Crea sito

ASCLEPIADE di Bitinia (o ASCLEPIADE di Prusa o di Chio)

ASCLEPIADE di Bitinia

Asclepiade di Bitinia (o Asclepiade di Prusa o di Chio) - (medico greco, Prusa, Bitinia, l’attuale Bursa in Turchia, II sec. a.C. - Roma, I sec. a.C.).
Medico autodidatta, viaggiò ad Atene e ad Alessandria. Successivamente lo troviamo a Roma (anche se non é possibile darne una datazione sicura). A Roma, dopo aver esercitato come retore, esercitò la sua professione medica avendo quali pazienti anche Cicerone, Crasso e Marco Antonio. Al riguardo, Plinio il Vecchio (Nat. Hist., XXVI, 12) (“…donec Asclepiades aetate Magni Pompei orandi magister nec satis in arte ea quaestuosus, ut ad alia quam forum sagacis ingenii, huc se repente convertit, ut necesse erat homini qui nec id egisset nec remedia nosset oculis usuque percipienda, torrenti ac meditata cotidie oratione blandiens omnia abdicavit totamque medicinam ad causas revocando coniecturae fecit…”, secondo il quale Asclepiade si sarebbe improvvisato medico solamente qualche tempo dopo il suo arrivo a Roma, dopo aver praticato la retorica). Non si può verificare la veridicità di tali affermazioni, secondo cui Asclepiade era presente a Roma ancora negli anni '70 o '60 a.C.. Dando credito ad un dialogo fittizio riportato nel De oratore di Cicerone in cui viene menzionata la figura di Asclepiade, questi sarebbe già defunto nel 91 a.C.. Sappiamo solo che, grazie ai successi ottenuti in campo medico nell’Urbe, potè dare avvio ad una nuova scuola medica (“… summa autem [fama] Asclepiadi Prusiensi condita nova secta…, Plin., Nat. Hist., VII, 124). Grazie ad Erennio Filone, conosciamo i nomi di almeno altri tre discepoli di Asclepiade, vale a dire T. Aufidio di Sicilia, Filonide di Dyrrachium e Nicone di Agrigento (informazione tramandataci da Stefano di Bisanzio). Non è escluso che, tra gli altri, sia entrato in contatto anche con Menecrate di Tralles.
Fu maestro di Alessandro Filalete (1).

 ESCAPE='HTML'

Da autentico scolarca, Asclepiade rigettò la teoria umorale ippocratica e cercò di adattare alla medicina le teorie atomiste di Leucippo e Democrito di atomo e di vuoto; pose quindi le basi della scuola metodica di medicina che avrebbe poi fondato (pare insieme a Tessalo di Tralles) il suo allievo Temisone di Laodicea, scuola che avrebbe poi avuto grande influenza su tutta la cultura medica romana. Cercando di interpretare le malattie come prodotto di uno squilibrio del tutto casuale tra atomi e pori, bisognava innanzi tutto fare in modo che questi pori rimanessero aperti in misura normale: infatti a seconda della larghezza o strettezza di questi ultimi, potevano generarsi rispettivamente rilassatezza o astenia ovvero accaloramento e tensione. Per ristabilire l’equilibrio che si era rotto, spesso si faceva ricorso all’acqua, la cui temperatura veniva aumentata se c’era bisogno di ristabilire uno stato di rilassatezza.
In mancanza di una specifica testimonianza scritta dell’epoca, possiamo risalire ai rimedi che i romani adottavano contro le malattie tramite la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio. A suo dire, tali pratiche vennero condannate duramente da Asclepiade (che promise mezzi più blandi) e consistevano, ad esempio, nell’affogare gli infermi sotto le coltri per provocare negli stessi il sudore, nella credenza, ma più nella speranza, di mandar via la malattia per la cute; nel porre gli ammalati presso grandi fuochi oppure nell’esporli direttamente ai raggi cocenti del sole, per agire sulla cute con l’intensità del calore della fiamma o del sole. Così come cocente era lo strumento che forzatamente si usava introdurre in gola nella squinanzia (il mal di gola). E tali erano anche tutti gli altri rimedi empirici quali i purganti, i vomitivi e lo stesso salasso, di cui si abusava all’epoca, secondo Asclepiade con grande danno per i malati.
Il suo principio era quello di salvaguardare il ritmo di vita del paziente, senza metodi bruschi, procedendo in modo rapido, sicuro e divertente nella cura delle malattie (tuto, cito et iucunde). I rimedi terapeutici si basavano su massaggi, bagni termali, passeggiate e musica, con il ricorso a farmaci o salassi solo in casi estremi. Egli propose cioè cure "dolci", ben accette al suo pubblico e tra queste vi era anche un uso, sia pur moderato, del vino. Anzi, fu proprio il medico che ebbe un ruolo decisivo nell’introduzione del vino tra le cure mediche nella società romana. Al riguardo viene citato da Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia (VII, 124): ... “summa autem [fama] Asclepiadi Prusiensi condita nova secta, spretis legatis et pollicitationibus Mithridatis regis, reperta ratione qua vinum aegris medetur, relato e funere homine et conservato, sed maxima sponsione facta cum fortuna, ne medicus crederetur, si umquam invalidus ullo modo fuisset ipse. Et vicit suprema in senecta lapsu scalarum exanimatus; XXVI, 13: universum, prope humanum genus circumegit in se non alio modo quam si caelo demissus advenisset; XXVI, 15: magna auctoritate nec minore fama, cum occurrisset ignoto funeri, relato homine ab rogo atque servato ...”. E troviamo sue citazioni anche in Apuleio (Flor., 19, 1): “Asclepiades ille, inter precipuos medicorum, si unum Hippocratem excipias, ceteris princeps, primus etiam vino repperit aegris opitulari, sed dando scilicet in tempore…” ed Apuleio proseguiva narrando il celebre aneddoto dell'uomo ridestato da Asclepiade quando già se ne stavano celebrando le esequie.
Nonostante tutto, sarebbe poi stato criticato da Galeno con l’accusa di non essersi troppo cautelato da un eccessivo impiego di “pharmaka”, che pure potevano produrre umori non meno pericolosi di quelli che riuscivano ad espellere dal corpo. (2-3)
Introdusse per primo la classificazione delle malattie in acute e croniche.
Dagli scritti di Celio Aureliano si evincono autorevoli testimonianze che di lui ci ha lasciato Sorano d’Efeso; dallo stesso Celio si evince che sua sarebbe stata l’adozione della tracheotomia come terapia d'urgenza nella difterite (sarebbe poi stato considerato da A. Cocchi il primo esecutore della broncotomìa, Discorso primo di Antonio Cocchi sopra Asclepiade, 1758).
Viene citato, tra gli altri, anche da Diogene Laerzio (4).

1)-”Alessandro detto Amante del Vero (il Philalethes , Filalete) discepolo di Asclepiade nel libro primo Sul seme sostiene che l'essenza del seme è la schiuma del sangue, accettando la veduta di Diogene...” (VINDICIAN. q. d. 1 sgg).
2)-“In qual modo Ippocrate, Erasistrato ed Empedocle ed Asclepiade dicono che avviene la digestione dell'alimento... secondo Empedocle per putrefazione.” (GALEN. defin. med. 99).
3)-“Era antica consuetudine per questi uomini chiamare non putrefatte quelle cose che noi diciamo non digerite.” (GALEN. in Hipp. aph. VI 1).
4)-“E per lui compose anche un epigramma:
Pausania medico a buon diritto chiamato, figlio di Anchito, ed /Asclepiade, lo nutrì la patria Gela, /lui che molti, consunti da penose malattie, /distolse dalle dimore impenetrabili di Persefone.” (DIOG. LAERT. VIII 60).