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ARETEO di Cappadocia

ARETEO di Cappadocia

Areteo di Cappadocia (Areteo  in greco = ᾿Αρεταῖος , Aretaîos) (medico greco, Cappadocia, Anatolia, II sec. d.C.).
Esercitò a Roma e probabilmente visse ai tempi di Archigene, dopo l’inizio dell’impero di Domiziano (51 – 96 d.C.) e verosimilmente sotto gli imperatori Vespasiano o Nerone. Ciò in quanto nei suoi scritti fa cenno alla preparazione di Andromaco (la famosa teriaca) e parla di Archiatri (termine che, come sappiamo, verrà usato solo a partire dal IV sec. d.C. e che non era, quindi, in uso prima di Domiziano).
Viene ascritto come appartenente alla scuola eclettica di cui fu uno dei maggiori esponenti anche se con forti simpatie per la scuola pneumatica. La scuola eclettica assunse tale nome in quanto cercava di conciliare le istanze della medicina empirica con quelle della medicina scientifica: essa cercava, cioè, in modo molto pragmatico, di assimilare tutto ciò che di utile era riscontrabile nelle varie scuole precedenti, da quella ippocratica a quella metodica a quella, infine, pneumatica che l’aveva preceduta cronologicamente.
In Areteo riscontriamo soprattutto una disinvoltura ed una semplicità nei trattamenti medici. Non disdiceva prescrivere il salasso né aveva remore sull’utilizzo di purganti e sostanze narcotiche.
Nei suoi scritti, di argomento medico, vengono trattate, sia sotto l’aspetto eziologico che sintomatologico, varie malattie, tra cui la celiachia, l’emicrania, il diabete, le pleuriti, gli attacchi di panico e l’isterismo, le paralisi, l’itterizia, la gotta, ecc.. L’opera più importante (conservatasi quasi intatta e in dialetto ionico) è in forma di trattato e risulta suddivisa in otto Libri, di cui due sotto il titolo “De causis et signis acutorum morborum”; due sotto il titolo “De causis et signis diuturnorum morborum”; due intitolati “De curatione acutorum morborum” e gli ultimi due sotto il titolo “De curatione diuturnorum morborum”.
Di seguito cercheremo di soffermarci su alcuni dei punti più interessanti trattati nell’opera.

IL DIABETE.
Anche se fu Areteo di Cappadocia a coniare per primo il termine “diabete” (anche se la paternità del termine se la contendono anche Apollonio di Memphis e Demetrio di Apamea) già ai tempi dell’antico Egitto si era avuta una prima descrizione della malattia. Più precisamente il c.d. “Papiro di Ebers” (1500 a.C. ca.) fa riferimento ad una situazione di eccessiva produzione di urine che possiamo ascrivere alla malattia diabetica. Nella descrizione del diabete che possiamo ritrovare nella medicina indiana (Susruta Samhita e Charaka Samhita) si fa riferimento al sapore dolciastro delle urine (urine appiccicose e dolci dal sapore di miele = "madhumeha"). Evidentemente tali medici parlavano della malattia che oggi conosciamo come “diabete mellito” (derivato, appunto, da “miele”), caratterizzato da un’elevata glicemia e glicosuria.
Areteo, comunque, sarebbe stato il primo a fornirne una completa descrizione nel II capitolo del II Libro della sua opera. Col termine diabete, che Areteo mutuò dalla lingua greca (da διαβήτης , diabetes “che fluisce attraverso un sifone” )  si faceva riferimento alle condizioni che erano alla base della poliuria.
Per questa patologia Areteo di Cappadocia consigliava l’attività fisica che secondo lui, se svolta regolarmente, avrebbe apportato effetti benefici sull’organismo dei soggetti con urine dolci.
Parlando della malattia, Areteo la definisce “... come un sifone...che non trattiene i liquidi nel corpo ma usa l’essere umano come un tubo attraverso cui (i liquidi) scorrono”.
Nel 1844 Francesco Puccinotti (Livorno, Tipografia Bertani e Antonelli e C.) intraprese l’opera di volgarizzamento e così avrebbe riportato nella sua traduzione quanto scritto da Areteo a proposito del diabete: “La malattia che porta il nome di Diabete, sebbene non molto frequente alla umana specie, è oltre modo sorprendente, per il fenomeno che in essa si effettua del disciogliersi in urine le carni e le membra dell'organismo. Riconosce una causa interna di freddo ed umido siccome l'idropisia; colla differenza che cotesta causa qui risiede solitamente ne' reni e nella vescica. Le urine non si rendono a intervalli; ma come se i canali non fossero spezzati, il profluvio è perenne. La genesi di questo morbo si opera lentamente, e lungo tempo impiega sempre nello sviluppo. Sviluppato però che sia perfettamente, abbrevia la vita dell'infermo, perché il discioglimento si opera con velocità, e repentina sopravviene la morte, e il diabetico mena una vita travagliosa e crucciata da spasmi. Inestinguibile è la sete; e sebbene si beva copiosamente, la quantità delle urine è sempre superiore della bevanda: e non v'ha diabetico che possa esimersi tanto dal bere, come dall'urinare. Che se per breve spazio di tempo si forzino taluni ad astenersene; gli si inaridisce la bocca, il corpo si dissecca, le viscere si sentono come bruciare, sono presi da fastidio, da titubanza, la sete ardentissima li tormenta, e non molto dopo sen moiono. In tal modo però potranno astenersi dall'urinare? Qual verecondia sarà più potente del dolore?
E così questi due fenomeni della sete, e del bere avvicendano, l'uno rinforzando l'altro. Cotesta esorbitante bevanda in alcuni non trapassa né poco né molto per urine, e vieppiù tormentati da una inestinguibile bramosia, dall'allargamento del liquido trangugiato, cotanta distensione patisce il ventre, che infine scoppia".
LA CELIACHIA.
Ad Areteo si deve la prima descrizione della celiachia [anche se sarà solo col pediatra olandese William Karel Dicke (1905 – 1962) che si avrà l’intuizione del ruolo causale del glutine ed il conseguente sviluppo di una dieta priva di glutine].
Areteo di Cappadocia definiva la malattia celiaca “diatesi celiaca” ossia “alterazione intestinale” chiamando “koiliakos “ (κοιλιακός = da κοιλία  , koilia “intestino, ventre”) chiamando “koiliakos” coloro che ne soffrivano (“coloro che soffrono negli intestini”).
LA MELANCONIA E LA MANIA (OVVERO IL DISTURBO BIPOLARE).
L’approccio della medicina greca antica ai disturbi neurologici, pur riconoscendo la potenziale pericolosità sociale degli ammalati, è sempre stato “morbido” cercando di non ricorrere alla loro segregazione. Anche Areteo di Cappadocia si sforzò di divulgare le sue idee a Roma preoccupandosi in primo luogo che i ricoveri degli ammalati fossero luminosi ed accoglienti e senza pitture murali che riteneva eccitanti.
Anche qui troviamo una prima, completa descrizione della depressione. Areteo fa innanzi tutto una distinzione della melanconia in quella determinata “per natura” da un eccesso di “bile nera” dalla melanconia causata da “passione intemperante”.
Areteo imputò la malattia a cause di ordine essenzialmente psicologico in cui avevano grande importanza i rapporti interpersonali. Al riguardo, cita il caso di un paziente che aveva trovato nell’amore per una ragazza la cura per la sua malattia: “Si dice che uno di essi, incurabilmente ammalato, amasse una ragazza; mentre a nulla gli giovavano i medici, fu curato dall’amore. Ritengo … che fosse avvilito e scoraggiato per mancanza di successo con l’amata, e che sembrasse .. ammalato di malinconia. Egli stesso non riconosceva Amore, ma quando con esso contagiò la fanciulla, la sua depressione sparì, si dileguarono ira e dolore, ed egli arse nella gioia la sua tristezza; ridiede pace alla propria mente, medico l’amore”.
I sintomi sono riscontrabili essenzialmente in quei soggetti che si presentano inattivi, tetri ed irascibili, agitati nel sonno, senza amore per la vita e dal carattere molto volubile per la mutabilità della malattia, tanto che a volte possono apparire molto generosi altre volte invece tirchi.
Possiamo leggere: “La Melanconia costituisce l'inizio della mania e ne è parte integrante... Lo sviluppo della mania rappresenta un peggioramento della melanconia piuttosto che il passaggio ad una patologia differente.”. Fu il primo, quindi, a dare una descrizione dei disturbi della mania e della melanconia come due aspetti caratterizzanti il disturbo bipolare. Parla delle psicosi periodiche ma non riesce a spiegarle dal punto di vista eziologico. Inoltre è il primo a trattare delle crisi di panico.
LA DIFTERITE.
Già Ippocrate, trattando delle angine, aveva descritto quelli che potevano essere i sintomi di una difterite (sibilo della faringe, saliva vischiosa che non si riesce a sputare e che quindi tende ad accumularsi alla bocca della faringe, pericolo di soffocamento per il malato che tende a sdraiarsi).
Anche qui, però, una prima, completa descrizione di tale malattia la possiamo trovare nell’opera di Areteo di Cappadocia anche se ne aveva precedente parlato Archigene di Apamea. Areteo fa riferimento all’infiammazione dei muscoli della faringe, che risultano gonfiati rendendo difficile la stessa respirazione con pericolo di soffocamento, per cui si è obbligati a tenere la bocca aperta (come fanno i cani, da cui il termine “cinanche/cinancie”).
Leggiamo: ”In quelli che sono presi dalle cinanche, l’infiammazione attacca le tonsille, le fauci e tutta la bocca.
La lingua sporge fuori dai denti, le labbra si fanno prominenti e da’ loro orli fluiscono la saliva e una pituita crassa fuor di modo e frigida: la faccia rosseggia e si gonfia; gli occhi in fuori, lucenti e rosseggianti: la bevanda è respinta alle narici. I dolori sono acuti, ma quanto più minaccia la soffocazione, tanto meno sentiti: il petto e il cuore sembrano ardere tra le fiamme, e altrettanto ardente è il desiderio d’aria fresca; e così in progresso va assottigliandosi la respirazione, che finalmente impedito il passaggio dell’aria nel petto, restano i miseri soffocati.".
L’EMICRANIA E LE CEFALGIE.
Tra le diverse affezioni di interesse neurologico che tratta, Areteo si sofferma anche sull’emicrania. Egli fa innanzi tutto una distinzione tra emicrania (“heterocrania”) e cefalgia (“cephalalgia”, che ritiene di minore importanza in quanto causa solo dolori moderati ed episodici.
Il nome di “heterocrania” lo fa derivare dal fatto che l’emicrania, limitata a metà del corpo, è caratterizzata da episodi dolorosi intervallati da periodi liberi dal dolore. “L’emicrania si distingue dalle altre forme di cefalalgia per la sua sede e la sua intermittenza; essa sopraggiunge a intervalli più o meno lunghi e si limita a una sola metà del cranio”. Areteo ci lascia una testimonianza relativa ad un suo paziente il quale “... aveva mal di testa, il suo capo roteava con senso di instabilità e negli orecchi aveva come il suono di un fiume che scorreva con grande rumore...”. In merito all’attacco emicranico, così scrive: “In certi casi duole l'intera testa, il dolore è talvolta a destra, talvolta a sinistra... questa si chiama eterocrania. I pazienti fuggono la luce, il buio allevia la loro malattia, la loro percezione olfattiva è alterata”.
L’AGORAFOBIA.
Areteo ci parla di un carpentiere il quale, uscito per recarsi al Foro o alle Terme, riusciva a tornare in sè solo una volta rientrato nel suo luogo di lavoro.
Oggigiorno questa paura (agorafobia) rientra tra le varie fobie riconosciute e studiate dalla psicologia.
LA COLLERA.
Nel morbo “collera” ordinava le fredde bevande per istringere il ventre.
L’ABITO TISICO.
Parla del c.d. “abito tisico” che risulta caratterizzato da “bianchezza della pella, colorito acceso dei pomelli, petto ristretto, scapole alate, gracilità del tronco e delle membra”.
L’ASMA.
Ci descrive minuziosamente una crisi asmatica: “Quando uno corre e poi tossisce, questo è asma” individuando la causa nella “frigidità.... e l’umidità dello spirito” (mentre, continua, “la materia risulta costituita da umori condensati, siti internamente”). Ed essendo la natura delle donne più umida e fredda, esse sono le prime ad esserne colpite anche se il pericolo della morte incombe più sugli uomini adulti, laddove ne siano colpiti.
In sintesi, Areteo di Cappadocia, in merito all’asma o respiro affannoso, afferma che:
-esso si manifesta dopo una corsa o esercizi fisici o altra attività fisica, allorché il respiro inizia a divenire affannoso e si manifesta inizialmente con un senso di malessere al torace;
-coloro che ne soffrono manifestano una smania d’aria e respirano meglio in posizione eretta che coricata in quanto supini rischiano il soffocamento, rischiando anche la vita laddove risulti ammalato il cuore;
-il segreto per allontanare la malattia sta nel cercare di riscaldare il più possibile il corpo, anche svolgendo un lavoro opportuno, a contatto con locali o cose che emanino calore;
- essendo la natura dell’asma essenzialmente umida, ogni secreto dell’organismo sarà freddo e leggero, sia la fronte che il collo si imperleranno di sudore e le gambe diverranno esili ed il polso debole.
LE PARALISI CEREBRALI E LE PARALISI SPINALI.
Areteo di Cappadocia intuisce che le lesioni di una parte dell’encefalo comportano paralisi del lato opposto mentre le lesioni spinali comportano paralisi dello stesso lato.
IL TETANO.
Areteo attribuisce le contrazioni dolorose della malattia ad una “irritazione delle terminazioni”.
L'EPILESSIA.
Andando contro la teoria ippocratica, Areteo di Cappadocia si riferisce all’epilessia come al “morbo sacro” in quanto la malattia sarebbe conseguente ad un peccato compiuto dai soggetti malati contro la luna (Ippocrate aveva escluso che la malattia potesse dipendere dall’ira degli dei ed in particolare della dea lunare Ecate e che gli epilettici potessero essere considerati “indemoniati”).
Per capire l’interpretazione di “malattia mostruosa” che Areteo dà all’epilessia bisogna capire quanto fosse forte, a quei tempi, l’idea che essa derivasse da una contaminazione divina conseguente ad un peccato commesso. Tanto che era diffusa la credenza che uno dei migliori rimedi contro questo male fosse bere sangue umano (in tal caso il sangue dei martiri che perivano nell’arena). Il sangue infatti veniva considerato la sede dell’anima o l’anima stessa ed al sangue dei martiri veniva attribuito un valore provvidenziale e salvifico, quasi magico. Lo stesso Areteo (come anche Plinio il Vecchio, contemporaneo degli apostoli) ci conferma che “il sangue umano era usato per curare l’epilessia”.
Una testimonianza in tal senso ci viene fornita dall’apologeta e scrittore romano cartaginese Quinto Settimio Tertulliano   (155 ca. – 230 ca. d.C.):
“E dove mettete tutti quelli che durante uno spettacolo gladiatorio corrono a bere ingordamente, per curarsi il morbo comiziale [l’epilessia], il sangue ancor caldo sgorgante dalla strozza dei delinquenti sgozzati nell’arena?”. E riferendosi all’etica e alla religione perseguite dai cristiani, ammoniva: “…come potete mai credere bevano sangue umano coloro che siete ben persuasi abbiano orrore di quello animale…” (Apologeticum, IX, 13,14).
LA NEVRALGIA DEL TRIGEMINO.
Ippocrate aveva già descritto, ma solo sommariamente, tale patologia laddove accennava a dolori intermittenti alla tempia e in alcuni punti della faccia. Areteo di Cappadocia ce ne fornisce una descrizione più dettagliata riferendosi a un dolore che progredendo sui vari lati del corpo va a colpire gli occhi, l’oreccho, la fronte, quindi il naso...: “Quidam dextra tantum partem dolet, quidam laeva, quam tempus, vel auris, vel supercilium unum, vel oculos ad medium usque terminatur, vel quam nasus in aequas partes dividit, ultra quem terminum dolor non progreditur, ...”.
Nei suoi scritti Areteo di Cappadocia non cita quasi mai alcun medico. A lui faranno riferimento successivamente Ezio di Amida e Paolo di Egina.
La sua opera sarebbe stata tradotta una prima volta in lingua latina nel 1552 sotto il titolo “Aretaei Cappadocis Medici Libri septem, nunc primum e tenebris eruti a Iunio Paulo Crasso accuratissime in Latinum sermonem uersi. Ruffi Ephesii de corporis humani partium Appellationibus Libri tres, ab eodem Iunio Paulo Crasso latinitate donati” (4° Ven. ap. Junt., Paolo Giunio Crasso di Padova).
Ad essa sarebbero seguite le edizioni:
- “Aretaei Cappadocis Medici Libri VIII. Ruffi Ephesii de hominis partib. li. III. Iunio Paulo Crasso interpr. Accessere quae Crassus non vertit; Aretaei aliquot Capita; Ruffi Liber de Vesicae ac renum affectibus; Eiusdem de Medicamentis purgantibus. Adnotationes locorum in quibus ab interprete Graeca discrepant.“ (16° Par.1554, presso Guilielmum Morelium & Jacobum Puteanum);
-“De acutorum et diuturnorum Morborum causis et signis, Lib. III. De acutorum, ac diuturnorum morborum curatione Libri III. “ (Gr. ex Bibl. Regia. 8° Par. ap. Turneb., 1554).
-Aetiologica, Simeiotica, et Therapevtica, Morborum acutorum et diuturnorum, Gr. Lat. tribus MSS. Codicibus, Veneto, Bauarico, Augustano, collatis; autore Georgio Henischio. fol. Aug. Vind. 1603.
-Gr. Lat. Per Joan. Wigan. fol. Oxon. 1723 (cum comment. P. Petiti, Joh. Wiggani, celeberrimi Mattarii, et Dan. Wilh. Frilleri; Editionem curavit Herm. Boerhaave. fol. Lugd. B. 1731. Angl. By John Moffat. M.D. 8° Lond.).