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CLEARCO di Soli

CLEARCO di Soli

Clearco di Soli (in greco Kλέαρχoς ο Σολεύς , Klèarkhos o Soleùs; in latino Clearchus) [filosofo ed erudito greco, autore, tra l’altro, di scritti di zoologia, Soli, Cilicia (attualmente nel territorio turco di Mersin), città che si trova nella regione costiera meridionale della penisola anatolica (proprio a NE di Rodi), IV – III sec. a.C.).
Fu filosofo peripatetico, allievo di Aristotele.
A differenza dell’apicultore Aristomaco di Soli, per il quale non è certa la città natale, ossia se si tratti della Soli cilicia o cipriota, per Clearco di Soli è invece possibile identificare nella Soli della Cilicia la sua città natale (anche se non unanimemente riconosciuta come tale); ciò risulta possibile soprattutto sulla scorta di quanto scrive lo storico greco Diogene Laerzio (180 – 240) nell’opera “Vite dei filosofi” (1, 5, 51). (Per completezza ricordiamo qui che lo studioso Ioannis Taifacos è pervenuto alla conclusione inversa, ossia che la Soli di Clearco sia quella cipriota).
Tale diatriba è tra l’altro oggetto del libro di Joannes Baptista Verraert su Clearcho Solensi...(Gandavi, apud M.A. Mahne, 1828) il quale si richiama a varie fonti. Leggiamo: Porro tandem Baguetius, auctor copiosissimae ac simul eruditissimae Commentationes De Chrysippo, quae legitur in Annal. Acad. Lovan. A. 1822, dicit quidem, Clearchum fuisse Chrysippi civem h. e. Solensem Cilicem, verum e testibus, quos pag. 1. Citat, hoc minime apparet.”. Sul fatto, l’autore insiste però di non potersi dire sicuro; quindi, rifacendosi ad Ateneo, scrive: “...apud Atheneum, uti recte animadverterunt summae auctoritatis viri, ... de luxuria Cypriorum loquens, ter dicit παῥ ήμίν apud nos, et illa dicendi formula, se Cyprium esse, significare voluisse videtur, egoque idcirco lubens assentiar triumviris modo nominatis; tamen quidam scrupulus adhuc mihi restat, quo impedior, quominus eum fuisse Cyprium affirmare audem.”. Infine, richiama quanto scrive Diogene Laerzio: “καί εἰσιν οἱ μὲν ἔνθεν Σολεῖς, οἱ δ᾿ ἀπὸ Κύπρου Σόλιοι” (“quae distinctio, modo sine ulla exceptione vera sit, omnino facit, ut Clearchum, qui a Veteribus non nisi ὁ Σολεὺς cognominatur, potius
Cilicem, quam Cyprium fuisse putemus”).
Oltre, naturalmente, al richiamo sull’argomento ad altri scrittori anonimi.
Clearco scrisse varie opere sui più svariati argomenti. La più nota rimane quella a carattere biografico (Bίοι ovvero Περὶ βίων), di almeno 8 volumi.
Le altre opere spaziano, tra l’altro, da argomenti sull’amicizia e l’educazione a quelli sui costumi dei popoli; da scritti su questioni d’amore (Ἐρωτικά) ad altri meramente scientifici, come quelli “Sullo scheletro” (Περὶ σκελετῶν).
Ancora, ricordiamo quelli a carattere prettamente scientifico “Sul timor panico” e “Sulla torpedine”.
Tra le altre minori (ricordiamo, tra le altre, Περὶ παιδείας;  Ὅρος; Γλῶσσαι), citiamo:
-Un’opera di tattica militare (Τακτικά) che ritroviamo citata in Eliano Tattico ma che non è sicuro se sia da attribuire a Clearco di Soli ovvero a Clearco di Eraclea (anche se J. B. Verraert – sopra citato - era favorevole ad attribuirla al nostro Clearco);
-Περὶ τοῦ πανικοῦ;
-Un commento sul Timeo (Τίμαιος) di Platone;
-L’elogio a Platone (Πλάτωνος ἐγκώμιον);
-Περὶ Ἐπαμινώνδου;
-Ἀρκεσίλας;
-Uno scritto sugli argomenti matematici nella Repubblica di Platone (Περὶ τῶν ἐν τῇ Πλάτωνος Πολιτείᾳ μαϑηματικῶς ἐιρημένων);
-Opere sull'amicizia (Περὶ φιλίας); sugli indovinelli (Περὶ γρίφων, in 2 libri) e sulla scrittura (Περὶ γραφῶν);
-I proverbi (Περὶ παροιμιῶν) in due libri;
-Questioni d'amore (Ἐρωτικά) in almeno 2 libri;
-Περιγραφαί;
-Γεργίϑιος;
-Περὶ νάρκης;
Περὶ Ἐπαμινώνδου (“Su Epaminonda”);
-scritti sugli animali acquatici (Περὶ τῶν νύδρων); [a latere, si vogliono ricordare qui anche due distinti frammenti sulle cornacchie (κολοιοί) e sulle quaglie (ὄρτυγες)];
-Περὶ ϑινῶν;
-Περὶ σκελετῶν, in almeno 2 libri;
-Περὶ ὕπνου, in almeno 2 libri.

Oltre l’opera a carattere biografico (Bίοι ovvero Περὶ βίων), tutte le altre opere attribuite a Clearco di Soli sono state precedentemente citate, per mera completezza, anche se sulla paternità di alcune di esse alcuni studiosi si sono espressi con cautela.
A tal proposito, per una ricerca specifica, si rimanda ai “Prolegomeni a una nuova raccolta dei frammenti di Clearco di Soli” di Tiziano Dorandi.

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In particolare nella su citata opera sul sonno (Περὶ ὕπνου), di cui tra l’altro ci sono pervenuti solo alcuni frammenti, in cui Clearco di Soli metteva in rapporto, nel dialogo, il suo maestro Aristotele da giovane con un saggio ebreo e sviluppava una sua teoria sull’immortalità dell’anima.
Anche delle altre opere ci sono pervenuti frammenti, che Karl Wilhelm Ludwig Müller (1813 – 1894) raccolse nel 2° dei 5 volumi della sua “Fragmenta Historicorum Graecorum” (1841–1870).
Nelle opere che trattavano, anche se in maniera alquanto rozza e superficiale, la cultura dei popoli, Clearco anticipò quel particolare interesse per la “sapienza barbara” che dopo di lui si sarebbe diffuso nella cultura del II e III secolo d.C..
Non deve meravigliare, quindi, che Diogene Laerzio, nella “Vita dei Filosofi”, citi, tra gli altri, anche Clearco di Soli al riguardo di quelli che in età ellenistica vennero chiamati Γυνμνοσοϕισταί (Gynmnosophistaί , ovvero Gimnosofisti) e con altri epiteti presso altri popoli.
Leggiamo letteralmente in Diogene Laerzio (I  9-11. ...): “...Clearco di Soli nel libro Sull'educazione dice che anche i Gimnosofisti discendono dai Magi; ed alcuni dicono che gli Ebrei pure derivano da loro”.
Ben avrebbe compendiato, in seguito, Giordano Bruno (1548 – 1600), nell’introduzione del suo “De Magia”, dei caratteri salienti di coloro che erano detti i “sapienti nudi”: “Magus primo sumitur pro sapiente, cuiusmodi erant Trimegisti apud Aegyptios, Druidae apud Gallos, Gymnosophistae apud Indos, Cabalistae apud Hebraeos, Magi apud Persas (qui a Zoroastre), Sophi apud Graecos, Sapientes apud Latinos”.
Ma le teorie di Clearco su di essi non si fermarono qui. Tanto che ebbe anche ad affermare – secondo un testo dello storico romano di origine ebraica Tito Flavio Giuseppe (37 d.C. - 100 d.C.) – che gli ebrei sono i discendenti dei filosofi indiani. L’opera di cui trattasi è un’opera minore del detto Flavio Giuseppe (“Contra Apionem”), che cita l’antichità del popolo ebreo affermandone la superiorità rispetto alla civiltà greca. In essa viene riportato un dialogo tra il giovane Aristotele – di cui già in precedenza - ed un ebreo di Celesiria (Hereupon Hyperochides) -  in cui il filosofo, riferendosi più in generale a tutti gli ebrei, afferma: “...Questi ebrei sono derivati dai filosofi indiani; sono chiamati dagli indiani Calani” (Libro I, 22) aggiungendo “...e dai siriani Judaei,...dal nome del paese in cui abitano, che si chiama Giudea...”. Ciò esprimeva, appunto, il pensiero di Clearco di Soli in merito a coloro i quali egli diceva in Siria venissero chiamati “ebrei” e in India “Calaniani”. Sempre secondo Aristotele, essi erano discesi dai luoghi superiori dell’Asia in cui abitavano sino ai confini greci, tanto da parlare la loro lingua ed assumerne l’animo e che conducevano una vita proba ed austera.
Ma anche lo scrittore e diplomatico greco Megastene (Μεγασϑένης) (IV – III sec. a.C.), nella sua “Ἰνδικά , Indikà – ovvero “Notizie sull'India”) , riferendosi agli Ebrei, li definì “Kalani” e disse che erano indiani organizzati in tribù e sette.
L’interesse di Clearco per questi popoli e culture nasceva dal suo itinerare in paesi lontani dai classici confini ellenistici, anche se, riguardo all’interculturalità nel mondo antico, è opinione oramai consolidata che si ebbero numerose e costanti contaminazioni tra le culture persiane ed asiatiche e le civiltà mesopotamica e greca.
Sembra che lo stesso Clearco giunse sino alla città battriana di Ai-Khanum (probabilmente Alessandria sull'Oxus, successivamente detta Eukratidia), nell'attuale Afghanistan e vicino ai confini con l’India.
Nella stessa Ai-Khanum è possibile leggere precetti delfici riportati da un certo “Klearchos” sull’iscrizione di un monumento funebre nel santuario di Kineas (evidentemente rivenienti da una copia delle cinque massime originariamente scolpite a Delfi), tanto che alcuni sono arrivati a riconoscere nel detto Klearchos lo stesso Clearco di Soli.
Ma tornando alla sua opera Περὶ βίων, ad essa vengono assegnati anche due frammenti sui Japigi
[la τρυφή iapigia (Triphé indica lussuria, mollezza,  effeminatezza) di cui in Athen. 12. 522f-523b e la τρυφή degli Iberi e dei Massalioti (anch’esse citate da Ateneo)]. In verità, al riguardo, in Ateneo non vengono citate assolutamente le fonti per cui rimane dubbia la loro paternità.
Secondo quanto riporta lo stesso Ateneo di Naucrati (II-III sec. d.C.) nel libro XII de “I deipnosofisti”, nella τρυφή iapigia Clearco identificava nella ricerca della divinità marina di Glauco la ragione per cui il popolo dei Iapigi (Ἰάπυγες), originari dell’isola di Creta erano giunti sino in Puglia. Ivi gli stessi si erano stabiliti, cadendo però nella più totale mollezza (da qui il termine τρυφή) tanto da rifuggire il lavoro per dedicarsi al trucco del corpo e all’esibizione di vestiti sgargianti e parrucche.
Nè manca Clearco di citare l’oltraggio subìto dagli stessi Japigi ad opera dei Tarantini. Ciò sembra sia avvenuto a seguito della presa della città iapigia di Carbina (attuale comune di Carovigno).
Clearco si spinge sino alla città della Magna Grecia di Temesa, oggetto, tra altre, anche delle mire da parte della città di Locri Epizefiri (Λοκροὶ Επιζεφύριοι). Qui tra le due città risalta il differente atteggiamento nei confronti della figura femminile: mentre a Temesa la figura della donna era tenuta in conto al fine di rituali pratiche di culto, nella Locri Epizefiri sembra fosse diffusa la pratica della “prostituzione sacra” tra le schiave (δούλη) del tempio (ἱερόν): le c.d. ierodule, ἱερόδουλη. Dato che i “clienti” di queste prostitute sembra fossero per lo più stranieri, tale pratica viene da alcuni inserita in un vero e proprio circuito di scambi economici all’interno delle civiltà arcaiche o al limite giustificata, secondo Erodoto (Ἰστορίαι, Historìai, Libro I 93 4-5), col fatto che le donne erano interessate a raccogliere una somma sufficiente per la dote.
Ma vediamo cosa scrive Clearco (laddove parla del filosofo Anassarco) nel 5^ libro delle sue "Vite": "Ad Anassarco...mesceva il vino nuda una schiava adolescente, perchè in grazia era stata giudicata superiore alle altre, ma la quale, in verità, rivelava l'incontinenza di coloro che si servivano di lei in quel modo". (ATHEN. XII 548 B. ).