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FILISCO di Taso (apicultore greco, V sec. a.C.)

FILISCO di Taso

Filisco di Taso [apicultore greco, Taso (in lingua greca Θάσος, Thasus), Grecia, V sec. a.C.].
Sulla base dell’epidemia che si diffuse nell’isola di Taso citata da Ippocrate nelle sue Epidemie, possiamo inquadrare la sua esistenza intorno al V sec. a.C..
In età ellenistica andò diffondendosi l’apicultura in quanto sia il miele che la cera, per i loro svariati usi, andarono assumendo un alto valore dal punto di vista economico.
Purtroppo, però, tutta la vasta letteratura fiorita su tale argomento, sia prosastica che poetica, è andata totalmente perduta. Solo attraverso scritti posteriori abbiamo potuto conoscere alcuni di questi apicultori, tra i quali Filisco di Taso ed Aristomaco di Soli. Di questi due personaggi Plinio cita due trattati, anch’essi andati purtroppo persi. Ma soffermiamoci su quanto scrisse Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, XI, 19 (in cui compare citato anche Aristomaco di Soli): “...ne quis miretur amore earum captos Aristomachum Solensem duodesexaginta annis nihil aliud egisse, Philiscum vero Thasium in desertis apes colentem Agrium cognominatum, qui ambo scripsere de iis.”. Questo particolare che cita Plinio su Filisco (“...in desertis apes colentem...”) corrisponde al vero in quanto Filisco era chiamato il “Selvaggio” per la sua scelta di andare nel deserto a studiare le api. Come sopra detto, un’altra citazione di Filisco la troviamo in Ippocrate nel primo libro del trattato sulle Epidemie, che descrivono le malattie che si erano diffuse nell’Isola di Taso. Quivi, per prima viene indagata la malattia che colpì Filisco di Taso:
“Filisco abitava vicino al bastione; fu costretto a letto, il primo giorno ebbe una febbre acuta, sudori; notte difficile. Il secondo giorno, aggravamento generale; la sera evacuazioni favorevoli dopo il clistere; notte tranquilla. Al mattino del terzo giorno e fino a metà giornata sembrò non aver febbre; ma venuta la sera, febbre acuta con dolori, sete, la lingua cominciò a diventare secca, urine nere; notte difficile, non riposò per nulla, confusione mentale su tutte le cose. Il quarto giorno, esacerbazione generale, urine nere; notte più sopportabile, urine di colore migliore. Il quinto giorno, verso metà giornata, leggera emorragia nasale di sangue non mescolato; urine varie con sospensioni galleggianti di forma tondeggiante simili a sperma, disperse; assenza di deposito. Dopo una supposta, pochi escrementi con dei venti. Notte difficile; sonno di breve durata; discorsi, divagazioni; estremità fredde ovunque, impossibili da riscaldare; emise delle urine nere; brevi assopimenti all’avvicinarsi del giorno; senza voce; sudori freddi; estremità livide. Morì verso la metà del sesto giorno. Ebbe fino all’ultimo un respiro grosso e rado, come se cercasse di richiamarlo. La milza si alzò formando un rigonfiamento arrotondato; sudori freddi fino alla fine. Parossismi nei giorni pari.”
Sulla base di tale accuratissima descrizione, lo storico della scienza e della medicina Mirko Drazen Grmek (1924 – 2000) avrebbe poi azzardato anche una “retrodiagnosi” sulla malattia di Filisco, il quale sarebbe stato colpito da una forma acuta di malaria.