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CARICLE di Cappadocia

Caricle di Cappadocia (in greco  Χαρικλῆς) (medico greco, Cappadocia, Turchia, I sec. a.C. – II sec. d.C.).
Nato in Cappadocia, fu uno dei tanti medici greci che professarono l’arte della medicina a Roma, dove si era trasferito. Egli appartiene a quella vasta schiera di medici che sono ricordati sul cadere della Repubblica romana, al tempo dei primi imperatori, e che non assumono ai nostri occhi rilevante importanza scientifica in quanto poco o nulla scrissero o i lavori dei quali sono andati oramai perduti. Fu a Roma che fiorì, probabilmente ai tempi di Celso, divenendo medico personale dell’imperatore Tiberio Giulio Cesare Augusto (42 a.C. – 37 d.C.). La sua permanenza a Roma, secondo quanto desume l’Haller, sembra comprovata dal fatto che nei suoi medicamenti si rifà a misure romane ignote ai Greci e cita cose della città di Roma a lui contemporanee.
Galeno lo cita tenendo in grandissimo conto e lodando l’efficacia dei suoi rimedi.
Pare aver scritto un’opera medica dal titolo “De l'acuii alibus medicamenlorum” (o Medicamentarium), in cui attinse per la maggior parte da Eraclide di Taranto ed Attalo.
Nei suoi “Annali d’Italia dal principio dell’era volgare sino all’anno 1500. Tomo primo. Dall’anno primo dell’Era volgare fino all’anno 221” (Milano, 1744), lo storico Lodovico Antonio Muratori (1672 – 1750), richiamandosi espressamente al cap. 72 della Vita dei Cesari III (Tiberio) di Svetonio, recita testualmente: “Fingeva dunque, secondo lo stile della sua dissimulazione, Tiberio di sentirsi bene, tuttoché aggravato dal male e ridotto a fermarsi nella villa e nel palazzo che fu di Lucullo. Ma Caricle medico insigne, e da lui amato, non già perchè volesse de′ medicamenti da lui, ma per gli suoi consigli, destramente nel congedarsi da lui gli toccò il polso, e conobbe che s′avvicinava al suo fine. Ne avvisò Macrone, e questi sollecitamente cominciò a disporre le cose per far succedere Gaio Caligola nell′imperio.”.
Ma vediamo esattamente cosa scrive Svetonio [Vita dei Cesari III (Tiberio),72]: “[72] ...rediens ergo propere Campaniam Asturae in languorem incidit, quo paulum leuatus Cerceios pertendit. Ac ne quam suspicionem infirmitatis daret, castrensibus ludis non tantum interfuit, sed etiam missum in harenam aprum iaculis desuper petit; statimque latere conuulso et, ut exaestuarat, afflatus aura in grauiorem recidit morbum. Sustentauit tamen aliquamdiu, quamuis Misenum usque deuectus nihil ex ordine cotidiano praetermitteret, ne conuiuia quidem aut ceteras uoluptates partim intemperantia partim dissimulatione. Nam Chariclen medicum, quod commeatu afuturus e conuiuio egrediens manum sibi osculandi causa apprehendisset, existimans temptatas ab eo uenas, remanere ac recumbere hortatus est cenamque protraxit. Nec abstinuit consuetudine quin tunc quoque instans in medio triclinio astante lictore singulos ualere dicentis appellaret.”: “(72]...Ritornando dunque verso la Campania, cadde malato ad Astura, poi una volta che si fu un po’ rimesso, si spinse sino al Circeo. Qui, affinché nulla facesse supporre il suo precario stato di salute, non solo assistette ai giochi militari, ma, dal suo posto, scagliò giavellotti contro un cinghiale che era stato introdotto nell'arena; e subito sentì una fitta al fianco, cadde in affanno per il suo troppo sudare, ricadendo malato gravemente. Tuttavia tirò avanti ancora per qualche tempo, sebbene, una volta portatosi a Miseno, non rinunciasse a nessuna delle sue abitudini quotidiane, tantomeno a banchetti e a tutte le altre voluttà sia per intemperanza sia per celare il suo reale stato. Infatti quando il medico Caricle, nell’accomiatarsi per una lunga assenza alzandosi dal banchetto, gli aveva preso la mano per baciarla, Tiberio, credendo che gli avesse sentito le vene del polso, lo esortò a restare e di rimettersi a sedere, quindi prolungò la cena. Inoltre anche in questa circostanza non rinunciò alle sue consuetudini di stare in piedi, in mezzo alla sala da pranzo, con un littore al proprio fianco, per rispondere ai saluti di tutti.”).
Ancor prima dell’intervento di Caricle, viene detto che l’astrologo Tiberio Claudio Trasillo (anche noto come Trasillo di Mende) aveva predetto a Tiberio – che era stato sorpreso da lenta malattia – altri 10 anni di vita (questo suo comportamento è giustificato dalla sua preoccupazione di voler salvare la vita a molti nobili romani sospettati, a torto, di un complotto contro lo stesso Tiberio).
Il nome di Caricle lo ritroviamo anche negli “Annales” di Tacito, che riportiamo qui di seguito, in primis nel testo latino e quindi nella traduzione in italiano.
Tacito – Annales - La morte di Tiberio (VI, 50).
Testo latino:
“[50]. L. Iam Tiberium corpus, iam uires, nondum dissimulatio deserebat: idem animi rigor; sermone ac uultu intentus quaesita interdum comitate quamuis manifestam defectionem tegebat. Mutatisque saepius locis tandem apud promunturium Miseni consedit in uilla cui L. Lucullus quondam dominus. Illic eum adpropinquare supremis tali modo compertum. Erat medicus arte insignis, nomine Charicles, non quidem regere ualetudines principis solitus, consilii tamen copiam praebere. Is uelut propria ad negotia digrediens et per speciem officii manum complexus pulsum uenarum attigit. Neque fefellit: nam Tiberius, incertum an offensus tantoque magis iram premens, instaurari epulas iubet discumbitque ultra solitum, quasi honori abeuntis amici tribueret. Charicles tamen labi spiritum nec ultra biduum duraturum Macroni firmauit. Inde cuncta conloquiis inter praesentis, nuntiis apud legatos et exercitus festinabantur...”.
Traduzione:
“[50]. Già il corpo ed ogni energia abbandonavano Tiberio, non però la dissimulazione: così la freddezza dell’animo; attento alle parole e all’espressione, a tratti mascherava il deperimento con la cordialità. Dopo aver cambiato più volte le sue residenze, infine si stabilì in una villa presso il promontorio di Miseno che già in passato era stata di proprietà di L. Lucullo. Che vi si stesse approssimando la fine, lo si seppe con questo espediente. Si trovava là un medico insigne nella sua arte, di nome Caricle, il quale, senza intervenire direttamente sullo stato di salute del principe, era però solito dargli molti consigli. Questi accomiatandosi con la scusa di dover badare a suoi affari privati presagli la mano ne tastò il polso. Ma non lo riuscì ad ingannarlo: poiché Tiberio, risentito e maggiormente intenzionato a celare la sua irritazione, ordina di riprendere il banchetto e vi si trattenne più del solito, quasi per onorare la partenza del suo amico. Caricle tuttavia confermò a Macrone che lo spirito di Tiberio era labile e che questi non sarebbe vissuto più di due giorni. Da allora si ebbe un rapido intrecciarsi di colloqui tra i presenti, di messaggi ai legati e all’esercito...”.