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Ecosofia [Ecologia di superficie (shallow ecology) - Ecologia profonda (deep ecology) - Raimon Panikkar]

ECOSOFIA

Etimologia : dal greco   οἶκος ,  oikos  “casa” + dal greco σοϕία  , sophia  “saggezza, abilità (nei mestieri e nelle arti)” (anche: “prudenza, apprendimento”) / inizialmente la radice extraellenica di importazione fenicia /ṣp’/ rimandava ad un signif. di “lungimiranza (in senso meta-astronomico)”; success. stette ad indicare l’abilità nell’arte della navigazione e, quindi, in tutte le arti ed i mestieri, il saper fare; in ultimo, da un significato di mera conoscenza pratica, assunse il signif. di saggezza intesa come conoscenza generale legata alle problematiche dell’esistenza umana, sia in senso individualistico che come specie /.

Il termine “ecosofia” fu coniato nel 1960 dal filosofo norvegese Arne Dekke Eide Næss (1912-2009) all’Università di Oslo e, dal significato letterale delle parole che lo costituiscono, sta ad indicare la “saggezza dell’ambiente”. In un famoso articolo del 1973, lo stesso Næss giunse alla distinzione tra ecologia profonda (deep ecology) ed ecologia di superficie (shallow ecology).
Næss arriva a formulare la sua nuova teoria partendo dalla constatazione di una crisi ecologica come una crisi culturale dovuta all’arroganza dell’antropocentrismo. Egli vedeva il mondo come “...oramai dominato da una cultura di tipo prevalentemente tecnico-industriale che portava ad abusare di tutti i contesti naturali, profanando le condizioni di vita delle generazioni future”.

Ecologia di superficie (shallow ecology)

Di fronte a tali abusi da parte della specie umana, Næss riconobbe innanzi tutto la necessità di una “filosofia dell’ecologia” che potesse salvaguardare la salute ed il benessere delle popolazioni nei paesi sviluppati” e, per questo, “combatté l’inquinamento e lo spreco delle risorse”. Tale ecosofia si dimostra però ricercare unicamente soluzioni di tipo prettamente scientifico e più particolaristiche, senza tendere al raggiungimento di una nuova immagine del mondo ed una nuova relazione tra uomo e natura. Coloro che si opposero inizialmente a tale concezione sollevarono alcune perplessità soprattutto in merito alla possibilità eventuale di interrompere lo sviluppo tecnologico adducendo che solo la tecnologia avrebbe potuto porre rimedio ai danni apportati dall’uomo alla natura.

Ecologia profonda (deep ecology)

Næss sentiva la crisi ecologica soprattutto come una crisi culturale. Di fronte a tale perdita di valori, un’ecologia profonda (deep ecology) avrebbe dovuto approfondire quali fossero le priorità di valori da salvaguardare, apportare un cambiamento radicale ed implicare, innanzi tutto, un profondo rispetto da parte dell’uomo nei confronti di tutta la natura, nei suoi molteplici aspetti; il tutto a scapito di una visione antropocentrica ed a favore, invece, di una visione biocentrica, in cui tutti gli esseri viventi fossero considerati uguali ed avessero la stessa importanza in quanto custodi e portatori di vita. Insomma, “Nessuna specie vivente può beneficiare maggiormente del particolare diritto di vivere e riprodursi più di qualsiasi altre specie" e “il diritto di vivere di tutte le forme (di vita) è un diritto universale che non può essere quantificato". Lo stesso valore che ogni uomo attribuiva a sé stesso avrebbe dovuto attribuirlo quindi necessariamente ad ogni altra forma vivente facente parte della comunità biotica in quanto noi e tutti gli altri esseri siamo "sfaccettature di una singola realtà in svolgimento".
Questa sua concezione totalizzante e lontana da egoismi particolaristici conferisce all’ecosofia di Næss la natura di movimento globalizzante.
Addirittura, Næss in Ecology, Community and lifestyle si spinse ad affermare che l’intero cosmo non fosse un insieme di esseri separati bensì un’unica rete di relazioni. Questa concezione porta inevitabilmente ad una visione ecocentrica di etica ambientale che riconosce nelle molteplici interazioni naturali l’esistenza di un valore intrinseco proprio di tutte le specie, i sistemi ed i processi naturali. Di conseguenza, non vi è più dualismo tra intelletto umano e natura, tra il pensante ed il pensato, in quanto anche l’uomo deve interpretare sé stesso come facente parte di quest’unica rete relazionale (“...campo totale relazionale...”).
In questo senso, l’ecologia profonda va a smarcarsi innanzi tutto dall’ambientalismo egoistico ed utilitaristico, ponderato unicamente al fine del benessere della specie umana e da una scienza ecologica meramente descrittiva, che non si ponesse quesiti più alti e profondi che lo stesso Næss riteneva fondamentali per l’uomo e per il ruolo che è chiamato a giocare come parte dell’ecosfera.
Nell’aprile del 1984, lo stesso Næss e George Sessions provarono a riassumere quindici anni di pensiero dell’ecologia profonda descrivendo le basi teoriche dell’ecosofia e riconoscendo, nell’impostazione della sua “piattaforma”, otto principi basilari, nella speranza che potessero essere compresi ed accettati da persone provenienti da differenti posizioni filosofiche e religiose:
“1) Il benessere e la prosperità della vita umana e non umana sulla Terra hanno valore in sé (in altre parole: hanno un valore intrinseco o inerente). Questi valori sono indipendenti dall’utilità che il mondo non umano ha per soddisfare gli scopi umani.
2) La ricchezza e la diversità delle forme di vita contribuiscono alla realizzazione di questi valori e sono inoltre valori in sé.
3) Gli esseri umani non hanno alcun diritto di ridurre questa ricchezza e diversità a meno che non debbano soddisfare i loro bisogni vitali.
4) La prosperità della vita e delle culture umane è compatibile con una sostanziale diminuzione della popolazione umana. La prosperità della vita non umana richiede tale diminuzione.
5) L’attuale interferenza dell’uomo nei confronti del mondo non umano è eccessiva e la situazione sta peggiorando progressivamente.
6) Le politiche devono essere pertanto cambiate. Queste politiche influenzano le strutture economiche, tecnologiche e ideologiche di base. La situazione risultante sarà profondamente diversa da quella attuale.
7) Il cambiamento ideologico consiste principalmente nell’apprezzare la qualità della vita (vivere in condizione di valore inerente) piuttosto che nel cercare un tenore di vita sempre più alto. Dovrà essere chiara la differenza tra ciò che è grande fisicamente (big) e ciò che lo è metafisicamente (great).
8 ) Chi sottoscrive i punti precedenti ha l’obbligo, direttamente o indirettamente, di cercare di attuare i cambiamenti necessari”.
La concezione dell’ecosofia appare recepire totalmente le idee sulla nonviolenza ghandiana, sul buddismo Mahayana e sul pluralismo di cui fu tenace sostenitore lo stesso Næss, il quale mise anche in pratica queste sue idee trascorrendo buona parte della sua vita nella baita Tvergastein, sulla cima del monte Hallingskarvet, in Norvegia (in ciò facendosi influenzare anche dal movimento norvegese dello friluftsliv, che si riprometteva di sperimentare la vita all’aperto).
Dalla lettura degli scritti di Næss si avverte la spinta a sviluppare un senso dell’ego più ampio, che trascenda il particolarismo e si proietti verso una più vasta sfera di interrelazioni. Il rischio maggiore sta nell’estremizzare l’applicazione a livello etico di un determinato paradigma ecologico, in quanto non è detto che una cosa sia giusta solo perché si verifica in natura (ciò potrebbe, ad esempio, portare alla giustificazione morale anche nella comunità umana del prevalere del più forte sul più debole).
Nel libro "Deep Ecology" (1985) Bill Devall e George Sessions inclusero alcuni ecologi e naturalisti tra i precursori dell’ecologia profonda, i quali dettero un importante contributo, oltre che dal punto di vista prettamente scientifico, anche allo sviluppo della coscienza ecologica.
Tra questi, ricordiamo Eugene Odum,  Aldo Leopold, Rachel Carson, Charles Sutherland Elton e John Livingston.
Il concetto di ecosofia fu successivamente ripreso e sviluppato soprattutto da parte dei filosofi Raimon Panikkar (1918-2010), Félix Guattari (1930-1992) ed Henryk Skolimowski (nato nel 1930).

Raimon Panikkar

" Vāc è proprio la Parola totale vivente, vale a dire la Parola nella sua interezza compresi i suoi aspetti materiali, il suo riverbero cosmico, la sua forma visibile, il suo suono, il suo significato, il suo messaggio. Vāc è più che mero significato o suono privo di senso; è più di una semplice immagine o veicolo di determinate verità spirituali. Essa non contiene rivelazione, è rivelazione. Era al principio. È l'interezza della śruti. La śruti è vāc. "
(Raimon Panikkar, I Veda. Mantramañjarī, vol. I, p. 120)

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“La mia grande aspirazione era ed è di abbracciare o, ancor meglio, di arrivare a essere (a vivere) la realtà in tutta la sua pienezza”: questo affermava Panikkar, la cui massima aspirazione era quella della costante ricerca dell’armonia ma anche di una filosofia contemplativa legata indissolubilmente all’azione.
Riallacciandosi anche ad H. Skolimowski (che parla di "ecofilosofia") Panikkar considera la natura non più come oggetto di studi meramente tecnici bensì come un soggetto che deve rivelarsi ai nostri occhi e alle nostre coscienze in uno stretto rapporto sacramentale di amicizia ed armonia. Come troviamo scritto nei suoi libri, “Né la terra, né il corpo, né il Sé si identificano con il mio (psicologico) ego". Quindi è un invito a rifuggire gli individualismi e a cercare di considerarci compenetrati nella terra come in un unico corpo.
I cicli ritmici della terra (morte/vita/resurrezione) vanno rispettati da parte dell’uomo, in una nuova visione che non veda né dominatori né sfruttatori.
Per evitare l’ecocidio, si rende pertanto necessaria una conversione culturale che metta in discussione alcuni punti certi e fondamentali della nostra civiltà, che egli precisamente enumera:
1) Demonetizzare la cultura (contro il dio-denaro)
2) Demolire la torre di Babele (contro l’impero globale)
3) Superare l’ideologia degli stati nazionali (contro le logiche finanziarie)
4) Ricondurre la scienza moderna entro i propri limiti (per una scienza più umana)
5) Sostituire la tecnocrazia con l’arte (lo spirito della creazione artistica al posto della tecnocrazia)
6) Superare la democrazia (il popolo non può decidere poichè è isolato e frammentato dalla tirannide economica)
7) Recuperare l’animismo (in ogni animale e in ogni cosa c’è una scintilla di vita e di libertà)
8) Far pace con la Terra (scendere a patti con la terra significa scendere a patti con sé stessi poiché la terra fa parte di noi)
9) Recuperare la dimensione divina (la realtà è cosmoteandrica nel rapporto uomo-Dio-cosmo: i tre mondi, pur distinguibili e gerarchicamente ordinabili, non risultano separabili e formano un tutt’uno. Tale intuizione porta a considerare la realtà come un unico sistema relazionale che vede intrecciate e inter-in-dipendenti le tre dimensioni della coscienza, della libertà o trascendenza e della materia. Anche se l’uomo si è allontanato da Dio, nel suo animo si possono leggere i segni di un desiderio di resurrezione e di infinito.).

Felix Guattari fu un filosofo francese post-marxista, il quale, nel 1980, intraprese un cammino nel mondo ecologista concependo l’ecologia come un’unica realtà o sostanza anche se presentante al proprio interno varie differenziazioni e caratterizzazioni: un qualche cosa che, sola, potesse dare un’esperienza totalizzante e costituire un’alternativa alla desertificazione sociale (Le tre ecologie, 1989; Caosmosi, 1992). In questa visione, l’ecologia viene vista come un’interconnessione tra fenomeni complessi quali la soggettività dell’uomo, l’ambiente e le sue relazioni sociali.
Su questo sfondo di desolazione ed alienazione, sembra delinearsi la ricerca di una nuova etica-estetica, un paradigma che si risolvesse nella formulazione di un nuovo schema ecologico che sapesse rifuggire le delimitazioni e costrizioni prettamente fisiche e territoriali - in cui veniva confinata l’ecologia - e dischiudere linee diverse di soggettivazione. L’introiezione del concetto di ecosofia dischiudeva le porte alla concatenazione tra l’ecologia e l’ecologia sociale e mentale: non si poteva concepire e reinventare un ambiente ecologico da curare e salvaguardare senza concepire contestualmente un ambiente sociale ed esistenziale. La lotta alle oppressioni doveva favorire un nuovo sistema di valori e nuove socialità, rifuggire la distruzione, lo sfruttamento, la regressione e l’inquinamento che è al tempo stesso dell’uomo e della natura, mentale e sociale.

Henryk Skolimowski (nato nel 1930) è un filosofo polacco considerato il pensatore leader nel campo della eco-filosofia.
Nella sua concezione il mondo è visto come un santuario in cui l’ecologia e la spiritualità sono un tutt’uno. Pertanto i valori che sono posti alla base di questa costruzione sono il rispetto per la vita, l’altruismo e l’etica ambientale. Secondo tale visione, la filosofia deve impegnarsi per la vita e la concezione dell’esistente deve essere finalizzata al superamento dell’angoscia umana causata dalla preponderanza della tecnologia moderna.
Più di recente, ha proposto una nuova cosmologia della luce, secondo cui la luce è una Grande Madre, fonte di tutte le spiritualità e le religioni.

Murray Bookchin (1921-2006) – uno dei fondatori dell’ecologia sociale – criticò aspramente l’ecologia profonda di Næss, sottolineando che, seguendo la sua visione biocentrica, si arrivava a negare il ruolo fondamentale che aveva avuto nella storia dell’evoluzione naturale la specie umana, che egli considerava unica.
L’ecologia sociale accusa di misticismo la deep ecology. Secondo gli ecologisti sociali, le devastazioni della natura - alla stregua di tutte le altre ingiustizie sociali - sono dovute essenzialmente all’autoritarismo ed alla gerarchia. Solo correggendo queste due forme di antropocentrismo e cambiando la struttura sociale si può arrivare a correggere i problemi ambientali.
Secondo Bookchin, poi, la crisi ecologica non poteva essere combattuta auspicando anche politiche di controllo demografico, incompatibili con la sua visione umanista.