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ARCAGATO

ARCAGATO

Prima dell’arrivo dei medici greci a Roma, i malati che non potevano essere curati in casa venivano ricoverati sotto i portici pubblici o nei templi di Esculapio ed Iside per far loro apprendere da coloro che passassero qualche rimedio per risanarsi.
Plauto allude anche a ciò con questi versi: “Ideo fit, quia hic leno aegrotus incubat in Aesculapii fano” (Ove si dormiva per sognare, ma questi sognano per vegliare) (Curc. att.I.sc.). Mentre in Plutarco leggiamo: “Prisci aegroios suos in publico ponebant, ut praetereuntium quivis, si quid vel ipse eodem morbo conflictatus, vel similiter laboranti opitulatus medere nosset, id aegrotanti significaret. Aiuntque artem hoc modo, experientia adiuvante, crevisse” (In lib. An recte dictum: patenter esse vivendum).
Dopo la venuta di Arcagato, il c.d. “carnifex”, dal Peloponneso, verso il 219 a.C., sarebbero state istituite presso detti templi le Medicatrinae (o “Tabernae Medicorum”), dove gli ammalati più gravi venivano tenuti sotto la diretta osservazione dei medici greci e dei loro discepoli. Essendo luoghi ove veniva esercitata la medicina privata, non era assolutamente frequentata dai medici sacerdoti appartenenti alla casta degli  Asclepiei (per quanto questi fossero solo in possesso di ricette empiriche a base di miele, vino e, pare, di sangue di gallo bianco, l'animale sacro al dio).
L’esercizio pubblico della professione medica è dunque datato al 219 a.C. (secondo il racconto di Plinio) allorché giunse a Roma il su citato medico greco Archagatos, il quale iniziò ad esercitare stabilmente in un vero e proprio ambulatorio medico (la taberna medicinae): “...Cassius Hemina ex antiquissimis auctor est primum e medicis venisse Romam Peloponneso Archagathum Lysaniae filium L. Aemilio M. Livio cos. anno urbis DXXXV, eique ius Quiritum datum et tabernam in compito Acilio emptam ob id publice. / Vulnerarium eum fuisse egregium, mireque gratum adventum eius initio, mox a saevitia secandi urendique transisse nomen in carnificem et in taedium artem omnesque medicos...[… Cassio Emina, uno delle nostre antiche autorità, narra che il primo medico che venne a Roma dal Peloponneso fu Arcagato figlio di Lisania, nell'anno del consolato di L. Emilio e M. Livio, 535 ab Urbe condita. Egli ottenne la cittadinanza romana e gli fu acquistata con soldi pubblici una bottega al crocevia di Acilia (’’in compito Acilio’’), dove poter curare i pubblici malati. Fu un chirurgo egregio (“Vulnerarius”), straordinariamente popolare al suo arrivo, ma ben presto si guadagnò il nomignolo di "carnefice" a causa del suo uso selvaggio dello scalpello (da scalprum, il bisturi) e del cauterio, ed ingenerò avversione verso la professione sua e degli altri medici...”…] (Naturalis Historia, XXIX, 12-13).
L’appellativo di “carnifex” (il carnefice), giustificato dal fatto che egli faceva troppo disinvoltamente ricorso ad interventi cruenti e ad amputazioni, tradisce l’accoglienza non certo entusiasta nei confronti di Arcagato e dei medici greci in generale da parte di Plinio. Questa visione a dir poco campanilista di Plinio il Vecchio (di cui darà conto nella sua Naturalis Historia) pare far eco alla posizione di Catone il Censore, il quale era stato da sempre contrario all’arrivo a Roma dei medici greci, che vedeva incompetenti e pericolosi [“Iurarunt inter se barbaros necare omnis medicina” = “Hanno giurato tra loro di uccidere tutti i non Greci” (“barbaros”)]. Per altro verso altri medici (tra i quali Celso) lo avrebbero lodato per i suoi impiastri [“emplastra” , “compositio... quae ad  auctorem Archagathum refertum (5, 19, 27)], termine che ritroviamo nello stesso Plinio il Vecchio allorchè parla di “vulneraria emplastra”. Celso faceva quasi certamente riferimento al “cerotto di Arcagato”, molto in uso a Roma, utile per curare le ferite, composto di cerussa, rame (bruciato), minio, letargirio e trementina. Ma se vogliamo identificare l’Arcagato citato in un papiro greco rinvenuto in Egitto con l’Arcagato medico a Roma, abbiamo la conferma che in ultima analisi la sua arte medica era presa in grande considerazione anche fuori dei confini italici. In essa si fa riferimento ad una pomata cicatrizzante di Arcagato ritenuta molto salutare da un certo Chairas che ne fa richiesta ad un medico di nome Dionysios.
La posizione di Plinio e degli altri che lo definivano “carnifex” potrebbe quindi essere interpretata anche da un punto di vista derisorio, riferita più generalmente a tutti i medici greci che erano arrivati a Roma e che alcuni sembrano ritrovare – riferita ad Arcagato – anche nella commedia di Plauto dei Menaechmi. In essa infatti fa la sua comparsa la figura del medicus, il prototipo del medico greco, al centro dell’attenzione in quanto oggetto delle battute ironiche da parte degli altri protagonisti e fonte di ilarità per il pubblico.
Dopo Arcagato sarebbero approdati a Roma uomini volgari spinti dal bisogno, dalla vita irregolare o dalle fazioni politiche, i quali si preoccupavano unicamente di fare fortuna, spacciandosi conoscitori di rimedi ma essendo solo esecutori di una bassa chirurgia. Tanto che solo il bisogno faceva ricorrere a questi saltimbanchi, i quali a poco a poco s'introdussero nei bagni pubblici, nelle terme, nei Ginnasi; molti di loro, nella qualità di schiavi, prestavano la loro opera a particolari famiglie, le quali talvolta, in compenso dei servizi prestati, li affrancavano; ed essi, una volta liberati, passavano ad esercitare pubblicamente il loro mestiere.
E’ ancora Plinio il Vecchio a dirci quale importanza rivestisse presso i Romani la medicina domestica: “…non rem antiqui damnarunt sed artem”: quindi i Romani non erano contro la medicina bensì contro gli artifizi dei medici vagabondi e ciarlatani.
Il destino di Arcagato sembrava comunque già segnato allorché venne mandato in esilio. A quel tempo, però, egli aveva già inaugurato la professione medica pubblica ed erano già fiorite - o erano prossime a farlo - importanti scuole mediche: Asclepiade di Bitinia aveva già posto le basi della scuola metodica che avrebbe poi fondato il suo allievo Temisone di Laodicea; ad essa si sarebbe poi contrapposta la scuola pneumatica di Ateneo di Attaleia, famoso per i suoi studi sulla semeiotica e sul polso, che si prefiggeva un ritorno ai principi ippocratici; la scuola eclettica fondata da Agatino Claudio di Sparta si sarebbe infine prefissata di riunire le esperienze delle due precedenti scuole, con l'intento implicito di promuovere anche l'unità della medicina.