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ERENNIO FILONE di Tarso

ERENNIO FILONE di Tarso

Erennio Filone (in greco ‛Ερέννιος Φίλων) di Tarso (medico greco, - ? -).
Pare sia vissuto ed abbia esercitato in Roma, probabilmente prima dell'epoca di Tiberio Claudio Menecrate (I sec. d.C.).
Girolamo Tiraboschi, nella sua Storia della letteratura italiana – V. XXV (Milano, 1833), lo fa “di patria incerta ma dimorato a Roma”.
Di lui ci parla Stefano Bizantino, ma Daniel Le Clerc, nella sua “Storia della Medicina...”, (T. III, Napoli, 1763), ammette di ignorare se tale Erennio sia lo stesso di un altro medico, tale Filone il Metodico, che però probabilmente visse in epoca più antica, ai tempi di Plutarco; o se coincida con la figura di un terzo Filone, citato da S. Epifanio come un botanico che scrisse intorno ad alcune piante.
Di lui si ricorda il celebre rimedio narcotico e calmante, che prese da lui il nome di Philonium (Filonio), che conteneva varie droghe, tra cui il succo di papavero (oppio), zafferano, piretro, euforbio, pepe bianco, giusquiamo, nardo e mele attico e giovava specialmente nei dolori colici che secondo alcuni, i quali si basavano su quanto detto da Plinio, cominciarono a diffondersi a Roma proprio in codesto periodo.
Sulla ricetta, composta in versi elegiaci, ci viene in soccorso Galeno, nei suoi commenti (De comp. Medic., IX). E’, ad esempio, lo zafferano ciò che Filone chiama la “bionda olezzante chioma del fanciullo, il di cui sangue porporeggia su i prati di Ermete” (cioè di Croco, che secondo la favola era stato ucciso da Mercurio con il disco).
Giuseppe Donzelli, nel suo “Teatro Farmaceutico, Dogmatico e Spagirico” (Venezia, 1704) recita, tra l’altro, testualmente: “...Nicolò Salernitano seguendo semplicemente l’etimologia del vocabolo “Filonio” l’interpreta per “Amicus novus”, ma effettivamente si chiama “Philonium”, dal nome del suo inventore Filone, dottissimo Filosofo, e Medico Tarsense, come attesta Galeno, Paolo Egineta, e Nicolò Alessandrino. Perche si trova poi l’aggiunto di “Romano” credettero alcuni, che Filone fosse stato Medico Romano; ma si chiama così; perche i Medici Romani dovendosi servir della propria ricetta di Filone Tarsense, vi commutarono alcuni ingredienti, appropriando la ricetta all’uso Romano, “Hoc est” (soggiungono i Frati d’Araceli) “Confectio secundum usum Romanorum”. E Renodeo dice, che “Vocatur Romanum, quod multum fuerit Romae celebratum”. Si trovano perciò una infinità di Ricette sotto nome di “Filone”, così diversamente alterate, che appena riconoscono il semplice nome dell’Autore...così ad imitazione d’essi, i Medici Persiani usarono le medesime diligenze, onde il lor composto ne acquistò il nome di “Filonio Persico”. La sua ricetta è descritta da Mesue al capo “de sputo sanguinis ab ore”.
Intra e di seguito, l’autore (il Donzelli) si sbizzarrisce poi nell’elencare un numero di ingredienti (dal Sendenegi, al Giusquiamo, dallo Zafferano al Pepe bianco...) che variano a seconda della particolare ricetta e del medico che l’ha proposta o dello studioso che l’ha riportata (da Galeno al Settala, dal Castello all’Arnaldo di Villanova, dal Salernitano all’Alessandrino, e via dicendo...).
Curzio Sprengel, nella sua “Storia Prammatica della Medicina”, arriva a dire che “Egli ne descrisse la preparazione in versi e con espressioni assai equivoche ed oscure...” e citando a margine, testualmente:
*LLIN. I. IX. P. 297. Eccone qui i versi mistici:

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