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FILAGRIO Epirota (III sec. d.C.)

FILAGRIO EPIROTA

Filagrio Epirota (in greco  Φιλάγριος Ηπειρώτης) – (medico greco, III sec. d.C.).
Nacque in Epiro, un territorio aspro e montuoso, alla periferia dell'antico mondo greco.
Visse dopo Galeno e prima di Oribasio.
La Suda ci dice che fu discepolo di Naumàchio e che esercitò la professione a Salonicco, l’antica Tessalonica. Tuttavia Teofilo Protospatario, commentatore di Ippocrate, gli dà il titolo di περιοδευτής (periodeutes) ad intendere che fosse un medico itinerante che per esercitare si spostava frequentemente da una città all’altra. Nel Lexicon di Cirillo di Alessandria (di Cramer Anecd. Graeca Parigi , vol. iv. p. 196) egli figura tra i medici più eminenti del suo tempo.
Il suo nome pare fosse ben conosciuto dai medici arabi, tra l’altro per i suoi trattamenti delle malattie del fegato e della milza; nel manoscritto Kitab al-Diryâq di Muhammad ibn Abi al-Fath (datato 1198), conservato nella Bibliothèque Nationale di Parigi (ms. Arabe 2964), insieme alle più antiche ricette della Theriaca, figurano i ritratti di coloro che erano considerati i nove eruditi medici dell’antichità, tra i quali figura Filagrio (gli altri sono: Andromaco il Vecchio, Eraclide, Proclo, Pitagora, Marino, Magno di Mesa, Andromaco il Giovane e Galeno) con quattro aneddoti riguardanti Andromaco il Vecchio, Eraclide, Proclo e lo stesso Filagrio. Nei testi arabi troviamo spesso citazioni di Filagrio Epirota ed è grazie ad essi che ci sono pervenuti i titoli delle seguenti sue opere:
De impetigine (L'impetigine);
De iis quae gingivae dentibusque accidunt (Fenomeni riguardanti gengive e denti);
De iis qui medico destituuntur (Doveri del medico);
De morborum indiciis (Sintomi delle malattie);
De arthritidis morbo (L'artrite);
De renum vel vesicae calculo (Calcolo renale o della vescica);
De hepatis morbo (Malattia del fegato);
De morbo colico (Malattia dell'intestino);
De morbo icterico (L'ittero);
De cancri morbo (Il cancro);
De morsu canis (Il morso del cane).
In effetti, dalla Suda sappiamo che scrisse ben 70 volumi, principalmente trattati di dietetica, gotta, idropisia e rabbia, nonché un commento su Ippocrate. Dottrinalmente fu vicino a Galeno, ma pose particolare attenzione al pneuma (Scuola Pneumatica) come forza di coordinamento negli organismi. Di lui non ci restano però altro che frammenti, che si conservano nei testi dei più noti medici dell’età bizantina: Oribasio, Ezio, Alessandro di Tralles e pochi altri. In particolare Oribasio, nella sua “Synopsis” (VI, 322), lo cita parlando di un suo preparato a base di erbe secche e capperi per i disturbi alla milza, da somministrarsi avendo cura alla sua temperatura (a seconda della stagione). Un altro medico bizantino, Paolo di Egina, ne parla a proposito della preparazione di un empiastro emolliente riportato come composto di “zafferano, aloe, ammoniaca, timiama, bdellio, storace, grasso d’oca, esipo (untume della lana di pecora), ecc.” ed a cui viene dato il nome di “Malagma Philagrianum” (cioè empiastro di Filagrio). Ezio di Amida, parlando di Filagrio nei suoi scritti, dice che questi asportò in toto un aneurisma, avendo avuto prima cura di legare l’arteria sopra e sotto. Paolo di Egina e quasi tutti i chirurghi medievali che seguirono adottarono lo stesso metodo, che successivamente però cadde in disuso.Tra altri, viene citato anche da Cassio Felice nel suo De Medicina.
In molti scritti lo possiamo trovare sotto il nome di Philogrius; il suo nome, però, appare molto spesso alterato in quelli di Filogorius, Filogoriseus, Faneligoris; e spesso nelle versioni più prossime a noi in Phylagoraus e Phylagryus (Zusammengesetzte Heilmittel der Araber, Sontheimer, & c. 1845, pp. 74, 198).