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IPPOCRATE - Il simbolo del Caduceo - Storia e Mito

Il simbolo del Caduceo - Storia e Mito

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Alla figura di Ippocrate è sovente collegata l’immagine del caduceo. Ciò in quanto Ippocrate stesso è considerato il padre della Medicina Occidentale ed il Caduceo sta appunto a simboleggiare quest’arte antica.
Lessicograficamente, nel greco antico karykaion (= “araldo”), aggettivo di κῆρυξ (karix o kerix), troviamo il riferimento del “caduceus” latino. Questo, almeno inizialmente, veniva rappresentato con due distinti serpenti, anche ad indicare l’armonia e la conciliazione di elementi tra loro opposti, come potevano essere intesi sia l’acqua sia il fuoco sia ancora la terra e l'aria – indipendentemente dal fatto che esso potesse essere inteso come una potenza incontrollabile, un'entità che - similmente al fato, discendente da Peprōmenē - si calava nella realtà del mondo.
Ma le origini del Caduceo sono certamente da riscontrarsi in contesti molto più antichi, su cui vogliamo noi indagare non solo per cercare di risolvere un problema di fonti iconografiche bensì anche per cercare di comprendere quali influssi possano avere avuto sull’elaborazione del pensiero medico ippocratico precetti e tradizioni di origini asiatiche e persino indiane.
Il Caduceo rappresenta quindi l’immagine per eccellenza, l’energia vitale attraverso cui si rivela la verità. Ma – di per sé - da dove proviene l’immagine nella sua accezione concettuale e simbolica? A livello metafisico-religioso e pedagogico, tutto sembra aver avuto inizio dal “Verbo”  dei “Veda”: i quattro testi sacri dell’Induismo (Ṛgveda, Sāmaveda, Yajurveda e Atharvaveda), che furono commentati attraverso le c.d. Upanişad vediche, quattordici testi filosofico-religiosi trasmessi per via orale a partire dal IX-VIII secolo a.C. fino al IV secolo a.C. e redatti per la prima volta nel 1656, a cura del sultano musulmano Dara Shikoh (1615-1659). Prima di “sedersi ai piedi” di un guru, quindi, per apprenderne i segreti insegnamenti (tramandati attraverso le Upanişad) ci fu obbligatoriamente la rivelazione del verbo e quindi l’immagine con valore simbolico. Da qui sarebbe nato il “mito” che avrebbe accompagnato e sottinteso tutta la tradizione e la storia filosofica occidentale, sino al periodo ellenistico-platonico.
Il linguaggio mitologico ed il mito per il percorso filosofico sulla via della verità e della felicità procedono quindi da Oriente, ma la cultura greca che si universalizza in periodo ellenistico attraverso il percorso logico del “logos” – che sembra contrapporvisi ma che, almeno a livello concettuale, ne deriva direttamente ed intimamente nel percorso dialettico verso la felicità quale negazione del male ed affermazione della verità - non é più solo cultura della Grecia, bensì anche dell'intero mondo orientale.
Ritornando alle immagini, quelle che più ci interessano e ci colpiscono sono quelle di:
“Agni”, il sacrificatore-divinità del fuoco, archetipo del nostro sacerdote;
“Vrtra”, il mostro dalla forma di serpente che minaccia il mondo degli uomini e che – cosmogonicamente - rimanda quasi all’arché originario della filosofia greca (in greco ἀρχή significa “principio”, “origine”). Il sole e la felicità originano dalla sua uccisione e permetteranno ad Indra – il dio nato per uccidere - di trionfare non solo sul serpente ma anche sui nemici degli Arya (gli Arii).

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Il Sole generato da Indra sembra rimandarci al Sole rappresentato dal dio Apollo, divinità dell'antica religione greca, dio di tutte le arti, della musica e della profezia: è Ἀπόλλων (Apollōn) colui il quale combatte contro il drago-serpente Πύϑων (Python), figlio della Terra Γῆ (Gea), la dea primordiale, protetta appunto dal serpente. E Pitone – che darà nome alla sacerdotessa delfica di Apollo, detta Pizia (Pitonessa) - altri non è che una divinità ctonia - ovvero sotterranea - al pari di Ningishzida, di cui pure diremo in seguito.
Ma poi, è forse così improbabile che le vele delle civiltà indiane e addirittura indocinesi abbiano solcato i mari sino a giungere nell’antica Mesopotamia? Nei fatti, indipendentemente da collegamenti – in parte anche artificiosi in quanto basati su mere ipotesi di studio – che si potrebbero fare con riscontri iconografici simili – anche di origine vedico-indiana e cinese - in relazione ai significati ancestrali vitali e filosofici del bastone-caduceo, l’immagine di quest’ultimo la possiamo ritrovare, sicura e nitida, nell’iconografia archeologica mesopotamica.

Più specificamente, la sua immagine, raffigurante spesso due serpenti attorcigliati in senso inverso intorno ad una verga ornata d'ali, fu rinvenuta nitidamente incisa su di una coppa, che si ritiene sia appartenuta al re Gudea, sovrano della città mesopotamica di Lagash, alla confluenza dei fiumi Tigri ed Eufrate.
In effetti, il simbolo del caduceo si perde nel mito, già con Ningishzida, all’alba della civiltà sumera (4000 a.C. ca.) ossia all’alba della scrittura cuneiforme che con i Sumeri (da “sag-giga”, letteralmente "la gente dalla testa nera") sembra aver preceduto ogni altra forma di scrittura codificata.
Ningishzida (sumero: dnin-ǧiš-zid-da) - spesso abbreviato semplicemente in Gishzida e considerato uno degli antenati di Gilgamesh - è una divinità sumera dell'oltretomba. Ningishzida comprende una delle più vaste gamme di attribuzioni che qualsiasi dio abbia mai registrato: viene chiamato anche “il dio dell’alba” o “il signore dell'albero buono" (o “produttivo”); nel ciclo della creazione sumera è chiamato il Custode dell'Albero della Vita e Custode della Porta del cielo ma anche Signore degli inferi. Il dio dell'alba considerato un dio sotterraneo, Ningishzida il serpente, simbolo del rinnovamento, è l’energia della vita, la nuova alba di ogni nuovo giorno, che offre al mondo la conoscenza e la libertà dalla paura della morte.
Lo ricordiamo qui per il suo simbolismo dei serpenti avvolti attorno ad un bastone che anticipa il caduceo, che ritroveremo nei templi greco-romani dedicati al dio Hermes-Mercurio, ed il bastone attribuito ad Asclepio, il dio della medicina greco, che porta però un unico serpente.
Ma proviamo un attimo a soffermarci sul significato del caduceo. A cosa è dovuta la presenza dei serpenti? Può forse essere casuale? Certo che no. In effetti, l’immagine – già dalla sua elaborazione – rimandava a qualcosa che, come abbiamo visto con Ningishzida, assumeva in sé sia significati di vita che precognizioni di morte.

La contaminazione parte dai territori della Mesopotamia per penetrare sino nella mitologia babilonese (in cui troviamo il serpente che accompagna sempre il dio Mingzida, descritto in documenti custoditi in Tibet) sino alla predinastica civiltà matriarcale Egizio-Nubiana. Qui, accanto alle divinità di Iside, Hathor e della stessa Neith, raffigurata anche con la testa di serpente, ritroviamo Sekhmet, considerata anche dea protettrice dei medici; e, accanto a questa, Apophis, spesso rappresentato con le sembianze di un serpente cobra, ma qui come rappresentazione del buio e del Caos. E ancora, Uadjet, dea cobra protettrice del Basso Egitto, e la Mertseger del Medio-Regno, donna dalla testa di cobra, serpente e sfinge dalla testa di serpente: quest’ultima era capace di punire attraverso i morsi dei serpenti e la puntura degli scorpioni ma anche di guarire, generosa nel perdonare, chi a lei si rivolgeva pentito e, in questo caso, lo sanava dal male fisico (come l’ignorante e senza senno Neferabu, il quale fu guarito dalla cecità dalla silente dea).

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Come ipostasi di tali divinità, ritroviamo spesso la raffigurazione dello scettro (associato a Uadjet ritroviamo l’ureo, simbolo della regalità a forma di serpente, posto sulla fronte di Ra e che adornava i copricapo dei sovrani egizi). D’altronde, già in epoca arcaica lo scettro Ur-Hekaw (detto anche ur-heka = “Grande di magia") veniva adoperato nei rituali magici di invocazione delle divinità ed apparteneva generalmente ad Iside, divinità suprema della magia. Era quindi un bastone magico a forma di serpente. In epoche successive sarebbe diventato uno strumento sacerdotale nelle cerimonie funebri dei riti praticati per garantire la vita eterna ai defunti (rituale dell'apertura della bocca). Già nel “Papiro di Ani” ritroviamo un sacerdote officiante la cerimonia di trasmissione della forza vitale al defunto per mezzo del bastone ur-hekaw (anche l'antichissima divinità egizia Anubi, protettrice dei defunti, veniva a volte rappresentata con in mano un caduceo). Ma anche in altri casi, tra cui lo scettro di uas - un bastone raffigurante nella parte superiore la testa stilizzata di un animale - riscontriamo associato un significato feticistico di origine sciamanica africana che serviva come connessione per veicolare alla madre terra le energie provenienti dal cielo ed in senso più generico apportava potenza e fortuna.
E cos’altro era la medicina – ai suoi primordi – se non l’arte di predire le sventure nel tentativo di allontanarle dalla vita degli uomini? La nascita della medicina comporta – almeno inizialmente - essenzialmente un momento magico-religioso.
La stessa Peseshet, come Merit Ptah prima di lei o come qualsiasi altro medico egiziano, uomo o donna che fosse, dovette essere pertanto iniziata alla magia di Sekhmet, protettrice dei medici. Non è quindi da escludere che le sue cure – come quelle di qualsiasi altro sacerdote del tempo - fossero praticate in un contesto di pratiche religiose e riti propiziatori, sotto gli auspici divini. Al riguardo, in particolare il titolo di “swnw” era strettamente associato alla pratica della magia, per cui sia la magia, sia la medicina sia ancora la pratica sacerdotale erano professioni senza una netta distinzione di ruoli.

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Come vedremo, nel mito del Caduceo si abbracceranno tre distinti momenti: quello astronomico-fisico (rappresentato nell’eclittica solare-lunare dalla testa-coda del serpente); quello prettamente metafisico (in cui ritroveremo il momento magico) e quello grossolanamente fisiologico (con attribuzione alla vitalità dell’animale della rappresentazione delle correnti vitali che scorrono nel corpo umano). Addirittura, gli antichi - narra Plinio – arrivarono a dare al serpente intelligenza e sentimenti particolari, rimasti impressionati per la sua vita misteriosa e sotterranea, per la sua velocità nonché per la capacità di secernere veleni mortali ed ipnotizzare le sue prede.
Volendo rientrare nel mito, il caduceo ci rimanda al bastone attributo magico di Ermete Trismegisto, inteso come progenitore dell’arte magica egizia, intesa quest’ultima come sintesi del sapere universale in ogni sua applicazione: dalla religione alla medicina, dalla legge morale alla filosofia, dalle scienze naturali alla matematica.
Come vedremo, le basi della stessa medicina ippocratica sono da ricercarsi nei primi fondamenti della medicina e della chirurgia tramandati dagli Egizi con i loro papiri; Teofrasto e Dioscoride riconobbero apertamente la validità di tale medicina e lo stesso Galeno scrisse che trasse i suoi precetti medici dai manoscritti conservati nella Biblioteca di Imhotep a Menfi. D’altronde, ancora nel V sec. a.C., Isocrate di Atene (436-338 a.C.), nel suo libro “Busiride”, scriveva che l'Egitto era la culla della medicina e che i sacerdoti (egiziani) erano depositari di due tipi di sapere fondamentali della società: la filosofia (φιλοσοφίας) e la medicina (ἰατρικήν), volte alla terapia rispettivamente dell’anima e del corpo.
Nella simbologia antica, però, il dio della medicina andrà consolidando la sua rappresentazione in un unico serpente; riferito al corpo umano, andrà ad indicare il potere taumaturgico di colui che è in grado di portare armonia in un organismo malato e andrà acquisendo anche una valenza morale - oltre che medica - poiché rappresenterà la condotta onesta ed al tempo stesso la salute fisica della persona. In senso specifico, sarà universalmente riconosciuto come emblema della medicina, in base alle stesse motivazioni etico-biologiche che determineranno un'evoluzione del mito in tal senso, ponendo l'originaria bacchetta di Hermes nelle mani di Asclepio, inventore e futuro dio della scienza medica. Il dio sarà accompagnato dal serpente che leccherà le pupille del malato e lo guarirà. Il serpente - simbolo del dio - che, nel viaggio di ritorno da Epidauro, scende dall’imbarcazione e nuota verso l’isola Tiberina, che sembra scegliere come luogo dove sarebbe sorto il tempio di Esculapio. Il Caduceo sarebbe stato quindi in grado di trasmutare il male nel bene, divenendo scettro di dominio sulla natura, in parte dimostratasi ostile all’uomo. Esso non rappresenterà più una forza fatale e mitica, una potenza assolutamente incontrollabile, bensì un punto di armonia in cui, grazie alla “giusta misura”, sostanze originariamente benefiche sapranno diventare salvifiche, tramutandosi in rimedio grazie alla sapienza del medico-dio. E il dio Asclepio vigilerà moderatamente e dolcemente sulle nostre notti insonni o soporifere, tenendo fede al suo nome ascetico (dal greco: ἀσκέω , askeō / ἀσκέιν , askein = “esercitare, praticare” + ηπιως , hepios / i̱pío̱s = “moderatamente, dolcemente”), che sembra rimandare ad una regola di vita non terrena, ad un digiuno perfetto del corpo e ad una disponibilità totale della mente. Abbiamo qui il métron dei Greci che si trasforma nella misura che la ragione impone – e deve saper imporre – ai sentimenti e/o alle azioni umane: il saper vivere “katà métron” una vita secondo temperanza, con temperata saggezza, con virtù, pare rimandarci al pensiero ippocratico ed all’aforisma “Sia il sonno che l'insonnia, oltre la giusta misura, sono malattie.” (VII, 72; p. 82).