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BOLO di Mendes

Bolo (Βῶλος) di Mendes (Bolo Mendesio = Βῶλος Μενδήσιος) [medico alchimista e farmacologo, agronomo, astrologo e filosofo greco, Mendes, Basso Egitto (antica città di Permanebsete o Djedet), IV-III sec. a.C. ca.]. Detto anche Pseudo-Democrito per il suo costume di propagandare i suoi scritti come opere di Democrito.
La sua vita è per lo più avvolta nel mistero. Così anche la sua data di nascita rimane incerta. Alcuni ne inquadrano l’esistenza ai tempi di Callimaco, seguendo anche quanto indicato da Teofrasto (371 a.C. – 287 a.C.). La sua stessa figura è stata più volte ridimensionata rispetto a quella che nel tempo gli aveva conferito una notevole statura scientifica.
A quanto pare, visse e scrisse le sue opere in Egitto. Nonostante egli stesso affermi di aver avuto quale maestro di alchimia il persiano Ostane (Oastnes) - qualificato di volta in volta anche come egiziano, medio e babilonese – viene considerato, unitamente a Zosimo di Panopoli, il padre dell'alchimia. Difatti, pur considerando il suo interesse per le proprietà medicinali delle piante (si ritiene possa anche aver scritto delle piante in opere apocrife sotto falso nome dello stesso Ostane ovvero di Zoroastro o di altri magi) le opere più rilevanti (attribuitegli da Columella), tra cui il libro sulle simpatie e le antipatie ed i suoi 14 libri detti “Cheirokmeta”, riguardano la materia alchemica e sembrano dare una sistemazione definitiva al “corpus” delle diverse tecniche alchemiche che avevano largo uso in Egitto. Il racconto che Democrito fa sull’insegnamento ricevuto dal persiano Ostane, viene pertanto attribuito allo stesso Bolo, laddove nella narrazione democritea [Democr. o Ps. Dem.] Alch. PM 3 M. (= CAAG / Collection des anciens alchimistes grecs; M. Berthelot-C.-E. Ruelle; Parigi, 1887 – 1888 (/ I – II/III /); T. II – pagg. 42 e segg.; traduz. da André-Jean Festugière), leggiamo:
“Avendo appreso queste cose dal maestro suddetto (Ostane) e cosciente della diversità della materia, io mi esercitai a fare l’unione delle nature. Ma siccome il nostro maestro era morto prima che la nostra iniziazione fosse completa e mentre noi eravamo ancora del tutto occupati a riconoscere la materia, è dall'Ade, come si dice, che cercai di evocarlo. Io mi misi dunque all'opera e quando apparve, lo apostrofai in questi termini: "Non mi dai nulla in ricompensa di quello che ho fatto per te?...". Ebbi un bel dire, mantenne il silenzio. Tuttavia, siccome lo apostrofavo di nuovo e gli domandavo come unire le nature, ... disse soltanto: "I libri sono nel tempio...". Siccome dunque, malgrado le nostre ricerche, non trovammo nulla, ci demmo un impegno terribile per sapere come si uniscono sostanze e nature per combinarsi in una sola sostanza. Ora..., essendo passato un certo tempo..., prendemmo parte, tutti insieme, ad un banchetto di festa; mentre eravamo nel tempio, da sé stesso improvvisamente un blocco di pietra si aprì per metà ...” : la pietra sta a simboleggiare l’Ermetismo e la scritta che riporta riesce a riassumere in sé il segreto intimo e magico della Grande Opera: “La natura gode della natura, e la natura vince la natura e la natura domina la natura…”.
Anche la sua opera più nota, dal titolo “Περὶ ἀντιπαϑειῶν καὶ συμπαϑειῶν”, venne diffusa sotto il nome di Democrito (di Abdera, ca. 460 - ca. 370 a.C.)  (“Δημοκρίτου περὶ συμπαθειῶν, καὶ ἀντιπαθειῶν” = “Democriti de synpathicis et antipathicis”). Tanto da essere considerata tra le opere spurie e dubbie, portante nei testi manoscritti dei codici l’incipit (Ἔναγχος ἐμόχθεον ἐρευνήσας τῆς φύσεως τὸ δῶρον”) e l’explicit (“ἢ κορῶναι ἡσυχῆ φθεγγόμεναι. ὡς ἐν τῶ πρωτοτύπω”).
Alla su citata opera di Bolo fa anche richiamo Columella (“de re rustica", XI, 3, 61), laddove leggiamo:
[61] “Veteres quidem auctores, ut Democritus, praecipiunt, semina omnia succo herbae, quae sedum appellatur, medicare, eodemque remedio adversus bestiolas uti”(“Alcuni antichi scrittori, come Democrito [intendi: “Bolo di Mendes”] insegnano a medicare tutte le sementi col succo di un'erba che vien detta sempreviva e ad usare lo stesso rimedio contro gli animaletti nocivi”) (adde: “quod verum esse nos experientia docuit. Sed frequentius tamen, quoniam eius herbae larga non est facultas, fuligine et pulvere praedicto utimur, satisque commode tuemur his incolumitatem plantarum”).
[64] (incipit testo: “Id tamen supervacuum est facere, si ante sationem semina, uti iam praedixi, suco herbae sedi macerata sunt :nihil enim sic medicatis nocent urucae.”). “Sed Democritus in eo libro, qui Graece inscribitur περὶ Ἀντιπαθῶν, affirmat, has ipsas bestiolas enecari, si mulier, quae in menstruis est, solutis crinibus et nudo pede unamquamque aream ter circumeat : post hoc enim decidere omnes vermiculos, et ita emori.” (“Ma Democrito in quel libro che in greco si intitola “Περὶ ἀντιπαθῶν” [“Sulle antipatie”] afferma che questi stessi animaletti [i bruchi] cadono morti se intorno a ciascuna zona [infestata dai bruchi] fa il giro per tre volte, a piedi nudi e coi capelli sciolti, una donna mestruante: subito dopo, infatti, tutti i vermiciattoli cadono a terra e così muoiono.”).
A dire la verità, citazioni di Bolo di Mendes le ritroviamo anche in altri autori, anche con riferimento alla su citata medesima opera. Vogliamo qui citare, al riguardo, la Scholia in Nicandri Theriaca, 764:
764. (incipit: “τῶ ἴ κε λος.. ὁ κρανοκολάπτης ἐν ταἱς περσείαις ὁρᾶται, ὡςΣώστρατος ἐν́ τῷ περὶ βλητῶν καὶ δακέτων. τὴν δὲ περσεἱαν φασἱν, ὴ̀ν5 ῥοδακινέαν καλοῦσιν , ἀπο Αἰθιοπίας εἰς Αἴγυπτον μεταφυτευθlῚναι.”). "Βῶλος δὲ ὁ Δημοκρίτειος ἐν τῷ περὶ συμπαθειῶν καὶ ἀντιπαθειῶν Πέρσας φησὶν ἔχοντας παρ' ἑαυτοῖς θανάσιμον φυτὸν φυτεῦσαι ἐν Α͂ἰ-γύπτῳ ὡς πολλῶν μελλόντων ἀναιὸεθήσεσθαι, τὴν δὲ ἀγαθὴν οὐσανεἰς τοὐναντίον μεταβαλεῖν ποιῆσαί τε τὸ φυτὸν καρπὸν γλυκύτατον.“ : "...e Bolo democriteo nel libro Sulle simpatie ed antipatie dice che i Persiani, reputando velenoso quell'albero al loro paese, lo piantarono in Egitto, nella convinzione che molti ne sarebbero morti, ma che questo paese invece, essendo di natura favorevole, lo trasformò dandogli qualità opposte e l'albero produsse frutti dolcissimi.”.
Callimaco (310 a.C. ca. – 240 a.C. ca.) fu il primo a scoprire la falsificazione, nel suo“Πίναξ τῶν Δημοκρίτου καὶ γλωσσῶν σύνταγμα”. Ciò nonostante, le opere di Bolo, anche in epoca successiva, sarebbero state falsamente attribuite a Democrito da scrittori quali Marco Terenzio Varrone (116 a.C. ca. – 27 a.C. ca.), Petronio (Arbitro) (27 – 66 d.C.) e Gaio Plinio Cecilio Secondo (Plìnio il Giovane) (61/62 – 113/114 d.C. ca.).
L’opera (v. Βῶλος, περὶ συμπαθῶν καὶ ἀντιπαθῶν) viene anche citata dalla Suda (/ o Suida:/  Σοῦδα / o Σουίδα/), che noma Bolo di Mendes il “Πυθαγόρειος” (= il pitagorico).
Altri riferimenti all’opera e ad altri scritti di Bolo li ritroviamo anche in Stefano di Bisanzio e nello stesso su citato Columella.
Leggiamo ancora nel "de re rustica":
[L. VII – V (MEDICINAE PECORIS OVILLI) - 17]: “Sed Aegyptiae gentis auctor memorabilis Bolus Mendesius, cujus commenta, quae appellantur Graece Ὑπομνήματα, sub nomine Democriti falso produntur, censet propter hanc (intendi: “pusula”) /*pestem* / saepius ac diligenter ovium terga perspicere, ut si forte sit in aliqua tale vitium deprehensum, confestim scrobem defodiamus in limine stabuli, et vivam pecudem, quae fuerit pusulosa, resupinam obruamus patiamurque super obrutam meare totum gregem, quod eo facto morbus propulsetur.” (= “Ma Bolo di Mendes, famoso scrittore egiziano, le cui invenzioni, dette in greco Χειρόκμητα [leggi: "Rimedi artificiali"], vanno falsamente sotto il nome di Democrito, consiglia, a proposito di questa malattia [risipola: pusula], di osservare molto spesso e con diligenza i dorsi delle pecore: perché, se in qualcuna per combinazione si scopre questo male, conviene scavare tosto una fossa sull'ingresso dell'ovile e in essa interrar viva, a pancia all'aria, la pecora attaccata dal fuoco sacro, eppoi lasciar passare tutto il gregge sopra quella interrata, perché egli ritiene che con questo procedimento si allontana la malattia.”).
E ancora (COLUM., "de re r.", XI, 3, 53): (incipit: “Hac ratione fere toto anno Tiberio Caesari cucumis praebebatur.”) "Nos autem leviore opera istud fieri apud Aegyptiae gentis Bolum Mendesium legimus, qui praecipit aprico et stercoroso loco alternis ordinibus ferulas, alternis rubos in hortis consitas habere; deinde eas confecto aequinoctio paululo infra terram secare” (“... et ligneo stilo laxatis vel rubi vel ferulae medullis stercus inmittere, atque ita semina cucumeris inserere, quae scilicet incremento suo coeant rubis et ferulis; nam ita non sua, sed quasi materna radice aluntur : sic insitam stirpem frigoribus quoque cucumeris praebere fructum. Satio secunda eius seminis fere Quinquatribus observatur.”) [(“...") "Ma noi abbiamo letto nello scrittore egiziano Bolo di Mendes (Mendesio) che ciò si può fare in modo molto più semplice: egli consiglia di tener piantate negli orti piante di ferule e rovi a filari alterni in luogo solatio e ben concimato; poi, passato che sia l'equinozio, fender queste piante un po' sotto il suolo" (" ...”)].
Scrisse inoltre altri libri di medicina, agricoltura ed astrologia.
La Suda gli attribuisce la paternità delle seguenti opere:
“Sulle cose che richiamano la nostra attenzione nella lettura delle storie”;
“Delle cose meravigliose”;
“Rimedi naturali”.
“Degli indizi” (che si possono trarre dal sole, dalla luna e dall'Orsa e dalla fiamma d'una lucerna e dall'arcobaleno).
(“Περὶ τῶν ἐκ τῆς ἀναγνώσεως τῶν ἱστοριῶν εἰς ἐπίστασιν ἡμᾶς ἀγόντων”);
(“Περὶ θαυμασίων”);
(“Φυσικὰ δυναμερά”) / in : / ἔχει δὲ Περὶ / συμπαθειῶν καὶ ἀντιπαθειῶν...;
(“Περὶ σημείων τῶν ἐξ ἡλίου καὶ σελήνης καὶ ἄρκτου καὶ λύχνου καὶ ἴριδος”).
Altra fonte attribuisce al filosofo Bolo Democrito (Βῶλος Δημόκριτος φιλόσοφος)“Storia” ed “Arte medica” (“Ἱστορίαν καὶ Τέχνην ἰατρικήν”), che ha per oggetto anche lo studio di guarigioni puramente naturali, dovute a risorse insite nella natura (ἔχει δὲ ἰάσεις φυσικὰς ἀπό τινων βοηθημάτων τῆς φύσεως).
Con lo scritto sulla Storia (relativo ai fatti che, nelle letture storiche, richiamano la nostra attenzione) Bolo di Mendes viene ritenuto – unitamente a Callimaco - l’iniziatore del genere dei "παράδοξα" (la Paradossografia), avente ad oggetto la narrazione del “mirabile”, dell’incredibile nella natura e nella storia, genere diffusosi nel mondo greco-romano con la storiografia ellenistica.
Nel campo dell'alchimia, le ricerche di Bolo di Mendes si orientarono sull’atomismo, cercando di indagare la natura intima delle cose e la loro composizione, nonché la possibilità di modificarle. Allora il limite della modificazione veniva riconosciuto nel concetto ellenistico di “ὂyκος”, componente ultimo delle diverse sostanze - corrispondente al moderno concetto di “molecola” - che a sua volta si riteneva fosse composto di atomi.
L’interesse iniziale dei primi ricercatori in campo alchemico, tra i quali lo stesso Bolo di Mendes, quale rappresentante della Scuola alessandrina, si fermava al colore della sostanza derivata dalle trasformazioni chimiche. Gli studi alchemici, già nelle prime opere di Bolo (tra cui il trattato “Physica et Mystica”) evidenziano - nelle citazioni successive e nei pochi frammenti papirici rimasti – come l’indagine si soffermasse sulle tecniche segrete relative ai procedimenti artigianali seguiti nei campi della vetreria, metallurgia e tintoria, anche al fine di perfezionare la preparazione di manufatti che potessero imitare i metalli dell’oro, dell’argento e, più in generale, delle varie pietre preziose [a dire la verità, l’opera alchemica più antica dei “Physikà kaì mystiká”  (“Le cose naturali ed iniziatiche”, dedicata all'oro, all'argento, alle pietre preziose ed alla porpora), viene attribuita sia allo pseudo Democrito (intendi Bolo di Mendes) sia allo stesso Democrito].
Almeno in codesti procedimenti di mera imitazione, non sembra riscontrarsi alcun riferimento a pratiche magiche, anche laddove si arrivi a pensare che il loro fine ultimo fosse quello della modificazione della realtà, non più perseguita a mezzo di un percorso esterno bensì cercando di agire sull’intima natura delle cose. E’ la vista, il pensiero che si fa artefice del fare, del cambiamento, della trasformazione della realtà, non la sua mera contemplazione. L’unico segreto era riuscire a comprendere in che modo e tramite quali combinazioni le varie sostanze riuscissero a sintetizzarsi in una sostanza nuova. Possiamo dire che in Bolo di Mendes si incontrano e pervengono a sintesi l’impostazione scientifico-matematica propria della cultura pitagorica ed il pensiero proprio dell’epicureismo, volto a privilegiare il richiamo alla concretezza dell'esperienza. Tale visione sarà basilare per la nascente medicina empirica e botanica greca, tesa ad abbandonare le astratte classificazioni e speculazioni aristoteliche.
La sapienza scientifica propria della civiltà ellenistica (in primis Democrito e Teofrasto) ebbe pertanto, nelle opere di Bolo, sempre il sopravvento sulla tentazione di privilegiare il ricorso ai concetti magici propri delle civiltà del vicino Oriente. Il concetto di “magia” – così estraneo alla civiltà greco-ellenistica - deve essere pertanto imputato essenzialmente al senso di misticismo che pervadeva la chimica degli Egizi, applicata prevalentemente all’imbalsamazione dei morti ed ai riti religiosi propiziatori. In tal senso la contaminazione non avrebbe potuto che essere considerata in modo negativo; senonché gli antichi filosofi greci erano riusciti a tenere ben distinte tra di loro la scienza e la religione, non rigettando quindi i contatti tra le due culture in maniera aprioristica né la possibilità di poter trarre esperienza dagli stessi. Ciò nonostante fosse diffuso tra il popolo un senso di timore e rispetto nei confronti di coloro che praticavano l’alchimia, considerati persone seguaci di arti segrete e depositarie di conoscenze misteriose.
La filosofia ermetica, alla ricerca di un originario impulso, soffio divino, andò però via via mescolando elementi propri non solo delle dottrine filosofiche pitagoriche (seguite dallo stesso Bolo di Mendes) ma anche di tendenze mistiche che andarono a fondersi con teorie astrologiche. Il primo risultato che produsse questa mescolanza di principi astrologici ed astronomici fu quello di collegare agli astri i sette metalli allora conosciuti; per cui l’oro andò associandosi al Sole; l’argento alla Luna e via di seguito con le altre associazioni: rame-Venere; stagno–Giove; piombo–Saturno; mercurio–Mercurio e ferro–Marte. Ma al di là delle prime associazioni, i nuovi principi si dimostrarono impalpabili ed irreali finendo col mescolare fra loro tendenze filosofiche e mistico-religiose. Ben presto l’impulso dato alla ricerca dal desiderio della "gnósis"("γνῶσις"  = conoscenza) sfociò quasi naturalmente in una tendenza alla fuga dal mondo materiale per abbracciare quello spirituale. Ciò che venne a mancare sarebbe stato proprio il senso del dubbio, che nella cultura greca era stato alla base dello scetticismo. Con questo atteggiamento gli scettici (da "σκεπτικός / σκέπτομαι" , ad indicare coloro che osservano ed esaminano) avevano negato la possibilità di giungere ad una conoscenza certa e quindi di poter formulare giudizi di verità assolute ed inconfutabili. Solo in questo modo la ricerca, radicata nel dubbio, si era mantenuta perennemente aperta nella cultura greca.