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AVEMPACE

AVEMPACE

Ibn Bājja (Abū Bakr Muhammad ibn Yahya ibn al-Sāʾigh) (in arabo : أبو بكر محمد بن يحيى بن الصائغ ) (conosciuto in Occidente con il nome di Avempace o Avenpace) [medico, filosofo, scienziato e musicista arabo-spagnolo, Saragozza (all’epoca regione della al-Andalus), Spagna, 1095 d.C. ca. – Fes, Marocco, 1138 o 1139 d.C.].
Nato a Saragozza da una famiglia umile, la sua vita si svolse inizialmente sotto l’anarchia dei re delle Taife e successivamente sotto l’impero della dinastia almoravide del Marocco.
Nonostante il suo fervore in campo scientifico, astronomico e filosofico in particolare (che si realizzò nella sua grande opera – peraltro incompiuta - del ”Regime del Solitario” ossia il “Tadbīr al-mutawaḥḥid”), nonostante il suo pensiero che la razionalità del filosofo si potesse attuare nella dimensione mondana e terrena che vedeva la priorità della filosofia sulle altre scienze, lo vogliamo qui ricordare soprattutto per la sua fama di medico.
La morte precoce gli impedì di sviluppare adeguatamente il suo pensiero e la sua ricerca. Pertanto anche in campo prettamente medico le sue indagini e le sue teorie furono frammentarie e non ebbero modo di delinearsi in un’opera compiuta ed unitaria. I suoi contatti con le scienze greco-ellenistiche e con le culture giudaico-cristiane gli furono proficui non solo per lo sviluppo del suo pensiero filosofico e scientifico bensì anche per il suo pensiero medico.
Come aveva già fatto al-Farabi prima di lui, anche Avempace si spinse, anche più compiutamente del suo predecessore, ad analizzare gli effetti benefici che potevano avere le composizioni melodiche e l’uso dei vari strumenti musicali sul benessere del corpo. Al centro del suo interesse è soprattutto l’ūd' sharqi (arabo: عود ʿūd): uno strumento cordofono, evoluzione del persiano barbat ed appartenente alla famiglia dei liuti. Come al-Farabi riteneva che la musico-terapia fosse benefica per l’anima – ancorché per il corpo - anche per Avempace gli accordi musicali derivanti dal posizionamento esatto dell’oud sul corpo potevano avere l’effetto di costituire un ponte tra i mali cagionati dagli umori corporei e l’armonia celeste dell’universo. Per meglio addentrarci in tale teoria, è necessario risalire al concetto avempaciano di motore e di movimento attraverso il vuoto delle forze naturali che egli identifica nei quattro corpi elementari di fuoco, aria, acqua e terra. Ognuno di tali elementi – ricordiamo che nella cultura araba i quattro umori del corpo corrispondevano ai quattro temperamenti umani di bile, sangue, flemma e bile nera - era correlato ad una determinata corda dell’oud (probabilmente il vecchio liuto – l’“oud qadim” – a quattro coppie di corde). In particolare, la corda più acuta dello “zir” (tinta di giallo come la bile) agiva appunto sulla bile, la corda dal basso della “mathnà” (tinta di rosso) sul sangue, la terza corda del “mathlath” (bianca) sulla c.d. flemma (il muco) ed infine quella della “bamm” (o “bam”) – nera - sulla bile nera. Ma vogliamo qui precisare come tale teoria non fosse, poi, così originale, dato che già dai tempi di al-Kindi e dell’iracheno Ziryab – peraltro durante il IX secolo molto attivo in Andalusia - si era avuto uno sviluppo dell'oud e che a quei tempi già il giurista iracheno Miwardi utilizzava l'oud nel trattamento delle malattie, riconoscendogli la capacità terapeutica di rinvigorire e dar riposo al cuore.
Come in linea generale aveva già fatto al-Farabi, anche Avempace non classifica tra le scienze – peraltro da lui considerate tutte teoriche - l’arte della medicina e dell’agricoltura, anche se, a differenza del suo predecessore, riconosce alle dette arti – unitamente alla navigazione - l’utilità di procedere al compimento di qualche attività che si esplica e si sviluppa nell’esperienza pratica attraverso rappresentazioni particolari (le juz'îyât) cui si perviene attraverso le percezioni sensoriali [ricordiamo che già alcuni filosofi peripatetici erano pervenuti a concettualizzare una facoltà estimativa (wahmiya) che precedeva le rappresentazioni dette juz'îyât.]. E secondo Avempace solo attraverso tali rappresentazioni particolari l’esperienza poteva procedere nella stessa arte della medicina sino a produrre proposizioni universali.
Non a caso ad Avempace venne attribuita la paternità di ben nove trattati di medicina, tra cui gli “Aforismi”, commentari sulla medicina ippocratica e galenica, di un “Discorso sul temperamento dal punto di vista medico”, di un “Trattato sulla febbre”, di uno scritto in materia farmacologica (il c.d. “Kitāb al-Taǧribatayn”) basato sui principi attivi delle piante e sui medicamenti semplici galenici e, appunto,  di un trattato di botanica e di uno scritto  sulla storia degli animali. Ed è molto probabile che il suo interesse per la materia botanica poté svilupparsi proprio sulla scia della lettura e dello studio delle opere aristoteliche, che pure comprendevano una sezione dedicata al c.d. Kitāb fī 'l-nabāt (il Libro delle piante) anche se appare probabile che Avempace abbia commentato molto liberamente le dette opere aristoteliche ed abbia proceduto a scrivere articoli indipendenti su vari argomenti di interesse personale. In materia botanica il suo pensiero e la classificazione che ne segue rimangono però incerti e generici: le categorie di classificazione e le successive suddivisioni seguono ordinamenti rigidi che non tendono a riconoscere in piante anche apparentemente diverse la presenza di qualità comuni che vadano oltre l’apparenza. Così le stesse vengono classificate secondo il loro aspetto, il luogo di riproduzione, i tempi della fioritura, se con frutti o meno. L’unico aspetto unificante è l’assenza di qualsiasi possibilità di movimento e di percezione, a differenza di ciò che avviene per gli animali. Ma nel suo Kitāb fī 'l-nabāt Avempace – sia pure con qualche distinzione e genericità - riconosce anche peculiarità che le piante hanno in comune con gli animali, ossia la riproduzione sessuale e la  capacità di nutrirsi.