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DEMETRIO di Apamea

Demetrio di Apamea (medico greco, III sec. a.C.).
Fu uno dei discepoli di Erofilo, la cui scuola sorse all’incirca nel 280 a.C..
A quel tempo, però, si andò sviluppando il ricorso all’esegesi dei testi medici arcaici, tra cui in primis quelli ippocratici, per una loro migliore comprensione, di modo che andò diffondendosi il modello della Medicina Esegetica nella pratica medica. Ben presto, la scuola erofilea andò quindi estinguendosi, anche se al suo interno andarono comunque distinguendosi vari scienziati, tra i quali, appunto, lo stesso Demetrio, il quale – all’interno della medicina scientifica - si distinse soprattutto per la specializzazione sulle varie patologie dell’apparato sessuale, a differenza del suo maestro che in questo campo aveva privilegiato la descrizione della fisiologia della riproduzione.
Di lì a poco, sarebbe tornata in auge la teoria medica ippocratica (fra cui la teoria dei quattro umori: sangue, flegma, bile ed atrabile), ripresa da medici quali Rufo d’Efeso e Galeno. Ancor prima, però, a seguito della decadenza della scuola erofilea e di quella dell’anatomista Erasistrato di Ceo (304 a.C. – 250 a.C.), dette due scuole erano andate confluendo nella Scuola di Alessandria, sorta all’incirca nel 250 a.C., tanto che lo stesso Demetrio di Apamea, pur discepolo di Erofilo ed appartenente all’età ellenistica, viene considerato più propriamente come appartenente a tale scuola. I seguaci di Erofilo ed Erasistrato, allontanandosi dal modello prettamente scientifico-sperimentale dei loro maestri, vennero influenzati dal modello dogmatico che si basava su una corretta esegesi dei testi. In tal modo, però, si allontanarono anche dai principi della scuola empirica e pragmatica che più delle altre avrebbero successivamente caratterizzato la Scuola di Alessandria.
Proprio sulla base degli studi teorici portati a termine, Demetrio di Apamea viene considerato come appartenente a quella vasta schiera di farmacologi confluiti nella scuola alessandrina, tra i quali ricordiamo, tra gli altri, Eraclide di Taranto, Cleofanto, Aspasia e Zenone di Laodicea.
Nel campo degli studi patologici sessuali, Demetrio studiò, tra l’altro, il priapismo e la satiriasi. Ma si approfondì anche sullo studio e l’eziologia di altre patologie del corpo umano, oltre quelle sessuali.
Meritano menzione i suoi studi sull’eziologia delle emorragie; sull’osservazione della febbre nel morbo cardiaco idiopatico (non sintomatico) che compariva solitamente dopo 4-5 giorni (mentre Demetrio pretese di averla osservato soltanto nel principio della malattia sostenendo che sparisse nel suo decorso ulteriore).
Da quanto riportano Rufo d’Efeso e Celio Aureliano, sembra abbia anche scritto un trattato di pediatria, di ostetricia, di semeiotica e patologia.
Ma Demetrio viene per lo più ricordato per aver coniato, insieme ad Apollonio di Menfi, il termine διαβαίνειν (diabánein , diabete, propriamente col significato originario di sifone) che troviamo riportato in alcune posteriori fonti bizantine (anche se, in verità, la malattia era già conosciuta in Egitto, come risulta dal “papiro di Ebers” risalente addirittura al XVI sec. a.C.).
Coniando tale termine, i due medici avevano riconosciuto a tale malattia le caratteristiche della poliuria e della polidipsia (rispettivamente, abbondante produzione di urine ed ingestione di acqua). Da qui “diabetes” (dia=attraverso, bete=passare), ad indicare, appunto, l’acqua che passa come il liquido attraverso il sifone. Difatti tale termine, mutuato dal greco, aveva assunto il significato di “sifone” anche nella letteratura medica di Areteo di Cappadocia (II sec. d.C.), il quale operò a Roma e fornì per primo della patologia una completa descrizione nel suo trattato “Sul diabete”.
Ma secondo uno studio semantico sulle radici della lingua, il francese Émile Benveniste (1902 – 1976), partendo dal significato di “sifone” (che il termine greco diabetes aveva assunto anche in Roma) e riferendosi alla sua forma, avrebbe sentenziato che il termine si rifaceva appunto alla posizione ad “U” che veniva assunta da coloro che orinavano (con le gambe divaricate) e non direttamente al passaggio del liquido.