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DIAULO

Diaulo (in latino Diaulus) (medico romano, I sec. d.C.).
In alcuni epigrammi del celebre poeta epigrammista romano Marco Valerio Marziale (40 d.C. - 102 d.C.) si sintetizza quello che in Roma era il giudizio sui medici, provenienti soprattutto dalla Grecia, i quali numerosi erano andati affollando le strade dell’Urbe.
Marziale - Epigramma I.30
“CHIRURGUS FUERAT, NUNC EST VISPILLO DIAULUS.
COEPIT QUO POTERAT CLINICUS ESSE MODO.”
“Diaulo fu chirurgo, ora è becchino.
Cominciò ad esser clinico nel modo che poté.”
Laddove col termine di “clinicus” (in greco κλινικός) veniva al tempo indicato il dottore che prestava assistenza al malato allettato [nel merito, letto = bara (κλινη)].
Martiale - Epigramma I.47
“NUPER ERAT MEDICUS, NUNC EST VISPILLO DIAULUS:
QUOD VISPILLO FACIT, FECERAT ET MEDICUS.”
“Diaulo era un medico, ora è becchino:
quel che (ora) fa da becchino, già lo fece da medico.”
Indirettamente tale epigramma verrà commentato come segue nel libro “I Medici alla censura. Tradotto dal francese dal Sig.re CONSTANTIN BELLI (In Lione, appresso Gio. e Giacomo Anisson..M.D.C. LXXVIII):
“La similitudine va bene, disse Caristo,  per lo fatto de’ morti: ma per sepelirli, e sotterrarli ell’è un’opera pia, la quale per conseguenza non aspetta punto all’arte della Medicina. Ella tollera appresso di se pochi Crhistiani, e produce molti ateisti. Io non so da che provenga; perch’ella potrebbe facilmente istruire i suoi discepoli nella verità...”.
*Laddove Caristo viene presentato come “...huomo celebre, il quale avendo unito lo stato chericale alla professione d’auvocato, intende egualmente le leggi, e la Teologia”.
Ma la nostra interpretazione deve naturalmente soffermarsi al tempo in cui i su citati versi vennero scritti. Qui il nome di Diaulo, più che indicare un medico, peraltro sicuramente realmente esistito, sta a simboleggiare il medico ciarlatano, senza alcuna formazione medica, e la similitudine col becchino, anche se pare evidentemente una forzatura, tende a rappresentare crudamente un sentimento che era molto diffuso a quei tempi. In realtà, soprattutto nei primi tempi, una vera e propria formazione all'arte della medicina non esisteva in Roma. Chiunque poteva dichiararsi medico e senza nessuna cognizione teorica o esperienza pratica aprire un proprio ambulatorio.
Tra tutti gli schiavi che cominciarono ad essere importati nell’Occidente Romano dalle terre conquistate e che vantarono le loro arti mediche, è arduo difatti stabilire quanti realmente fossero in possesso della necessaria preparazione teorica ed esperienza pratica o se, piuttosto, molti di essi fossero unicamente preoccupati di raggiungere un’emancipazione sociale o, soprattutto, quel successo economico che molti dei medici greci che invasero Roma cominciarono a conseguire. Al riguardo, Plinio ci parla del prezzo che i medici – almeno quelli più noti – ponessero per fornire la loro assistenza: gli imperatori pagavano loro ogni anno 250.000 sesterzi. Un tale Quinto Stertinio – continua Plinio – pretese di mostrarsi benemerito della corte servendola al prezzo di 500.000 sesterzi mentre avrebbe potuto guadagnarne fino a 600.000 servendo il pubblico. Dal canto suo, il caustico Marziale avrebbe fatto presente come “alcuni medici chiedono un prezzo eccessivo per la maggior parte delle inutili medicine e droghe, ed altri nel loro mestiere cercano di trattare malattie che essi ovviamente non capiscono”
Molte erano inoltre le superstizioni, a cui era attaccato il volgo. Fino al cadere della Repubblica e sotto i primi Imperatori si cavavano le sorti; e Svetonio, Stazio, Silio Italico, Properzio, lo stesso Marziale ed altri ricordano i sortilegi eseguiti a Preneste e ad Abano. Lampridio, Orazio, Marziale e Svetonio ne parlano; e molti e strani erano i modi per presagire il futuro: angurie, avellane; l'incontro di un animale, il volo di un uccello, la caduta di un oggetto: qualunque lieve incidente dava loro il pretesto per un presagio.
Una nuova concezione della medicina a Roma andrà affermandosi dopo i primi contatti con la civiltà greca e con l’inizio delle massicce importazioni di schiavi susseguenti alle prime vittoriose campagne belliche. I medici, soprattutto greci, che arrivarono a Roma si occuparono, in questo periodo di transizione, prevalentemente di pratiche abortive e della preparazione di filtri amorosi. Essi erano avventurieri empirici, capaci piuttosto a discreditare l'arte medica che a farla apprezzare. Andavano girando per la città e per la campagna in cerca di creduli e d'illusi, ricorrendo a pratiche superstiziose ed a metodi empirici e sostavano sulle pubbliche piazze, mettendovi in mostra empiastri, malagmi, decotti e ferri chirurgici (come è anche possibile distinguere nei dipinti di Ercolano). Quindi in quei tempi la medicina era più una bassa speculazione che arte libera e pubblica.
L’esercizio pubblico della professione medica è datato al 219 a.C. (secondo il racconto di Plinio) allorché giunse a Roma il su citato medico greco Archagatos, detto il “carnifex”, che iniziò ad esercitare stabilmente in un vero e proprio ambulatorio medico (la taberna medicinae): “...Cassius Hemina ex antiquissimis auctor est primum e medicis venisse Romam Peloponneso Archagathum Lysaniae filium L. Aemilio M. Livio cos. anno urbis DXXXV, eique ius Quiritum datum et tabernam in compito Acilio emptam ob id publice. / Vulnerarium eum fuisse egregium, mireque gratum adventum eius initio, mox a saevitia secandi urendique transisse nomen in carnificem et in taedium artem omnesque medicos...[… Cassio Emina, uno delle nostre antiche autorità, narra che il primo medico che venne a Roma dal Peloponneso fu Arcagato figlio di Lisania, nell'anno del consolato di L. Emilio e M. Livio, 535 ab Urbe condita. Egli ottenne la cittadinanza romana e gli fu acquistata con soldi pubblici una bottega al crocevia di Acilia (’’in compito Acilio’’), dove poter curare i pubblici malati. Fu un chirurgo egregio (“Vulnerarius”), straordinariamente popolare al suo arrivo, ma ben presto si guadagnò il nomignolo di "carnefice" a causa del suo uso selvaggio dello scalpello (da scalprum, il bisturi) e del cauterio, ed ingenerò avversione verso la professione sua e degli altri medici...”…] (Naturalis Historia, XXIX, 12-13). Questa visione a dir poco campanilista di Plinio il Vecchio (di cui darà conto nella sua Naturalis Historia) pare far eco alla posizione di Catone il Censore, il quale era stato da sempre contrario all’arrivo a Roma dei medici greci, che vedeva incompetenti e pericolosi [“Iurarunt inter se barbaros necare omnis medicina” = “Hanno giurato tra loro di uccidere tutti i non Greci” (“barbaros”)]. Per altro verso altri medici (tra i quali Celso) lo avrebbero lodato per i suoi impiastri (“emplastra”), termine che ritroviamo nello stesso Plinio il Vecchio allorchè parla di “vulneraria emplastra”. Celso faceva quasi certamente riferimento al “cerotto di Arcagato”, molto in uso a Roma, utile per curare le ferite, composto di cerussa, rame (bruciato), minio, letargirio e trementina. La posizione di Plinio e degli altri che lo definivano “carnifex” può quindi essere interpretata anche da un punto di vista derisorio riferita più generalmente a tutti i medici greci che erano arrivati a Roma e che alcuni sembrano ritrovare – riferita ad Arcagato – anche nella commedia di Plauto dei Menaechmi. In essa fa la sua comparsa la figura del medicus, il prototipo del medico greco, al centro dell’attenzione in quanto oggetto delle battute ironiche da parte degli altri protagonisti e fonte di ilarità per il pubblico.
Dopo Arcagato seguirono dalla Grecia uomini volgari spinti dal bisogno, dalla vita irregolare o dalle fazioni politiche, i quali si preoccupavano unicamente di fare fortuna, spacciandosi conoscitori di rimedi ma essendo solo esecutori di una bassa chirurgia. Tanto che solo il bisogno faceva ricorrere a questi saltimbanchi, i quali a poco a poco s'introdussero nei bagni pubblici, nelle terme, nei Ginnasi; molti di loro, nella qualità di schiavi, prestavano la loro opera a particolari famiglie, le quali talvolta, in compenso dei servizi prestati, li affrancavano; ed essi, una volta liberati, passavano ad esercitare pubblicamente il loro mestiere.