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FILOTA di Amfissa

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FILOTA di Amfissa

Filota (Φιλώτας, Philòtas) di Amfissa (Άμφισσα) (medico greco, Amfissa, Focide, I sec. a.C.).
Sappiamo che studiò ad Alessandria d’Egitto ed un suo racconto al nonno di Plutarco Lampria (aneddoti sulla corte di Alessandria: 28, 3; 7;12) viene considerato una fonte per la ricostruzione della vita del triumviro Marco Antonio, di cui ebbe modo di conoscere personalmente il figlio Marco Antonio Antillo (46 a.C. – 30 a.C.).
Racconto (da Le vite degli uomini illustri di Plutarco - versione di Girolamo Pompei, Napoli, 1839):
“...Antonio.. si lasciò da essa condurre in Alessandria; e quivi, datosi a’ divertimenti ed a’ giuochi da fanciullo che meni vita oziosa o sfaccendata, consumava e perdeva il tempo nelle delizie; consumo, come dice Antifone, preziosissimo. lmperciocché formata s’era fra loro una certa compagnia, la quale appellavasi degli Amimetobi: e si convitavano ogni giorno a vicenda con un incredibile eccesso di spesa. Filota medico anfisseo raccontava a Lampria, avolo mio, che, trovandosi egli allora in Alessandria ad apprender quell’arte, e fatt’avendo familiarità con uno de’ regi cucinieri, si lasciò, siccome giovane ch’era, persuadere da costui di andarsene a vedere la sontuosità e l’apparato di una cena. Stat’essendo adunque introdotto in cucina, e veggendo ivi, oltre una grandissima quantità d’altre cose, anche otto cinghiali che arrostendo si andavano, si meravigliò pensando alla gran moltitudine ch’esser doveavi di convitati: ma il cuciniero allora si mise a ridere, e dissegli che queglino, che a cenar aveano, non erano se non se dodici; ma che d’ uopo era che ognuna delle vivande che poste veniano in tavola fosse nel vero suo punto di perfezione, il qual punto da un momento all’altro guastavasi: e avvenir poteva che Antonio domandasse da cena forse subito, e forse poco dopo, e potuto avrebbe pur anche avvenire che traesse il tempo in lungo assai, domandato che avesse da bere, o introdotto che si fosse un qualche ragionamento:ond’esser doveano messe in ordine non già una, ma molte cene; perocchè difficile era il saper cogliere il tempo. Queste cose raccontava Filota: e disse ancora che in progresso poi di tempo stat’era anch’egli fra quelli che corteggiavano il maggiore de’ figliuoli di Antonio natogli da Fulvia, e che cenava lautamente appo lui insieme cogli altri amici, ogni volta che il giovane non cenasse col padre; e che un giorno, essendovi un altro medico prosontuoso, il qual dava loro, mentre cenavano, moltissima noia, ei gli turò la bocca con un sì fatto sofisma: “A chi sia in qualche modo febbricitante dar si vuole dell‘ acqua fredda; ma ognuno, che abbia la febbre, é febbricitante in qualche modo: dunque ad ognuno, ch’abbia la febbre, dar si vuole dell’acqua fredda”. Restato però essendo colui sorpreso e ammutolito, grande piacere ne provò il giovane, e, datosi a ridere, disse rivolto a Filota, e indicandogli la mensa carica di vasellame: Queste cose tutte, o Filota, io ti dono. Filota pertanto lodò la pronta disposizione del di lui animo, senza accettar già il regalo, lontano essendo dal credere che un fanciullo di cosi poca età arbitrio avesse di poter fare donativi sì grandi: ma poco dopo un de’ ministri, raccolti que’ vasi e posti in un sacco, glieli portò, dicendogli che vi mettesse pur l'impronta; e mostrandosi egli tuttavia ritroso, né coraggio avendo di prenderli, il ministro allora: “E perché‘ mai, o sciaurato, gli disse, stai ancora perplesso? non sai tu che quegli, che questi arredi ti dona, il figliuolo è d‘Antonio, e che potrebbe donartene altrettanti d'oro? Per altro, se tu prestar mi vuoi fede, prendi in vece altrettanti danari; perocché avvenir forse potrebbe che il di lui padre desiderasse alcuni di que’ lavori che antichi sono e formati con isquisitezza di arte”. Queste cose adunque mi diceva mio avolo, che spesso a lui raccontate venian da Filota.”.
Sulla sua attività di medico esistono poche notizie, se non alcune formule medicinali attribuite ad un suo omonimo e riportate da Asclepiade di Bitinia ed Aulo Cornelio Celso – De Medicina-Libro V, che qui di seguito riportiamo:
[De Medicina - Caput XIX
(De emplastris....Cephalicum emplastrum Philothae,capiti conveniens....)
 [7] Praeterea sunt quaedam generis eiusdem, quae, quia capitibus fractis maxime conveniunt, κεφαλικὰ a Graecis nominantur. Philotae (***) compositio habet: terrae Eretriae, chalcitidis, singulorum P.*IIII; murrae, aeris combusti, /singulorum/ P.*X; icthyocollae [singulorum] P.*VI; aeruginis rasae, aluminis rotundi, misy crudi, aristolochiae, singulorum P.*VIII; squamae aeris P.*X; turis masculi P.*II; cerae P. I; rosae et olei acerbi ternos cyathos; aceti quantum satis est, dum arida ex eo conteruntur.]
[7] Ci sono anche alcuni empiastri della stessa classe, chiamati dai Greci cefalici (cephalica), in quanto sono particolarmente adatti per le ferite del capo. Quello di Filota ha la seguente composizione: terra eritrea e chalcitis, 16 grammi ciascuno, mirra e rame calcinato 40 grammi ciascuno, colla di pesce 24 grammi ciascuno, il verderame raschiato, allume rotondo, greggio solfuro di antimonio ed aristolochia, 32 grammi ciascuno, scorie di rame 40 grammi, incenso maschio 8 grammi, cera 336 grammi, olio di rose e olio d'oliva amaro, 125 cc ciascuno, ed aceto quanto basta a mescolare gli ingredienti pur mantenendoli asciutti.

(***) Galen, De Comp. Med., XIII.745.