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FILOTIMO (IV - III sec. a.C.)

FILOTIMO

Filotimo (in greco:  Φιλότιμος ; in latino: Philotimus) (medico greco, IV – III sec. a.C.).
Medico anatomista ellenistico del primo periodo, successore di Ippocrate e discepolo del più celebre anatomista Prassagora di Kos, la sua figura viene inquadrata cronologicamente all’epoca della scuola alessandrina di Erofilo, del quale fu compagno, e di Erasistrato. Còo rimase anche nell’età ellenistica un celebre centro di insegnamento della medicina e molti medici dell’epoca vi si formarono, sotto la guida di Prassagora; in particolare Filotimo viene unanimemente riconosciuto come uno dei più celebri medici anatomisti della sua epoca (anche se gli viene riconosciuto – soprattutto tramite Galeno – un particolare rilievo anche sul versante della mera dietetica). Ancora, allo stesso Filotimo nonché al suo maestro Prassagora e, ancora, all’altro discepolo di quest’ultimo, Plistonico – e da questi ai loro discepoli - viene attribuito un particolare interesse per lo studio dettagliato degli umori, tra cui quello della c.d. bile nera [durante il periodo ippocratico, in Grecia era andata diffondendosi la c.d. febbre dell’acqua nera ed è presumibile che la bile nera – più che a sintomi veri e propri – si riferisse allora al colore nero come manifestazione di cose spiacevoli e maligne; gli altri tre umori erano ben visibili nelle ferite (sangue), in gola (flemma) e nelle urine (bile gialla)]. In effetti, Prassagora e Filotimo vengono unanimemente riconosciuti – già dai tempi di Galeno: “De ven. sect. adv. Erasistr.”, cc. V-VI – Vol. XI - come appartenenti alla c.d. Scuola dogmatica, che dette impulso, tra l’altro, allo studio degli umori. Al riguardo leggiamo: “...Questa scuola (intendi: la scuola dogmatica) ha il merito eziandio d’aver perfezionata la dietetica, ampliata la patologia umorale e spinta innanzi la chirurgia con ardite operazioni, per le quali sono da menzionarsi Filotimo, Crisippo e Prassagora di Coo...” (da “Il Giornale delle scienze medico-chirurgiche...” – V. XIV – Pavia, ... 1841). Altrove viene citato negli “Opuscoli Morali di Plutarco Cheronese Filosofo e istorico notabilissimo...” (T. III – Roma,... 1790), a proposito della saggezza che deve avere un buon medico nel consigliare agli uomini come condurre una vita giusta ed onesta e come comportarsi nei confronti dei propri mali e degli amici. Tanto da sentenziare, tra l’altro:
“Amico, dia congedo egli all’amica,
Lasci il gioco dei dadi, e in sommo pregio
L’avremo in altro.” (Op.sc., Verona,1783).
Anche se – a dire la verità e almeno per quanto riguarda il XVII secolo – la figura del medico greco non dovette lasciare nei posteri una profonda impressione: afferma scientemente Leonardo Di Capua, anche se commendati e tenuti in pregio da Galeno, “è da dir nondimeno, che no’ troppo bene filosofassero eglino (intendi: Filotimo, Nesiteo, Eudemo e Marino) in medicina, e che molto poco altresì valessero in notomia...” (“Parere del Signor Lionardo di Capoa”, Napoli, ..., 1681).
Comunque – al di là dei meri apprezzamenti [v. al riguardo il trattato galenico “Sulle proprietà naturali”/”De naturalibus facultatibus”, che segna una critica al filone della medicina asclepiadea greca per una concezione troppo materialistica della realtà (1.11; 3.30-31)] – le citazioni più numerose del medico greco le ritroviamo in Galeno, non solo riguardo alla dietetica ma anche per quanto riguarda in genere la sua biografia e la restante produzione letteraria (v. in Galeno, tra l’altro: DE ALIMENT. FACULT. / L. XII - Vol. VI /;
DE METHODO MEDENDI (Metodo terapeutico) / L. III – Vol. X /;
COMMENTO IN HIPPOCR. APHOR. / VI. 1, Vol. XVIII /;
COMMENTO IN HIPPOCR. DE ARTIC. / IV. 40, Vol. XVIII / (laddove lo sappiamo citato da Eraclide di Taranto)/;
DE USU PARTE / VIII. 3, Vol. III / c. 12 /).
Pochissimi frammenti sull’alimentazione e la cucina delle opere di Filotimo li ritroviamo in Ateneo (VII. 81, p. 308; III. 20, 24, pp. 81, 82). Lo ritroviamo inoltre in Celso, Celio Aureliano, Oribasio, Aezio e in uno scolio omerico.
Plutarco di Cheronea lo dice medico ateniese e nel “De recta ratione audiendi” – C. 10 – ce ne riferisce laddove leggiamo: “... A costoro si può ripetere la risposta data da Filotimo a un uomo settico e macilento, che si era rivolto a lui per chiedergli una curetta contro il giradito; quando dal colorito e dalla respirazione si fu reso conto delle sue condizioni: «Mio caro -gli disse- nel tuo caso non ha senso parlare di giradito». Nemmeno per te, ragazzo mio, è tempo di indagare su problemi di quel genere, ma su come tu possa liberarti da presunzione, alterigia, amori e insulsaggine e costruirti una vita modesta e sana.”.
E ancora, sempre in Plutarco (“Πῶς ἄν τις διακρίνοιε τὸν κόλακα τοῦ φίλου”  - “Quomodo adulator ab amico internoscatur” / “Come distinguere l'adulatore dall'amico” ovvero “De adulatore et amico”):
“Cap. XXXV. Inoltre, Tucidide dice: “Colui che s'attira l'odio per motivi molto importanti, ha scelto la strada corretta”. Conviene dunque all'amico prendere su di sé il lato odioso del biasimo quando sono in questione motivi seri ed eccezionali. Ma se brontola per tutto e contro tutti e, invece di comportarsi da amico con gli intimi, fa loro la lezione di continuo, i suoi ammonimenti risulteranno inefficaci e come smussati quando si tratterà di problemi di primaria importanza. Avrà fatto un cattivo uso della franchezza, come se un medico ordinasse un farmaco violento o amaro ma necessario nei casi gravi, e per di più costoso, a un caso benigno e frequente. L'amico dunque si guarderà bene dall'esser litigioso senza posa.
Tuttavia, se l'altro l'infastidisce e l'accusa per ogni inezia, ne approfitterà per attaccarlo sui suoi errori più gravi. Ad un uomo che aveva una grave infezione al fegato e che era venuto a mostrargli un patereccio, il medico Filotimo disse: «Caro mio, qui non si tratta di un patereccio!». Anche all'amico si presenta l'occasione di dire a chi s'accanisce su delle piccolezze: “Perché parliamo di scherzi, di bevute e di quisquilie? Costui, carissimo, deve mandar via l'amica, smettere di giocare ai dadi, e per il resto avremo un uomo meraviglioso!”. Chi si fa perdonare le piccolezze darà
volentieri la libertà di parola al suo amico per le questioni importanti. Chi invece s'intromette di continuo, è sempre amaro e sgradevole, vuol saper tutto ed è intrigante, non solo si renderà insopportabile ai figli ed ai fratelli, ma lo sarà persino per gli schiavi.”.
Émile Maximilien Paul Littré parla della perdita definitiva delle sue opere – unitamente a quelle di Filistione, di Ctesia, di Diocle, di Prassagora, di Dieuche e in genere delle Sentenze Cnidie – e di come tale perdita ci abbia lasciato senza punti di comparazione con gli scritti che costituiscono il Corpus Ippocratico. In questo periodo ippocratico, difatti, lo studioso francese riscontrò la maggiore lacuna della letteratura medica.
Alcune opere in greco di Filotimo - insieme a quelle di altri autori greci quali (in ordine meramente alfabetico) Antillo, Ateneo, Diocle, Dioscoride, Eraclide, Galeno, Ippocrate, Mnesiteo di Atene, Oribasio, Rufo (d’Efeso) e Senocrate - furono tradotte in lingua siriaca. Di esse ad oggi rimangono solo pochissimi frammenti, citati nei manoscritti siriaci su “Le differenti specie di erbe, piante ed animali ed il loro valore medicinale o nutritivo” (syr. 594, ff. 58b-150a) e su “La terapeutica” - quest’ultimo rintracciabile nella prima parte del manoscritto 594 - conservati presso la Selly Oak Colleges Library di Birmingham (Coll. Mingana 594 e 661).
Per quanto riguarda l’anatomia, viene citato da Galeno per i suoi studi sul cervello (che ritenne essere una propaggine del midollo osseo) ed il cuore, definendoli entrambi organi di nessuna utilità.
Per quanto riguarda la dietetica e l’alimentazione (nel merito della quale gli viene attribuita da Galeno la paternità di un’opera di almeno 13 Libri), a proposito del consumo della carne, gli viene attribuito il consiglio di consumare carni di animali adulti invece che di animali giovani; e che, ovviamente, ancora peggio era da considerarsi consumare le carni degli animali più vecchi.
E, a proposito dei pesci, leggiamo in Galeno: “Filotimo ha parlato anche di questi pesci, nel II Libro della sua opera “Sul cibo”:
“I pesci tessitori, i capponi, i selaci, i paganelli, gli occhialoni, i sugherelli, le triglie, i persici, gli scari, i pescecani, i gronghi, gli squali di grandi dimensioni, i pesci-martello e tutti i pesci con carni dure sono di difficile digestione ed apportano al corpo succhi densi e salati.”.
Ma Filotimo viene citato anche nel merito di un’interessante descrizione dei pazienti malinconici, i quali avvertono “il capo lieve, diverso, arido, come se non esistesse”. Tale descrizione porta automaticamente a teorizzare come lo stesso medico greco avesse cercato di avvalorare in tali condizioni patologiche l’ipotesi della presenza di condizioni di alienazione.