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Climax

CLIMAX

Etimologia : dalla radice proto-indo-europea klei- , da cui κλῖμαξ  , klimaks  (gen. Κλίμακος/klimakos) da cui il latino (tardo) climax , col sign. di “scala (o smagliatura)”, usato per indicare l’apice di un determinato processo di crescita /. [Identica derivazione per la v. verb. κλίνω , klìno “piegare, inclinare”, da cui κλίμα (–ματος) ,  klíma (Klimatos)  “zona, spazio geografico” / sign. orig. “latitudine,  inclinazione (terrestre dall’equatore ai poli)” / da cui il latino clima-atis /].
Stadio di evoluzione di un ecosistema in cui la vegetazione del luogo si sia sviluppata al suo optimum in assenza di un intervento diretto dell’uomo, unicamente sotto l’influenza della latitudine e di altre variabili quali ad esempio l’altitudine, la posizione geografica, il microclima ed il tipo di suolo.
Tali comunità vengono chiamate dagli ecologi “comunità climax”, poiché rappresentano il culmine di un processo di mutazione dell’ambiente fisico che si definisce come sviluppo ecologico o di facilitazione. La facilitazione è uno dei meccanismi-cardine del processo di successione nella teoria del Clements, dove almeno una delle specie presenti beneficia nel crescere insieme ad un'altra [un esempio di facilitazione é costituito dalle leguminose (azoto-fissatrici) o dai licheni che colonizzano le rocce]. A tale meccanismo successivamente vennero associati quelli della tolleranza e dell’inibizione da parte di Connell e Slatyer (1977). Secondo la teoria di Frederic Edward Clements (1874-1945) l’aberrazione da uno stato di climax comporta inevitabilmente uno stato (proclimax) che presuppone il climax. Precisamente, potranno essere quattro le forme che potrà assumere ogni comunità proclimax: subclimax, disclimax (o plagioclimax), preclimax e postclimax.
Il subclimax viene anche definito “deflected succession”: esso è la penultima tappa di una successione di una specifica “sere”. Può persistere anche per lungo tempo ma, alla fine, viene sostituito da uno stato di climax, in cui una data comunità raggiunge il culmine del suo assetto. Ad esempio: siccome alle foreste di conifere dell’Olocene dell’America del Nord si è alla fine sostituita una foresta decidua (temperata) le stesse foreste di conifere, secondo la teoria dello stesso Clements, possono ben essere definite come una comunità subclimax.
Il Disclimax (o plagioclimax) costituisce una perturbazione ambientale che va a modificare, parzialmente o totalmente, un climax. Ad esempio, l’erba Bromus tectorum, introdotta dal Mediterraneo, è diventata negli USA una specie invasiva (come evidenziato dagli ecologisti G. Stewart e A.C. Hull nel 1949 e particolarmente da P.A. Knapp nel 1992). In California ha alterato la Spruce Mountain (Nevada) e permanentemente la vegetazione attorno ad alcune “città fantasma”.
Preclimax e postclimax si riferiscono alle specie preesistenti e a quelle che ad esse succederanno. Tali stati sono causati da specifiche condizioni locali che portano una determinata specie a colonizzare e dominare una comunità matura in un secondo momento per la presenza di condizioni più favorevoli per lo sviluppo della vegetazione. Non si tratta, cioè, di un’invasione da parte di specie su di un terreno preparato da pionieri specifici bensì di un modello che vede un diradamento delle specie originariamente presenti in un dato territorio e la loro graduale sostituzione con nuove specie che già vi hanno un loro punto di appoggio.
Al termine di ogni processo, quindi, non sempre può esserci una comunità climax stabile. Lo stadio finale di climax, dinamicamente stabile, persiste infatti finché nella successione ecologica non intervengano perturbazioni esterne naturali, quali il vento o il fuoco, che possano bloccare tale evoluzione ad uno stadio di pseudoclimax oppure l’intervento diretto dell’uomo con comunità locali, pascolo, campi coltivati ed incendi provocati, periodicamente o stagionalmente, nella vegetazione, che possano stabilizzare lo sviluppo della vegetazione ad uno stadio di disclimax, in cui non sia consentito il raggiungimento di uno stadio di climax. Tali ecosistemi si sono però dimostrati resistenti ed in grado di autoregolarsi e resistere a variazioni anche repentine dell'ambiente esterno; in quanto capaci di adattarsi a periodiche distruzioni, tali comunità vengono definite “comunità disclimax" o "comunità all’equilibrio". Per altro verso, con riferimento al climax, si useranno le espressioni "comunità climax" o "vegetazione climax".
Il concetto di climax fu proposto da Henry Chandler Cowles (1869-1939) e sviluppato da Frederic Edward Clements (1874-1945). Quest’ultimo lo definì, nel 1928, “the final condition of a vegetation of a climatic region through a climatic period”: la successione giunge quindi ad uno stadio finale che é determinato dal clima regionale in cui la vegetazione presente sia in equilibrio con i fattori ecologici ivi dominanti (“Teoria del Monoclimax” o “climax climatico”). A questa visione “olistica” che vedeva la comunità climax quasi incarnata in un superorganismo che nasceva, cresceva e moriva, si oppose la teoria “individualistica” di Henry Allan Gleason (1882-1975): “The vegetation unit is a temporary and fluctuating phenomenon, dependent, in its origin, its structure, and its disappearance, on the selective action of the environment and on the nature of the surrounding vegetation”. Tale teoria presupponeva la sostituzione della concezione del “superorganismo” con quello della coincidenza. Non vi erano, quindi, stadi fissi e sequenze regolari nella successione in quanto essa non era prevedibile: ogni comunità vegetale, in particolare, era un complesso sistema probabilistico (puramente stocastico e non-deterministico) e, in quanto tale, ogni successione non poteva assolutamente seguire un modello prevedibile. Arthur George Tansley (1871-1955) propose la teoria del policlimax (compromesso tra le posizioni di Clements e di Gleason) secondo cui alcuni fattori locali (quali, ad es., il substrato e la posizione topografica) potevano portare la successione a tipi diversi di climax. Tale teoria riconosceva un massimo dell’evoluzione possibile nel climax (comunità finale) ed una serie di comunità di transizione che si sarebbero succedute l’una all’altra in una specifica area geografica (ogni singola sequenza di comunità veniva detta “sere” o “serie” mentre le comunità stesse venivano dette “stadi” o “stadi della serie”). Il climax, quindi, come mosaico e coesistenza delle varie comunità, diversificate da specifiche caratteristiche stazionali e dalle altre variabili dell’ecosistema, in cui molti fattori potevano intervenire per impedire il raggiungimento del climax ottimale. Potevamo avere, quindi, un “pyral climax” (con il fuoco come fattore determinante), un “edaphic climax” (con il suolo come fattore determinante) ed un “biotic climax” o “plagioclimax” (che vedeva nel fattore zoogeno od umano il suo fattore determinante). Da parte di Reinhold Tüxen (1899-1980) venne successivamente introdotto il nuovo concetto di “vegetazione naturale potenziale”, che consentiva di analizzare in situ le ragioni per cui una popolazione vegetale potesse tendenzialmente costituire l’insediamento principale in uno specifico territorio (e non in altri). Le critiche al concetto di climax furono infatti numerose. Tra le principali, si obiettò al Clements che il “climax” fosse un concetto puramente teorico, astratto dalla realtà, in quanto nessuna comunità potesse dirsi assolutamente isolata da perturbazioni esterne di modo da poter creare, appunto, una comunità climax e che le poche comunità che sino ad allora avevano avuto quest’opportunità (come ad esempio la foresta amazzonica) erano cresciute in condizioni di notevole disordine. Ancora, si obiettò che la vegetazione di uno specifico territorio, per raggiungere lo stadio ottimale di “vegetazione climax”, avesse bisogno di tempi lunghissimi, addirittura millenari, durante i quali il clima avrebbe subito variazioni tali da perturbare ed alterare l’equilibrio clima-vegetazione: in definitiva, quindi, anche se ogni successione tende naturalmente verso uno stato stazionario ottimale, il tempo per raggiungerlo appare irrealisticamente lungo, disturbato così frequentemente che la realizzazione di una comunità climax appare improbabile e, in ultima analisi, è stato considerato come un concetto meno utile.