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Medicina a Roma - I "signacula" 

A volte è possibile risalire al nome di un medico (in questo caso dell’Impero Romano) avvalendosi di un'interpretazione delle fonti iconografiche ed archeologiche, che può essere esclusiva oppure affiancarsi alle tradizionali fonti letterarie ed epigrafiche. In tali fonti iconografico/archeologiche rientrano anche i timbri a stampo che venivano usati dai medici al tempo della medicina romana. A causa della loro usura, non sempre, però, da essi è possibile risalire ad un’interpretazione letterale esatta ovvero pur anco minimale.
Nella Roma imperiale dei primi secoli dopo Cristo, accanto alla generica figura dei “iatròi”, di origine greca, erano venute creandosi alcune figure specialistiche, rappresentate dal “medicus chirurgus”, dal “medicus ocularius” e dal “medicus auricularius”. Di rango inferiore erano invece il “medicus ordinarius” ed il “miles medicus”, ai quali poteva affiancarsi il “medicus clinicus”. E proprio la specialistica medica avrebbe rappresentato il carattere distintivo della Medicina Romana.
Tali medici potevano usare anche dei tipari (i c.d. “signacula”), recanti l’impronta del sigillo, che erano generalmente in pietra o in bronzo. Il “pestello dell’oculista” – ad esempio – [“signaculum (medicorum) ocularium”] consisteva di una piccola piastra di pietra di alcuni centimetri, recante inciso generalmente il nome del medico oculista (ovvero del fabbricante/custode), il principale principio attivo, la posologia in gocce o in polveri (nel caso dei colliri) e l’affezione oftalmica per cui essi venivano usati.
Le centinaia di ritrovamenti archeologici testimoniano come detti “signacula” fossero comuni in tutte le provincie dell’Impero Romano della prima età imperiale ed in virtù di essi si può risalire:
-al nome del medico/commissionario;
-al tipo;
-al farmaco utilizzato [che poteva consistere - nel caso dei colliri – anche in un unguento/pomata solido secco, spesso con proprietà caustiche ed astringenti, a base di materie organiche mescolate a carbonato di calce, silice, piombo, rame o ferro ovvero – come nel caso del dyamisus – a base di mysus (sorta di solfato di ferro calcinato)];
-naturalmente al materiale impiegato per il signaculum (ad es.: pietra ollare o bronzo);
-alla provenienza;
-alla datazione presunta;
-a volte all’integrale o parziale lettura testuale dell’iscrizione (in lingua latina) su riportata.