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BAIRO Pietro

Pietro Bairo (detto anche Pietro de Michaeli o de Micheli di Bairo; Pietro De Monte (come indicato nel catalogo dei dottori collegiati del 1666) e  Pietro de Bayro) (medico italiano, Bairo, Torino 1468 – Torino, 1558).
Iniziò i propri studi grazie all’opera mecenatica del letterato Amedeo dei Marchesi di Romagnano, Vescovo di Mondovì.
Trasferitosi a Torino, conseguì la laurea nel 1493 avendo quale suo maestro il famoso medico ed Archiatra ducale Pantaleone da Confienza (fl. 1438-1496).
Nel 1494 venne nominato professore di Medicina all’Università di Torino avendo quali alunni alcuni stranieri nonché gli italiani Guglielmo Provana di Carignano,  Girolamo Conte di Stroppiana,  Pietro Antonio Cacherano, Tommaso Arpino,  Domenico Palerio, Tommaso Degregorio e Giovanni Lodovico Ruzinenti da Vigone.
Divenne quindi Archiatra sia dei duchi Carlo Giovanni Amedeo di Savoia (1488 – 1496) e successivamente di Carlo II (Carlo II o III detto il Buono, 1486 – 1553).
Fu uno dei più famosi e lodati medici del suo tempo, tanto che il celebre medico svizzero Theodor Zwinger (1553 – 1588), nella dedicatoria  della edizione di Basilea del 1563 dell’opera di Bairo “De medendis humani corporis malis Enchiridion vulgo "Veni mecum"dictum.” con queste parole loda l’autore: “Mitto ad te medicinam Petri Bayri Taurinensis qui Caroli II Sabaudiae Ducis patrum nostrorum Archiatrus fuit, vir ingenio summus, experientia admirandus, et tam praeclare de Rep. literaria meritus, ut cum antiquis non modo Arabibus, sed etiam Graecis conferri possit....”.
Venne tumulato nella Cattedrale di S. Giovanni a Torino.
Delle sue opere ricordiamo:
-“Novum ac perutile opusculum de Pestilentia, et de curatione ejusdem per utrumque regimen, praeservativum scilicet, et curativum” ( Taurini, 1507, in 4); (Taurini, 1513, in 8); (Parisiis, 1513, in 8); (Basileae, 1563); (Taurini, 1578, in 12); (Lugduni, 1578, in 12); (Francofurti, 1612, in 12). Lo scritto, offerto in omaggio al Vescovo di Mondovì,  risulta appesantito da vari precetti conservativi e curativi; presenta però anche alcuni passi originali e lodevoli, quali, ad esempio, quelli che trattano dei modi di liberare le persone dalle inquietudini stringendo loro dei lacci agli arti oppure accendendo, in presenza di molta gente, molti lumi.  E via dicendo, per quanto riguarda i dolori al capo o i vari bubboni a seguito di pestilenza .
Ancora, scrisse:
-“Lexypiretae perpetuae quaestionis, et annexorum solutio, de nobilitate facultatis medicae; utrum Medicina et Philosophia nobiliores sint, et digniores utroque jure, scilicet civili, et canonico, quomodove incedere, et invicem praecedere debeant” (Taurini, 1512, in fol.), in cui il Bairo tende a conferire il valore che le spetta all’Arte della Medicina  e della Filosofia, senza però in modo alcuno trattare delle questioni pratiche dell’arte medica, per cui dichiara di avere la massima propensione;
-“De medendis humani corporis malis Enchiridion vulgo "Veni mecum"dictum.” ( Taurini, 1512); (Basileae, 1560, in 8); (Lugduni, 1561, in 12); (Venetiis, 1561); (Lugduni, 1578); (Basileae, 1563, in 8); (Basileae, 1578, in 8); (Leydae, 1578, in 8); (Francofurti, 1618, in 12); (un trattato di medicina pratica molto noto all’epoca); (nella ristampa a cura di Pietro Perna del 1563 si legge: “De medendis humani corporis malis Enchiridion, seu practica, quod vulgo "Veni mecum" vocant”);
-“Secretti  Medicinali di M. Pietro Bairo da Turino, gia medico di Carlo secondo duca di Savoia. Ne quali si contengono i rimedij che si possono usar in tutte l'infirmità che vengono all'huomo, cominciando da capelli fino alle piante de piedi.” (Turino, 1584, in 8); (Venezia, 1585, in 8; Ibid., 1629, Ibid., 1701, in 8), chiamato dal Bairo “il vienimeco di Pietro Bairo". L’opera si presenta come uno dei più completi ricettari del XVI secolo. In esso il Bairo dichiara espressamente di aderire ai principi degli insegnamenti di alcuni medici illustri, tra i quali Ippocrate, Galeno ed Avicenna. Vengono trattate ben 35 diverse patologie (tra cui la canizie, la mania e la malinconia, le malattie dei genitali, le mestruazioni). Mostra, poi, di riconoscere anche alcune proprietà del vino, in ciò espressamente aderendo a quelli che già la medicina antica aveva ritenuto uno dei principali capisaldi per la cura delle malattie.
-“De Morbo Gallico Omnia etc.” (Venetiis, 1566), avente ad oggetto gli stessi argomenti già trattati nel “Veni mecum” relativi alla malattia del morbo gallico (la sifilide).
Il XVI secolo era stato caratterizzato da una malattia (la sifilide) che in Europa aveva assunto un decorso epidemico in quanto non se ne conosceva né la causa né alcun rimedio utile a combatterla. Anche P. Bairo si approfondì sullo studio della malattia. Egli, nella cura del morbo c.d. Gallico, tratta di alcuni impiastri e suffumigi prevalentemente  per uso esterno, riportandone anche accuratamente sia la composizione che le modalità di somministrazione.