirillo “si rose a tal punto nell'anima che tramò la sua uccisione…”. Damascio scrisse, cento anni dopo la morte di Ipazia, la sua biografia.
I primi ad interessarsi alla sua vita erano però stati, circa un ventennio dopo la sua morte, i due storici della chiesa Socrate Scolastico e Filostorgio.


Il progetto internazionale Ipazia dell’UNESCO (www.womensciencenet.org) dei primi del 2000 è andato a consolidare l’iniziativa del Centro Unesco di Torino (http://www.centrounesco.to.it), presieduto da Maria Paola Azzario Chiesa, datato 1999. L’iniziativa è stata presa su richiesta di 190 stati membri e suo intento è quello di creare un luogo fisico e virtuale che dia l’opportunità alle donne di tutto il mondo di riflettere sull’importanza del proprio lavoro e del loro specifico contributo al mondo della scienza.

In un epigramma Pallada tessé in suo onore uno degli elogi più belli:
"Quando tracciava una nuova mappa del cielo, Ipazia stava indicando una traiettoria nuova - e insieme antichissima - per mezzo della quale gli uomini e le donne del suo tempo potessero imparare ad orientarsi sulla terra e dalla terra al cielo e dal cielo alla terra senza soluzione di continuità ...".