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CHIRONE (IV sec. d.C.)

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CHIRONE

Chirone (in greco Χείρων) [scrittore e medico veterinario greco, IV sec. d.C.].
La certezza sulla sua reale esistenza è avvolta dal più assoluto mistero.
“Quos oportet sub divo in agro dimittere, ut solem et auram patiantur et ambulando per tempore morbum digerant, dum varietatem herbarum per suam voluntatem illi morbo repugnantes pascunt” (§181)
“E’ necessario mandarli in un campo all’aria aperta, affinché resistano al sole e all’aria e camminando col tempo smaltiscano la malattia, mentre,combattendo contro quella malattia, mangiano di propria volontà la varietà delle erbe.”
E’, quello su citato, un paragrafo (181) dell’opera Mulomedicina Chironis (latino letteralmente, "Chiron mulo medicina") che è, a sua volta, la traduzione in lingua latina di un trattato ippiatrico greco che viene citato anche da Publio Flavio Vegezio Renato (Publius Flavius Vegetius Renatus - 450-510 d. C.). Intorno a quest’età, difatti, si era fatta più frequente la compilazione di specifici ed organici trattati veterinari. Lo stesso Vegezio trasse spunto proprio dal Mulomedicina Chironis per i suoi “Digesta artis mulomedicinalis” (ovvero “Mulomedicina”), articolati in tre libri, nonchè dall’altra opera in materia veterinaria “Ars veterinaria” di Pelagonio, databili intorno all’inizio del IV sec. d.C.. Al riguardo, in Vegezio troviamo anche una critica allo stile in cui Chirone ed Absirto scrissero l’opera, laddove scrive: “Chiron vero et Apsyrtus diligentius cuncta rimati eloquentiae Inopia ac sermonis ipsius vilitate sordescunt”. Ed a nome del detto Vegezio fu pubblicata nel 1528 un’altra opera titolata “Artis veterinariae, sive mulomedicinae libri quatuor”, che altro non è se non un rimaneggiamento della “Mulomedicina Chironis” (“Mulomedicina” ovvero “Medicina del mulo” era il nome dato dai Romani all’arte veterinaria).
La “Mulomedicina” può avvicinarsi, come compilazione, all’Hippiatrika. In tutta l’Hippiatrica, il nome di Chirone , il centauro greco (che prende il nome dalla figura mitologica) viene associato con la guarigione e collegato con la medicina veterinaria (appare nella stessa Souda, che ce lo presenta come colui che per primo preparò un rimedio a base di erbe e che scrisse un libro di medicina veterinaria ippiatrica). Nell’Hippiatrika Chirone non ci viene presentato come autore: il suo nome appare due volte (come divinità) sotto forma di un'invocazione retorica e nella forma di un incantesimo: un rimedio-panacea (πάνακες τὸ χειρώνειον) per la guarigione da tutti i mali, a base di erbe (Inula helenium L.) che ritroviamo anche nell’ampio Trattato botanico di Teofrasto “Storia delle piante” (“Περὶ Φυτῶν Ιστορίας”) -– Libro IX - .
Più precisamente Teofrasto ci presenta tre differenti tipi di panacea che prendono nome rispettivamente da Chirone, Ercole ed Asclepio: “ἀγαθὸν δὲ εἶναί φασιν ἑρπετῶν τε ξύοντα πίνειν, καὶ σπληνὸς ὅταν αἷμα περὶ αὐτὸν ἐν μελικράτῳ, καὶ κεφαλῆς τρίβοντα ἐν ἐλαίῳ ἀλείφειν - καὶ ἄλλο τι ἐὰν πονῇ τις ἀφανές — καὶ γαστρὸς ὀδύνης ἐν οἴνῳ ξύοντα — δύνασθαι δὲ καὶ τὰς μακρὰς ἀρρωστίας ἐκκλίνειν. [Ἔπειτα] Τῶν δὲ ἑλκωδῶν τῶν μὲν ὑγρῶν ξηρὸν ἐπιπάττειν προκατακλύζοντα οἴνῳ θερμῷ, τῶν δὲ ξηρῶν ἐν οἴνῳ δεῦσαι καὶ καταπλάττειν”. [In esso dice come sia un buon rimedio contro il morso dei serpenti e come esso consista di una droga che va applicata per i mali della milza, dello stomaco e di ferite ulcerose e quale sia la sua preparazione (in idromele, triturata in olio o immersa nel vino)].
Per quanto riguarda poi in modo specifico la panacea di Chirone, Teofrasto descrive anche l’erba che la compone e per quali mali vada particolarmente presa: “ἔχει δὲ τὸ μὲν χειρώνειον φύλλον μὲν ὅμοιον λαπάθῳ, μεῖζον δὲ καὶ δασύτερον, ἄνθος δὲ χρυσοειδές, ῥίζαν δὲ μακράν· φιλεῖ δὲ μάλιστα τὰ χωρία τὰ πίονα. Χρῶνται δὲ πρός τε τοὺς ἔχεις καὶ τὰ φαλάγγια καὶ τοὺς σῆπας καὶ τἄλλα ἑρπετὰ διδόντες ἐν οἴνῳ καὶ ἀλείφοντες μετ’ἐλαίου, τοῦ δ’ἔχεως τὸ δῆγμα καὶ καταπλάττοντες καὶ ἐν ὀξίνῃ πιεῖν διδόντες. Ἀγαθὴν δέ φασι καὶ ἑλκῶν ἐν οἴνῳ καὶ ἐλαίῳ καὶ φυμάτων ἐν μέλιτι.”. In sintesi, ci dice che essa viene preparata dai principi di una pianta composta da una foglia grande e pelosa, con un fiore giallo dorato ed una lunga radice, che ama i terreni morbidi. Essa viene usata contro le vipere, le tarantole, i bruchi ed altri rettili e va somministrata col vino e col miele.
Dioscoride (Διοσκουρίδης) descrive poi la pianta dell’ Hypericum olympicum L. come quella utilizzata da Chirone per la sua panacea (in due dei sei frontespizi che precedono l’erbario di Dioscoride sono raffigurati il centauro Chirone e Galeno).
Lo stesso Isidoro da Siviglia, nel VI sec. d.C., avrebbe attribuito a Chirone l’invenzione della disciplina ippiatrica.
Per quanto riguarda in particolare l’opera “Mulomedicina Chironis”, sembrerebbe che “Chirone”, il nome pervenutoci del suo probabile autore, sia solo uno pseudonimo, malgrado l’opinione contraria di qualche studioso. Ciò con allusione a quelle che erano nell’antichità le riconosciute competenze del mitico Centauro Chirone, precettore di Achille. (In una traduzione in latino volgare del XV secolo il trattato ai libri 1, 2, 9 e 10 viene poi rispettivamente attribuito a "Chiron Centauro", "Chirone e Centaurus Absyrtus" e "Claudio Hermeros Veterinarius". A quest’ultimo Claudius Hermeros (o Kermeros) si attribuisce una successiva traduzione dell’opera dal greco. Altri studiosi, invece, attribuiscono lo stile cattivo in venne trascritta l’opera (di cui si è detto sopra) ad un traduttore di origine latina del IV secolo il quale aveva poca dimestichezza con la lingua greca originaria. Da qui la citazione dei presunti autori Chirone ed Hermeros, i quali, in verità, altri non sarebbero che nomi di precedenti autori greci. A dire la verità, la Suda (o meglio il suo compilatore, nel IX secolo d.C.) ci parla di un Chirone, al quale si dà l’appellativo di Centauro (Χείρον , Κένταυρος ...) ma molti studiosi dicono si tratti di un errore senza senso, spiegabile unicamente con la relazione stabilita tra il suo ufficio ed il mitico centauro (v. Oder e Bullock).
L’opera (la più importante opera antica esistente sul trattamento medico di cavalli, muli ed asini) risulta composta in dieci libri e, come già detto, la sua datazione si fa risalire quasi sicuramente al IV sec. d.C., scritta forse in Africa. Altri, invece, datando l’opera di Vegezio intorno al 384 – 389 d.C., anticipano anche la scrittura dell’opera Mulomedicina Chironis. La materia trattata è tanto ricca che l’opera appare a tratti scritta senza un ordine espositivo. Le sue fonti principali sono Absirto, veterinario greco, Gargilio Marziale, Catone ed a tratti anche Columella: in singole sezioni dell’opera appaiono i nomi di Apsyrtus, Policleto, Sotion e di un ignoto Farnax. Come fonti letterarie vengono citate anche alcune opere che ad oggi risultano oramai perdute e del tutto anonime. Altri autori citati (ma senza che abbiano nulla a che fare con la composizione dell’opera stessa) sono Agathotychus (§ 416) , Hieronymus libycus (§ 584) ed Eumelos (§ 498 e 762).
Della detta opera ci sono pervenuti due manoscritti: il primo del XV sec. d.C. (CLM 243) rinvenuto nel 1885 da Wilhelm Meyer presso la Bayerische Staatsbibliothek di Monaco di Baviera (appunto cat. 41 Nr. 243) inglobato in un codice di 183 fogli; il secondo, invece, risalente all’anno 1495 (già catal. nel 1939 con la sigla D III 34), venne portato alla luce e pubblicato nel 1988 da Werner Sackmann presso la Biblioteca dell'Università di Basilea, inglobato in un codice di 250 fogli. In entrambi i codici si ritrova il nome di Chirone Centauro. In più, il primo, al foglio 104, riporta i nomi di altri autori, precisamente: f. 104 Libri X vel XI de arte veterinaria; nominantur auctores Chiron Centaurus, Absyrtus, Claudius Hermeros, Policletus, Sotion, Farnax.... L’unica edizione completa dell’opera risale al 1901 sotto il titolo di “Claudii Hermeri Mulomedicina Chironis” (Lipsia).
Ci è pervenuta notizia dell’esistenza di un terzo manoscritto, oramai purtroppo andato perduto, di proprietà del filosofo e medico di Norimberga Gottfried Thomasius (1660-1746), che fu messo in vendita nel 1747, dopo la morte del suo proprietario.
Nell’opera esistono in alcuni punti dei paralleli con la medicina umana e nella descrizione particolareggiata del trattamento chirurgico (fistole, tumori, febbri, sanguinamento, malattie degli zoccoli, follia e patologie cerebrali, ecc.).