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ECOLOGIA - Cenni storici - Le correnti di pensiero nell'ecologia: l'ecosofia (Ecologia Superficiale ed Ecologia Profonda) e la corrente neo-Umanistica - l'Ecologia: Tipologie e Discipline Specialistiche

ECOLOGIA

Etimologia : dal greco   οἶκος ,  oikos  “casa” + dal greco  λογία , logia ("responso dell'oracolo, sentenza") der. da λόγος , logos "discorso, studio".

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Scienza naturale che ha per oggetto lo studio delle relazioni dei singoli organismi o dei gruppi di organismi al loro interno e con l’ambiente che li circonda.

Peter Cotgreave ed Irwin Forseth, nel 2004, hanno definito l’ecologia come “...lo studio delle relazioni tra gli organismi (piante, animali, funghi e microrganismi) ed il loro ambiente”.
Altre definizioni:
Eugene Pleasants Odum (1913-2002), con un approccio eco-sistemico, nel 1971 ha adottato una definizione dell’ecologia che tenesse innanzi tutto conto dei grandi sistemi ecologici naturali:
“L’ecologia è la scienza che studia la struttura ed il funzionamento dei sistemi naturali”.

John Richard Krebs, con un approccio popolazionistico, nel 1972 ha adottato una definizione che tenesse prevalentemente conto delle varie popolazioni di esseri viventi e della loro distribuzione geografica:
“L’ecologia è la scienza che studia le interazioni che determinano la distribuzione e l'abbondanza degli organismi”.

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CENNI STORICI

Il termine ecologia fu coniato dal biologo, zoologo e filosofo tedesco  Ernst Heinrich Philipp August Haeckel (1834-1919) (in ted. “Oekologie” in “Generelle Morphologie der Organismen”, 1866) a indicare “l’insieme di conoscenze che riguardano l'economia della natura; l’indagine del complesso delle relazioni di un animale con il suo contesto sia inorganico sia organico, comprendente soprattutto le sue relazioni positive e negative con gli animali e le piante con cui viene direttamente o indirettamente a contatto. In una parola, l’ecologia è lo studio di tutte quelle complesse relazioni alle quali Darwin fece riferimento come alle condizioni della lotta per l’esistenza”. (Per definire tale concetto si servì del termine greco “oikos”, che rientrava pure nel termine greco  οἰκονομία , oikonomia / comp. di οἶκος  “dimora” + -νομία  “-nomia”  = “amministrazione, gestione della casa” /). Il relazionarsi dell’organismo con il mondo circostante è, dunque, al centro della scienza dell’Ecologia. E di ciò lo stesso Haeckel, inizialmente, aveva dato una prima esatta definizione (che poi avrebbe più volte modificato):
“Unter Oecologie verstehen wir die gesamte Wissenschaft von den Beziehungen des Organismus zur umgebenden Außenwelt, wohin wir im weiteren Sinne alle‚ Existenz-Bedingungen‘ rechnen können. Diese sind teils organischer teils anorganischer Natur.“ (Ernst Haeckel, Generelle Morphologie der Organismen. Allgemeine Grundzüge der organischen Formen-Wissenschaft, mechanisch begründet durch die von Charles Darwin reformirte Descendenz-Theorie. Bd. 2, Berlin 1866). 
In tal senso, Haeckel, nelle sue conferenze, volle procedere ad una divulgazione del concetto di “economia della natura”, introdotto da Charles Robert Darwin (1809–1882) nel suo “On the Origin of Species by Means of Natural Selection, or the Preservation of Favoured Races in the Struggle for Life”  (1859), in cui volle configurare la natura nel suo insieme come un sistema ordinato, ben regolato, di interazioni tra piante ed animali e tra essi ed il loro ambiente. Anche se, volendo andare indietro nel tempo di qualche anno, potremmo vedere come già nel 1749 il naturalista svedese Carlo Linneo avesse già fatto uso di tale definizione ("Oeconomia naturae").

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Le specie vegetali ed animali iniziano quindi a presentarsi come vere e proprie strutture dinamiche: alcune di esse riescono ad aprirsi un proprio spazio vitale e, quindi, a sopravvivere e a diffondersi, altre invece sono destinate a perire e a scomparire (non a caso, successivamente, si farà strada anche il concetto di “valenza ecologica” che distinguerà tra specie con una più o meno sviluppata capacità di tollerare cambiamenti ambientali). Da qui nasce la prima formulazione della teoria della selezione naturale. La necessità di far fronte ai cambiamenti climatici, poi, avrebbe costituito la spinta a quello che lo stesso Darwin, nei suoi Taccuini, il giorno stesso in cui cominciò la lettura delle opere di Malthus, definì come “stupefacente cambiamento nel numero delle specie” : “28 settembre 1838. Non dovremmo meravigliarci degli stupefacenti cambiamenti nel numero delle specie a partire da piccoli cambiamenti nella natura del luogo. (Non ho dubbi sul fatto che chiunque vi abbia riflettuto a fondo abbia supposto che l’aumento degli animali è esattamente proporzionale al numero di quelli che possono sopravvivere).”. Insomma, l’“economia della natura” cominciò così a configurarsi come un processo di interazioni dinamiche tra specie, ma anche e soprattutto tra le specie e l’ambiente circostante in cui tendono naturalmente a sopravvivere. 

In quest’ottica, possiamo vedere Thomas Robert Malthus (1766-1834) come un vero e proprio precursore dell’ecologia. Anche se da una posizione prettamente economica e demografica, egli si preoccupò di formulare le sue teorie al fine di evitare il deterioramento dell'ecosistema terrestre e l'erosione delle risorse naturali non rinnovabili. Malthus affermava che, mentre la crescita della popolazione era geometrica, quella dei mezzi di sussistenza era solo aritmetica (“Gli individui si moltiplicano secondo una progressione geometrica, mentre le risorse alimentari disponibili si accrescono solamente in progressione aritmetica”, Essay on the principle of population, 1798). Le sue teorie relative alla “Lotta  per la sopravvivenza” dell'uomo avrebbero avuto un’influenza decisiva su Charles R. Darwin (e su Alfred Russel Wallace) per la formulazione della loro teoria evoluzionista. Le interazioni tra organismi ed ambiente circostante (suolo, aria, acqua) sarebbero state al centro delle osservazioni darwiniane: ma tali studi non erano assolutamente una novità. 

Alexander von Humboldt (1769-1859), tra i suoi tanti interessi botanico e naturalista di grande rilievo, non si limitò alla raccolta e allo studio di piante e fossili ma spinse la sua indagine nel tentativo di cogliere ciò che egli sentiva come un’intima forza dinamica che pervadeva la natura: l’armonia della natura, ossia quello schema di reciproche interazioni e condizionamenti che si instaurava tra ogni organismo vivente e l’ambiente geografico in cui viveva, a seconda del suolo, del clima, delle varianti dell’altitudine, della latitudine e delle attività umane. Tutti i singoli fenomeni naturali, indipendentemente dalla zona geografica, si potevano però spiegare, secondo le sue convinzioni, solo inserendoli in una visione unitaria olistica della natura, in quanto gli stessi erano tutti regolati dalle medesime leggi, universalmente valide. Quindi la natura era vista nella sua interezza come un contesto unitario ed integrato, un tutto che non era la semplice sommatoria di parti diverse. Questa sua visione dava della natura l’idea di un corpo unico, ordinato, un organismo al cui interno ogni singolo elemento era comprensibile solo in quanto partecipe e dipendente dal tutto.
Da qui deriva anche la percezione del paesaggio naturale non tanto nella sua mera accezione estetica bensì come una struttura spazio-temporale all’interno della quale si verificano i vari fenomeni.
Sarebbe stato lui a fondare la nuova disciplina della geografia botanica (o fitogeografia) che si prefiggeva di spiegare la natura e non meramente di fermarsi ad una sua descrizione.

Il chimico tedesco Justus von Liebig (1803–1873) si interessò alla traduzione agronomica dell’opera del naturalista e chimico svizzero Nicolas-Théodore de Saussure (1767-1845). Quest’ultimo aveva delineato la reazione con cui nella fotosintesi la pianta traesse alcuni principi nutritivi (come il glucosio) dimostrando che l’aumento di massa nelle piante, oltre all’assorbimento di anidride carbonica, dovesse essere attribuito anche all’assorbimento di acqua.
In quegli anni J. von Liebig, dal canto suo, aveva già cominciato ad esporre alcune “leggi” relative ai processi con cui le specie vegetali si "nutrivano" assorbendo gas dall'atmosfera e composti inorganici dal suolo. Insomma, vegetali ed animali che sul palcoscenico della natura si scambiavano materiali ed energia tra di loro e col mondo inorganico circostante.

Nel 1877 lo zoologo tedesco Karl August Möbius (1825–1908) avrebbe coniato il termine biocenosi per descrivere la specie delle ostriche che stava studiando. Nelle opere degli ecologisti, tale termine avrebbe indicato un’associazione coordinata, interdipendente e dinamicamente stabile a fini insediativi ed evolutivi tra insiemi di specie vegetali (fitocenosi) ed animali (zoocenosi) in un comune ambiente naturale (biotopo). I rapporti tra tali insiemi erano alla base delle comunità ecologiche che andavano a caratterizzare uno specifico eco-sistema.

Un esempio dell’applicazione alla nuova scienza dell’ecologia del metodo sperimentale e matematico si ha con Stephen Alfred Forbes (1844-1930). Egli, nel 1880, affermò: "Il primo requisito indispensabile è una conoscenza approfondita dell’ordine naturale... Senza la conoscenza generale che tale indagine ci darebbe, tutte le nostre misure devono essere (considerate) empiriche, temporanee, incerte e, spesso, pericolose”.
Al di là di ogni prospettata ricaduta scientifica in campo agricolo, la sua opera di ricerca e catalogazione tese a dare importanti contributi alla prefigurazione del concetto di ecosistema e della dinamica comportamentale ed alimentare. Notevole il suo approccio ed i suoi contributi nel campo dei parassiti primari e dell’ecologia lacustre e fluviale nel tentativo di dare una cornice evoluzionistica e di “auto-regolazione” alle alterazioni biologiche accertate sul campo.
Come potremo vedere, il concetto di “ecosistema”, introdotto da A. G. Tansley, farà la sua prepotente irruzione nell’ecologia della vegetazione solo a partire dai primi anni ’50; nel 1977 Robert Harding Whittaker (1920-1980) andrà sviluppando la sua concezione di “sistema funzionale” che prospettava una funzionalità diretta tra comunità ed ambiente.

Mentre andava sviluppando i suoi studi naturalistici, anche relativi a clima e microclima, Carl Troll (1899-1975) trovò evidentemente ispirazione nelle concezioni di A. von Humboldt allorché coniò l’espressione di “Ecologia del paesaggio” (Landschaftsökologie) come un’interazione tra geografia fisica (approccio spaziale) ed ecologia (approccio funzionale) (e non a caso C. Troll andò interessandosi anche di geomorfologia, geografia, climatologia, glaciologia e geoecologia). In questa visione, ogni singola interazione tra organismo ed ambiente, e le successive trasformazioni, oltre ad assumere importanza in quanto elemento costitutivo del paesaggio, trovava spiegazione solo se riversata ed inquadrata in una prospettiva spaziale che da tali interazioni veniva fisicamente e visivamente condizionata. C. Troll giunse anche a ridefinire il concetto di “Ecologia del paesaggio” in modo che il paesaggio corrispondesse a un ecosistema (e gli ecosistemi o gli insiemi di ecosistemi avessero precise relazioni dinamiche con lo spazio) “...das studium des gesammten, in einem bestimmten Landschaftsausschnitt herrschenden komplexen Wirkungsgefueges zwischen der Lebensgemeinschaft und ihren Umweltbedingungen”. Difatti, l’ecologia del paesaggio attribuiva un significato funzionale ad ogni configurazione spaziale degli ecosistemi (ovvero al “disegno” del paesaggio) e le singole entità biologiche si aggregavano ed interagivano solo e unicamente in vista della strutturazione di determinabili entità sistemiche. Vi è quindi una relazione stretta tra la struttura ed i processi che caratterizzano la struttura stessa, relazione che si può ben definire biunivoca vale a dire bidirezionale tra i due elementi considerati.

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Successivamente l’ecologia della vegetazione si andò concentrando sempre più sullo studio delle successioni ecologiche; parallelamente gli ecologisti delle specie animali incentrarono i loro studi sulla struttura e le dinamiche delle comunità e delle popolazioni.
Henry Chandler Cowles (1869-1939) inizialmente rivolse le sue ricerche alle dune di sabbia, sviluppando l'ecologia fisiografica e proponendo una puntualizzazione delle interazioni costanti e dinamiche tra le formazioni vegetali e le sottostanti formazioni geologiche. “Di modo che -affermava lo stesso Cowles nel 1899 – passeggiando sulle dune del lago Michigan, lasciando l'acqua alle proprie spalle, era come camminare indietro nel tempo”.
Come vedremo, successivamente il concetto di climax verrà sviluppandosi come stadio di evoluzione di un ecosistema in cui la vegetazione del luogo si sia sviluppata al suo optimum in assenza di un intervento diretto dell’uomo, unicamente sotto l’influenza della latitudine e di altre variabili quali ad esempio l’altitudine, la posizione geografica, il microclima ed il tipo di suolo.
Tali comunità verranno chiamate dagli ecologi “comunità climax”, poiché rappresenteranno il culmine di un processo di mutazione dell’ambiente fisico che si definisce come sviluppo ecologico o di facilitazione. La facilitazione è uno dei meccanismi-cardine del processo di successione nella teoria del Clements, dove almeno una delle specie presenti benefici nel crescere insieme ad un'altra [un esempio di facilitazione é costituito dalle leguminose (azoto-fissatrici) o dai licheni che colonizzano le rocce]. A tale meccanismo successivamente vennero associati quelli della tolleranza e dell’inibizione da parte di Connell e Slatyer (1977). Secondo la teoria di Frederic Edward Clements (1874-1945) l’aberrazione da uno stato di climax comporta inevitabilmente uno stato (proclimax) che presuppone il climax. Precisamente, potranno essere quattro le forme che potrà assumere ogni comunità proclimax: subclimax, disclimax (o plagioclimax), preclimax e postclimax.
Il subclimax viene anche definito “deflected succession”: esso è la penultima tappa di una successione di una specifica “sere”. Può persistere anche per lungo tempo ma, alla fine, viene sostituito da uno stato di climax, in cui una data comunità raggiunge il culmine del suo assetto. Ad esempio: siccome alle foreste di conifere dell’Olocene dell’America del Nord si è alla fine sostituita una foresta decidua (temperata) le stesse foreste di conifere, secondo la teoria dello stesso Clements, possono ben essere definite come una comunità subclimax.
Il Disclimax (o plagioclimax) costituisce una perturbazione ambientale che va a modificare, parzialmente o totalmente, un climax. Ad esempio, l’erba Bromus tectorum, introdotta dal Mediterraneo, è diventata negli USA una specie invasiva (come evidenziato dagli ecologisti G. Stewart e A.C. Hull nel 1949 e particolarmente da P.A. Knapp nel 1992). In California ha alterato la Spruce Mountain (Nevada) e permanentemente la vegetazione attorno ad alcune “città fantasma”.
Preclimax e postclimax si riferiscono alle specie preesistenti e a quelle che ad esse succederanno. Tali stati sono causati da specifiche condizioni locali che portano una determinata specie a colonizzare e dominare una comunità matura in un secondo momento per la presenza di condizioni più favorevoli per lo sviluppo della vegetazione. Non si tratta, cioè, di un’invasione da parte di specie su di un terreno preparato da pionieri specifici bensì di un modello che vede un diradamento delle specie originariamente presenti in un dato territorio e la loro graduale sostituzione con nuove specie che già vi hanno un loro punto di appoggio.
Al termine di ogni processo, quindi, non sempre può esserci una comunità climax stabile. Lo stadio finale di climax, dinamicamente stabile, persiste infatti finché nella successione ecologica non intervengano perturbazioni esterne naturali, quali il vento o il fuoco, che possano bloccare tale evoluzione ad uno stadio di pseudoclimax oppure l’intervento diretto dell’uomo con comunità locali, pascolo, campi coltivati ed incendi provocati, periodicamente o stagionalmente, nella vegetazione, che possano stabilizzare lo sviluppo della vegetazione ad uno stadio di disclimax, in cui non sia consentito il raggiungimento di uno stadio di climax. Tali ecosistemi si sono però dimostrati resistenti ed in grado di autoregolarsi e resistere a variazioni anche repentine dell'ambiente esterno; in quanto capaci di adattarsi a periodiche distruzioni, tali comunità vengono definite “comunità disclimax" o "comunità all’equilibrio". Per altro verso, con riferimento al climax, si useranno le espressioni "comunità climax" o "vegetazione climax".
Successivamente al 1890, venne sviluppandosi in America la scuola neo lamarckiana, soprattutto sotto la spinta del sociologo Herbert Spencer (1820 – 1903). Secondo tale concezione, gli organismi si evolvevano adattandosi direttamente alle modificazioni ambientali, in una continua interazione dinamica tra l’habitat e le varie specie vegetali ed animali. Questo portò allo sviluppo della visione dogmatica del Clements circa le successioni vegetali e la concezione del “super-organismo”. Nel 1916, nella sua opera “Plant succession”, Frederic Edward Clements (1874-1945) presentò formalmente la sua teoria sul meccanismo delle successioni e sulle gerarchie dominanti tra le varie comunità, mano a mano che ci si avvicinava allo stadio di “climax”. Tale concetto venne poi sviluppato dallo stesso Clements nel 1928, il quale lo definì “the final condition of a vegetation of a climatic region through a climatic period”: la successione giunge quindi ad uno stadio finale che é determinato dal clima regionale in cui la vegetazione presente sia in equilibrio con i fattori ecologici ivi dominanti (“Teoria del Monoclimax” o “climax climatico”). A questa visione “olistica” che vedeva la comunità climax quasi incarnata in un superorganismo che nasceva, cresceva e moriva, si oppose la teoria “individualistica” di Henry Allan Gleason (1882-1975): “The vegetation unit is a temporary and fluctuating phenomenon, dependent, in its origin, its structure, and its disappearance, on the selective action of the environment and on the nature of the surrounding vegetation”. Tale teoria presupponeva la sostituzione della concezione del “superorganismo” con quello della coincidenza. Non vi erano, quindi, stadi fissi e sequenze regolari nella successione in quanto essa non era prevedibile: ogni comunità vegetale, in particolare, era un complesso sistema probabilistico (puramente stocastico e non-deterministico) e, in quanto tale, ogni successione non poteva assolutamente seguire un modello prevedibile.
Critiche, nel 1911, vennero dallo stesso Cowles, i cui studi si basavano principalmente sulle interazioni fra substrato geologico e mondo biotico e che ricordò come la concezione del Clements non potesse essere considerata di valore fondamentale, laddove tendeva a separare fenomeni come l’erosione e la deposizione che erano strettamente correlati e poneva insieme, invece, fenomeni estremamente diversi come le attività umane e la consistenza geologica del terreno.
Arthur George Tansley (1871-1955) propose la teoria del policlimax (compromesso tra le posizioni di Clements e di Gleason) secondo cui alcuni fattori locali (quali, ad es., il substrato e la posizione topografica) potevano portare la successione a tipi diversi di climax. Tale teoria riconosceva un massimo dell’evoluzione possibile nel climax (comunità finale) ed una serie di comunità di transizione che si sarebbero succedute l’una all’altra in una specifica area geografica (ogni singola sequenza di comunità veniva detta “sere” o “serie” mentre le comunità stesse venivano dette “stadi” o “stadi della serie”). Il climax, quindi, come mosaico e coesistenza delle varie comunità, diversificate da specifiche caratteristiche stazionali e dalle altre variabili dell’ecosistema, in cui molti fattori potevano intervenire per impedire il raggiungimento del climax ottimale. Potevamo avere, quindi, un “pyral climax” (con il fuoco come fattore determinante), un “edaphic climax” (con il suolo come fattore determinante) ed un “biotic climax” o “plagioclimax” (che vedeva nel fattore zoogeno od umano il suo fattore determinante). Da parte di Reinhold Tüxen (1899-1980) venne successivamente introdotto il nuovo concetto di “vegetazione naturale potenziale”, che consentiva di analizzare in situ le ragioni per cui una popolazione vegetale potesse tendenzialmente costituire l’insediamento principale in uno specifico territorio (e non in altri). Le critiche al concetto di climax furono infatti numerose. Tra le principali, si obiettò al Clements che il “climax” fosse un concetto puramente teorico, astratto dalla realtà, in quanto nessuna comunità potesse dirsi assolutamente isolata da perturbazioni esterne di modo da poter creare, appunto, una comunità climax e che le poche comunità che sino ad allora avevano avuto quest’opportunità (come ad esempio la foresta amazzonica) erano cresciute in condizioni di notevole disordine. Ancora, si obiettò che la vegetazione di uno specifico territorio, per raggiungere lo stadio ottimale di “vegetazione climax”, avesse bisogno di tempi lunghissimi, addirittura millenari, durante i quali il clima avrebbe subito variazioni tali da perturbare ed alterare l’equilibrio clima-vegetazione: in definitiva, quindi, anche se ogni successione tende naturalmente verso uno stato stazionario ottimale, il tempo per raggiungerlo appare irrealisticamente lungo, disturbato così frequentemente che la realizzazione di una comunità climax appare improbabile e, in ultima analisi, è stato considerato come un concetto meno utile.

 

Agli inizi del XX secolo, col crescente sfruttamento delle risorse minerarie ed i primi significativi segni di inquinamento ambientale anche post-bellico, l’ecologia venne affermandosi come disciplina a sè stante a livello planetario. Sino ad allora, i suoi principi-base erano stati inglobati nello studio parallelo delle altre discipline naturali, soprattutto della zoologia e della botanica.
Charles Sutherland Elton (1900–1991) nel suo Animal Ecology (1927) sarebbe stato il primo a cercare di definire le basi teoriche dell’ecologia partendo dalla strutturazione e composizione dei concetti di comportamento animale, nicchie ecologiche e specie invasive.

Su di lui, più di altri, aveva esercitato la sua influenza Victor Ernest Shelford (1877–1968), il quale aveva definito quelli che, secondo lui, avrebbero dovuto rappresentare i tre principi-cardine dell’ecologia: sottolineare l’importanza dello studio della fisiologia organica, piuttosto che di un organo specifico; valutare il fenomeno del comportamento e della fisiologia in relazione all’ambiente; mettere in relazione l’ecologia vegetale con quella animale (Animal Communities in Temperate America, 1913).
 

Arthur George Tansley (1871-1955) introdusse nel 1935 il termine “ecosistema”, affermando che non si possono separare gli organismi dai loro ambienti specifici, con cui formano una unica unità fisica: “Though the organisms may claim our prime interest, when we are trying to think fundamentally, we cannot separate them from their special environments, with which they form one physical system.”. E sottolinenando come, nella formazione dell’ecosistema, i fattori inorganici entrassero con pari dignità di quelli biotici. Ancora, introdusse il concetto di “policlimax”, ponendosi in una posizione intermedia di compromesso tra la teoria “olistica” del Clements (il quale vedeva la comunità climax quasi incarnata in un superorganismo che nasceva, cresceva e moriva) e la teoria “individualistica” di Henry Allan Gleason (1882-1975): “The vegetation unit is a temporary and fluctuating phenomenon, dependent, in its origin, its structure, and its disappearance, on the selective action of the environment and on the nature of the surrounding vegetation”. Tale teoria presupponeva la sostituzione della concezione del “superorganismo” con quello della coincidenza.

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Più recentemente, l’ecologo e biologo statunitense Eugene Pleasants Odum (1913-2002) cercò di dare una visione più globale dell’ecologia degli ecosistemi, secondo cui i vari ecosistemi entrano in contatto e in relazione tra loro costituendo un unico grande ecosistema globale (Fundamentals of Ecology, 1953, scritto insieme ad Howard Thomas Odum). E. P. Odum cercò di assumere tali concetti come unità funzionali della “biosfera”: dal momento che gli ecosistemi sono una proprietà fondamentale degli organismi viventi e che questi ultimi si sono diffusi in tutto il mondo, la biosfera può essere intesa come lo spazio di un ecosistema globale.
A partire dai primi anni ’60, la parola “ecologia” è diventata la parola d’ordine di movimenti ambientalisti che si battevano contro le devastazioni ambientali ad opera dell’uomo; anche se, si deve ammettere, questo tipo di ambientalismo, con accezioni ed implicazioni  inevitabilmente politiche e forse troppo poco scientifiche, si allontanò di molto dal significato originario dell’ecologia.
Più recentemente, l’ecologia si è sviluppata sulle due direttrici dell’ecologia vegetale ed animale, con attenzione alla dinamica delle varie mutue dipendenze e contaminazioni.

Tra coloro che diedero un importante contributo allo studio dell’ecologia e che ne sono ritenuti i padri fondatori, vogliamo qui ricordare, inoltre, Aldo Leopold, Ellen Swallow Richards ed August Thienemann. Come padre dell’ecologia nel mondo anglo-americano l’esploratore e botanico danese Johannes Eugenius Bülow Warming.

LE CORRENTI DI PENSIERO NELL'ECOLOGIA : L'ECOSOFIA (ECOLOGIA SUPERFICIALE ED ECOLOGIA PROFONDA) E LA CORRENTE NEO-UMANISTICA

ECOSOFIA

Etimologia : dal greco   οἶκος ,  oikos  “casa” + dal greco σοϕία  , sophia  “saggezza, abilità (nei mestieri e nelle arti)” (anche: “prudenza, apprendimento”) / inizialmente la radice extraellenica di importazione fenicia /ṣp’/ rimandava ad un signif. di “lungimiranza (in senso meta-astronomico)”; success. stette ad indicare l’abilità nell’arte della navigazione e, quindi, in tutte le arti ed i mestieri, il saper fare; in ultimo, da un significato di mera conoscenza pratica, assunse il signif. di saggezza intesa come conoscenza generale legata alle problematiche dell’esistenza umana, sia in senso individualistico che come specie /.

Il termine “ecosofia” fu coniato nel 1960 dal filosofo norvegese Arne Dekke Eide Næss (1912-2009) all’Università di Oslo e, dal significato letterale delle parole che lo costituiscono, sta ad indicare la “saggezza dell’ambiente”. In un famoso articolo del 1973, lo stesso Næss giunse alla distinzione tra ecologia profonda (deep ecology) ed ecologia di superficie (shallow ecology).
Næss arriva a formulare la sua nuova teoria partendo dalla constatazione di una crisi ecologica come una crisi culturale dovuta all’arroganza dell’antropocentrismo. Egli vedeva il mondo come “...oramai dominato da una cultura di tipo prevalentemente tecnico-industriale che portava ad abusare di tutti i contesti naturali, profanando le condizioni di vita delle generazioni future”.

Ecologia di superficie (shallow ecology)

Di fronte a tali abusi da parte della specie umana, Næss riconobbe innanzi tutto la necessità di una “filosofia dell’ecologia” che potesse salvaguardare la salute ed il benessere delle popolazioni nei paesi sviluppati” e, per questo, “combatté l’inquinamento e lo spreco delle risorse”. Tale ecosofia si dimostra però ricercare unicamente soluzioni di tipo prettamente scientifico e più particolaristiche, senza tendere al raggiungimento di una nuova immagine del mondo ed una nuova relazione tra uomo e natura. Coloro che si opposero inizialmente a tale concezione sollevarono alcune perplessità soprattutto in merito alla possibilità eventuale di interrompere lo sviluppo tecnologico adducendo che solo la tecnologia avrebbe potuto porre rimedio ai danni apportati dall’uomo alla natura.

Ecologia profonda (deep ecology)

Næss sentiva la crisi ecologica soprattutto come una crisi culturale. Di fronte a tale perdita di valori, un’ecologia profonda (deep ecology) avrebbe dovuto approfondire quali fossero le priorità di valori da salvaguardare, apportare un cambiamento radicale ed implicare, innanzi tutto, un profondo rispetto da parte dell’uomo nei confronti di tutta la natura, nei suoi molteplici aspetti; il tutto a scapito di una visione antropocentrica ed a favore, invece, di una visione biocentrica, in cui tutti gli esseri viventi fossero considerati uguali ed avessero la stessa importanza in quanto custodi e portatori di vita. Insomma, “Nessuna specie vivente può beneficiare maggiormente del particolare diritto di vivere e riprodursi più di qualsiasi altre specie" e “il diritto di vivere di tutte le forme (di vita) è un diritto universale che non può essere quantificato". Lo stesso valore che ogni uomo attribuiva a sé stesso avrebbe dovuto attribuirlo quindi necessariamente ad ogni altra forma vivente facente parte della comunità biotica in quanto noi e tutti gli altri esseri siamo "sfaccettature di una singola realtà in svolgimento".
Questa sua concezione totalizzante e lontana da egoismi particolaristici conferisce all’ecosofia di Næss la natura di movimento globalizzante.
Addirittura, Næss in Ecology, Community and lifestyle si spinse ad affermare che l’intero cosmo non fosse un insieme di esseri separati bensì un’unica rete di relazioni. Questa concezione porta inevitabilmente ad una visione ecocentrica di etica ambientale che riconosce nelle molteplici interazioni naturali l’esistenza di un valore intrinseco proprio di tutte le specie, i sistemi ed i processi naturali. Di conseguenza, non vi è più dualismo tra intelletto umano e natura, tra il pensante ed il pensato, in quanto anche l’uomo deve interpretare sé stesso come facente parte di quest’unica rete relazionale (“...campo totale relazionale...”).
In questo senso, l’ecologia profonda va a smarcarsi innanzi tutto dall’ambientalismo egoistico ed utilitaristico, ponderato unicamente al fine del benessere della specie umana e da una scienza ecologica meramente descrittiva, che non si ponesse quesiti più alti e profondi che lo stesso Næss riteneva fondamentali per l’uomo e per il ruolo che è chiamato a giocare come parte dell’ecosfera.
Nell’aprile del 1984, lo stesso Næss e George Sessions provarono a riassumere quindici anni di pensiero dell’ecologia profonda descrivendo le basi teoriche dell’ecosofia e riconoscendo, nell’impostazione della sua “piattaforma”, otto principi basilari, nella speranza che potessero essere compresi ed accettati da persone provenienti da differenti posizioni filosofiche e religiose:
“1) Il benessere e la prosperità della vita umana e non umana sulla Terra hanno valore in sé (in altre parole: hanno un valore intrinseco o inerente). Questi valori sono indipendenti dall’utilità che il mondo non umano ha per soddisfare gli scopi umani.
2) La ricchezza e la diversità delle forme di vita contribuiscono alla realizzazione di questi valori e sono inoltre valori in sé.
3) Gli esseri umani non hanno alcun diritto di ridurre questa ricchezza e diversità a meno che non debbano soddisfare i loro bisogni vitali.
4) La prosperità della vita e delle culture umane è compatibile con una sostanziale diminuzione della popolazione umana. La prosperità della vita non umana richiede tale diminuzione.
5) L’attuale interferenza dell’uomo nei confronti del mondo non umano è eccessiva e la situazione sta peggiorando progressivamente.
6) Le politiche devono essere pertanto cambiate. Queste politiche influenzano le strutture economiche, tecnologiche e ideologiche di base. La situazione risultante sarà profondamente diversa da quella attuale.
7) Il cambiamento ideologico consiste principalmente nell’apprezzare la qualità della vita (vivere in condizione di valore inerente) piuttosto che nel cercare un tenore di vita sempre più alto. Dovrà essere chiara la differenza tra ciò che è grande fisicamente (big) e ciò che lo è metafisicamente (great).
8 ) Chi sottoscrive i punti precedenti ha l’obbligo, direttamente o indirettamente, di cercare di attuare i cambiamenti necessari”.
La concezione dell’ecosofia appare recepire totalmente le idee sulla nonviolenza ghandiana, sul buddismo Mahayana e sul pluralismo di cui fu tenace sostenitore lo stesso Næss, il quale mise anche in pratica queste sue idee trascorrendo buona parte della sua vita nella baita Tvergastein, sulla cima del monte Hallingskarvet, in Norvegia (in ciò facendosi influenzare anche dal movimento norvegese dello friluftsliv, che si riprometteva di sperimentare la vita all’aperto).
Dalla lettura degli scritti di Næss si avverte la spinta a sviluppare un senso dell’ego più ampio, che trascenda il particolarismo e si proietti verso una più vasta sfera di interrelazioni. Il rischio maggiore sta nell’estremizzare l’applicazione a livello etico di un determinato paradigma ecologico, in quanto non è detto che una cosa sia giusta solo perché si verifica in natura (ciò potrebbe, ad esempio, portare alla giustificazione morale anche nella comunità umana del prevalere del più forte sul più debole).
Nel libro "Deep Ecology" (1985) Bill Devall e George Sessions inclusero alcuni ecologi e naturalisti tra i precursori dell’ecologia profonda, i quali dettero un importante contributo, oltre che dal punto di vista prettamente scientifico, anche allo sviluppo della coscienza ecologica.
Tra questi, ricordiamo Eugene Odum,  Aldo Leopold, Rachel Carson, Charles Sutherland Elton e John Livingston.
Il concetto di ecosofia fu successivamente ripreso e sviluppato soprattutto da parte dei filosofi Raimon Panikkar (1918-2010), Félix Guattari (1930-1992) ed Henryk Skolimowski (nato nel 1930).

Raimon Panikkar

" Vāc è proprio la Parola totale vivente, vale a dire la Parola nella sua interezza compresi i suoi aspetti materiali, il suo riverbero cosmico, la sua forma visibile, il suo suono, il suo significato, il suo messaggio. Vāc è più che mero significato o suono privo di senso; è più di una semplice immagine o veicolo di determinate verità spirituali. Essa non contiene rivelazione, è rivelazione. Era al principio. È l'interezza della śruti. La śruti è vāc. "
(Raimon Panikkar, I Veda. Mantramañjarī, vol. I, p. 120)

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“La mia grande aspirazione era ed è di abbracciare o, ancor meglio, di arrivare a essere (a vivere) la realtà in tutta la sua pienezza”: questo affermava Panikkar, la cui massima aspirazione era quella della costante ricerca dell’armonia ma anche di una filosofia contemplativa legata indissolubilmente all’azione.
Riallacciandosi anche ad H. Skolimowski (che parla di "ecofilosofia") Panikkar considera la natura non più come oggetto di studi meramente tecnici bensì come un soggetto che deve rivelarsi ai nostri occhi e alle nostre coscienze in uno stretto rapporto sacramentale di amicizia ed armonia. Come troviamo scritto nei suoi libri, “Né la terra, né il corpo, né il Sé si identificano con il mio (psicologico) ego". Quindi è un invito a rifuggire gli individualismi e a cercare di considerarci compenetrati nella terra come in un unico corpo.
I cicli ritmici della terra (morte/vita/resurrezione) vanno rispettati da parte dell’uomo, in una nuova visione che non veda né dominatori né sfruttatori.
Per evitare l’ecocidio, si rende pertanto necessaria una conversione culturale che metta in discussione alcuni punti certi e fondamentali della nostra civiltà, che egli precisamente enumera:
1) Demonetizzare la cultura (contro il dio-denaro)
2) Demolire la torre di Babele (contro l’impero globale)
3) Superare l’ideologia degli stati nazionali (contro le logiche finanziarie)
4) Ricondurre la scienza moderna entro i propri limiti (per una scienza più umana)
5) Sostituire la tecnocrazia con l’arte (lo spirito della creazione artistica al posto della tecnocrazia)
6) Superare la democrazia (il popolo non può decidere poichè è isolato e frammentato dalla tirannide economica)
7) Recuperare l’animismo (in ogni animale e in ogni cosa c’è una scintilla di vita e di libertà)
8) Far pace con la Terra (scendere a patti con la terra significa scendere a patti con sé stessi poiché la terra fa parte di noi)
9) Recuperare la dimensione divina (la realtà è cosmoteandrica nel rapporto uomo-Dio-cosmo: i tre mondi, pur distinguibili e gerarchicamente ordinabili, non risultano separabili e formano un tutt’uno. Tale intuizione porta a considerare la realtà come un unico sistema relazionale che vede intrecciate e inter-in-dipendenti le tre dimensioni della coscienza, della libertà o trascendenza e della materia. Anche se l’uomo si è allontanato da Dio, nel suo animo si possono leggere i segni di un desiderio di resurrezione e di infinito.).

Felix Guattari fu un filosofo francese post-marxista, il quale, nel 1980, intraprese un cammino nel mondo ecologista concependo l’ecologia come un’unica realtà o sostanza anche se presentante al proprio interno varie differenziazioni e caratterizzazioni: un qualche cosa che, sola, potesse dare un’esperienza totalizzante e costituire un’alternativa alla desertificazione sociale (Le tre ecologie, 1989; Caosmosi, 1992). In questa visione, l’ecologia viene vista come un’interconnessione tra fenomeni complessi quali la soggettività dell’uomo, l’ambiente e le sue relazioni sociali.
Su questo sfondo di desolazione ed alienazione, sembra delinearsi la ricerca di una nuova etica-estetica, un paradigma che si risolvesse nella formulazione di un nuovo schema ecologico che sapesse rifuggire le delimitazioni e costrizioni prettamente fisiche e territoriali - in cui veniva confinata l’ecologia - e dischiudere linee diverse di soggettivazione. L’introiezione del concetto di ecosofia dischiudeva le porte alla concatenazione tra l’ecologia e l’ecologia sociale e mentale: non si poteva concepire e reinventare un ambiente ecologico da curare e salvaguardare senza concepire contestualmente un ambiente sociale ed esistenziale. La lotta alle oppressioni doveva favorire un nuovo sistema di valori e nuove socialità, rifuggire la distruzione, lo sfruttamento, la regressione e l’inquinamento che è al tempo stesso dell’uomo e della natura, mentale e sociale.

Henryk Skolimowski (nato nel 1930) è un filosofo polacco considerato il pensatore leader nel campo della eco-filosofia.
Nella sua concezione il mondo è visto come un santuario in cui l’ecologia e la spiritualità sono un tutt’uno. Pertanto i valori che sono posti alla base di questa costruzione sono il rispetto per la vita, l’altruismo e l’etica ambientale. Secondo tale visione, la filosofia deve impegnarsi per la vita e la concezione dell’esistente deve essere finalizzata al superamento dell’angoscia umana causata dalla preponderanza della tecnologia moderna.
Più di recente, ha proposto una nuova cosmologia della luce, secondo cui la luce è una Grande Madre, fonte di tutte le spiritualità e le religioni.

Murray Bookchin (1921-2006) – uno dei fondatori dell’ecologia sociale – criticò aspramente l’ecologia profonda di Næss, sottolineando che, seguendo la sua visione biocentrica, si arrivava a negare il ruolo fondamentale che aveva avuto nella storia dell’evoluzione naturale la specie umana, che egli considerava unica.
L’ecologia sociale accusa di misticismo la deep ecology. Secondo gli ecologisti sociali, le devastazioni della natura - alla stregua di tutte le altre ingiustizie sociali - sono dovute essenzialmente all’autoritarismo ed alla gerarchia. Solo correggendo queste due forme di antropocentrismo e cambiando la struttura sociale si può arrivare a correggere i problemi ambientali.
Secondo Bookchin, poi, la crisi ecologica non poteva essere combattuta auspicando anche politiche di controllo demografico, incompatibili con la sua visione umanista.

La corrente neo-umanistica

Ed un’ecologia improntata ad una visione più umanistica della vita è quella che caratterizza, difatti, la terza ed ultima corrente. Essa si rifà ad un’etica responsabile in cui prevalga il rispetto dell’uomo per la realtà circostante, sia essa umana che non umana. Secondo tale corrente, nel suo rapportarsi con il mondo esistente l’uomo non deve rifugiarsi in una visione fondamentalistica dell’ecologia né quindi partire aprioristicamente da una visione negativa dell’umanesimo in quanto visto antropocentricamente. Si tratta pertanto di procedere ad una scelta di valori e cercare di limitare il dominio umano sulla natura e sull’intero ecosistema preoccupandosi di quelli che saranno gli effetti a lungo termine delle attività umane sia a livello planetario che sulle future generazioni e su tutte le altre creature.
Come afferma Gilles Clément, la realtà va vista come un giardino planetario in movimento e l’uomo (il giardiniere) deve imparare ad assecondare il movimento, procedere secondo il principio del “fare quanto più possibile con, e quanto meno possibile contro”. La presa di coscienza di un sistema di relazioni tra giardino, paesaggio, natura e pianeta si traduce così, nella sua filosofia, in un vero e proprio progetto operativo di nuova “ecologia umanista”.
Nel suo “Manifesto del Terzo paesaggio”, Clément prospetta nuovi campi di riflessione anche ad implicazioni di natura politica. Il suo terzo paesaggio comprende tutti quei luoghi che risultano oramai definitivamente abbandonati dall’uomo: le grandi aree disabitate del pianeta e quelle invase dalla tecnologia dell’uomo e poi abbandonate a sé stesse al pari degli spazi più piccoli, quasi invisibili, ma che tutti risultano essere fondamentali per il mantenimento della diversità biologica del pianeta.

L'ECOLOGIA: TIPOLOGIE E DISCIPLINE SPECIALISTICHE

L’ecologia parte innanzi tutto dallo studio dell’esistente, di quelli che sono gli attori sul vasto palcoscenico della natura e dei rapporti che intercorrono tra i vari organismi al loro interno e con l’ambiente che li circonda. Inevitabilmente, ciò ha un primo impatto sia a livello teorico che sperimentale. Ciò rappresenta quello che viene definito “ECOLOGIA DI BASE”.
Tutto ciò non può non avere una successiva fruizione nella gestione dei mezzi di conservazione e ripristino delle varie specie vegetali e/o animali e dell’ambiente naturale che permetta la loro esistenza. Soprattutto in considerazione e nella previsione dei danni e dei disturbi che derivino o possano derivare ai vari ecosistemi naturali dall’intervento antropico ossia dall’inquinamento derivante dall’impatto delle attività umane (tra cui l’agricoltura).
Questo sforzo di applicazione di concetti e teorie propri dell’ecologia di base rappresenta quello che viene oggi definito “ECOLOGIA APPLICATA” alla soluzione di problemi concreti, relativi alla gestione dell’ambiente naturale. Tutto ciò si concretizza soprattutto nella gestione più oculata delle risorse naturali, nel recupero ambientale, nell’istituzione di aree protette e nel controllo delle popolazioni nelle comunità.
Naturalmente, a seconda di ciò che abbia rappresentato l’oggetto specialistico dei vari studi da parte degli ecologisti, si sono andate delineando, nel tempo, anche differenti discipline ecologiche:
- quella degli organismi: che, prima di considerare il rapporto con l’ambiente, non poteva non prendere in considerazione lo studio specifico dei vari organismi vegetali e/o animali;
- quella fisiologica: che studiava lo svolgimento di tutti quei processi che, a livello chimico-fisico, consentivano ai singoli organismi di mantenere una certa omeostasi e, quindi, la loro sopravvivenza all’interno di un determinato ambiente;
- quella comportamentale: che studiava la risposta, a livello comportamentale, di un determinato organismo al proprio ambiente naturale;
- quella delle popolazioni: che studiava l’insieme degli organismi di una determinata specie;
-quella delle comunità: ossia l’ecologia che aveva ad oggetto lo studio dell’insieme dei vari organismi all’interno di un unico ecosistema limitato dal punto di vista geografico nonché le interazioni che si verificavano all’interno di tale sistema;
- quella degli ecosistemi: dalla considerazione che in un sistema entrassero in gioco anche fattori abiotici, si giunse allo studio dell’ecologia degli ecosistemi;
- quella industriale: il cui oggetto è l’eco-sostenibilità delle attività industriali e dei sistemi produttivi e, quindi, sia la loro gestione che la loro pianificazione nel tempo;
- quella culturale: che ha per oggetto lo studio delle relazioni tra le varie comunità umane e l’ambiente in cui si sono insediate; quindi in un rapporto stretto con l’archeologia, la demografia, l’economia e la biologia;
- quella urbana e sociale: che studia come interagisce il comportamento umano con i grandi ambienti urbani di recente formazione.