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ARANZI Giulio Cesare (1529 o 1530 – 7 aprile 1589)

ARANZI Giulio Cesare

Giulio Cesare Aranzi (ovvero semplicemente Aranzio o Julius Caesar Arantius) (medico anatomista italiano, Bologna, 1529 o 1530 – Bologna, 7 aprile 1589).
Sulla sua formazione scientifica ebbe un’influenza determinante lo zio, il famoso chirurgo Bartolomeo Maggi (1477 – 1552).
Ammesso all’Università patavina, quivi nel 1548 fece la sua prima scoperta descrivendo il muscolo elevatore della palpebra superiore e dimostrando anche che i muscoli oculari non originavano in corrispondenza dei tessuti della dura madre bensì del contorno del foro ottico (come avrebbe riportato nelle sue “Observationes anatomicae”).
Conseguito nel 1556 presso l’Università di Bologna il dottorato in Medicina e Chirurgia, nel 1570 divenne titolare della cattedra di anatomia umana (separata da quella di chirurgia) all'Università di Bologna, incarico che avrebbe ricoperto sino al 1589, anno della sua morte. Qui ebbe tra i suoi allievi Gaspare Tagliacozzi (1545 – 1599) e Geronimo Mercuriale (1530 – 1606), col quale ultimo condivise l’interesse per la costrizione pelvica.

Per la costruzione delle fondamenta di una moderna medicina sperimentale attinse, oltre che dalle proprie ricerche, anche dai testi dei medici antichi, tra i quali principalmente Ippocrate (sembra che proprio seguendo i precetti ippocratici avesse cercato di curare le ferite alla testa) e Galeno, ma mai in modo acritico. Anzi, nella sua prima opera del ““De humano foetu Opusculum”, confutò alcune affermazioni di Galeno in relazione alla fisiologia del feto come quella, ad esempio, che, in corrispondenza della placenta, non vi fosse alcuna continuità tra la sostanza uterina e le radici dei vasi ombelicali.
G.M. Zecchinelli (1776 – 1841) riconobbe la sua  valentìa attribuendogli, insieme ad altri celebri medici quali Andrea Cesalpino (1519 – 1603), Michele Serveto (1511 – 1553) e Matteo Realdo Colombo (1516 – 1559), il merito di aver descritto, tra l’altro, il funzionamento di alcune importanti parti del cuore. Con ciò evidenziando, non senza ragione, quanta poca gloria spettasse praticamente sia ad Eustachio Rudio sia al discepolo di quest’ultimo, l’inglese William Harvey (1578 – 1657). Lo stesso Rudio, infatti, ebbe modo sia di formarsi sui testi degli anzidetti medici sia di avviare lo stesso Harvey alla loro lettura.
Le osservazioni dell’Aranzio nel trattato di embriologia “De humano foetu Opusculum” (1564), in cui descriveva la fisiologia della gravidanza, trovarono consensi da parte del famoso anatomista Girolamo Fabrici d’Acquapendente (1533 – 1619) ed ebbero influenza sulla stesura dell’opera “De formato foetu” (1600) attribuita allo stesso d’Acquapendente, soprattutto per quanto riguarda il riconoscimento della presenza nel feto di un battito cardiaco (cosa questa negata in passato da Leonardo da Vinci) e sull’assenza dell’uraco, un tratto fetale delle vie urinarie facente parte dell’allantoide e collegante la vescica urinaria al cordone ombelicale. Notevoli sono i suoi contributi allo studio della circolazione fetale. Fu il primo a scoprire che, durante la gravidanza, il sangue del feto rimaneva separato da quello della madre. Il dotto venoso (portante parte del sangue arterioso proveniente dalla vena ombelicale) fu scoperto dall’Aranzi (da qui il “dotto venoso di Aranzio”). Nel neonato il su citato dotto si oblitera dando origine al legamento venoso (“legamento venoso di Aranzio”). Dal dotto venoso il sangue placentare arriva alla vena cava inferiore passando per la vena ombelicale senza passare per il fegato. Per completezza, ricordiamo che la scoperta del dotto arterioso venne invece attribuita a Leonardo Botallo (1530-1600), anche se la sua esistenza era già nota.
Scrisse che nel feto esistevano solo due membrane: un involucro membranaceo che già Gabriele Falloppio (1523 – 1562) ebbe a chiamare “corio” e l’amnio e che sopra la superficie esterna del corio andava ad estendersi una sostanza gelatinosa simile a glutine e di scarsa consistenza carnea, con la funzione di far meglio aderire il corio all’utero. Sembra, quindi, che l’Arienzo, a differenza di altri anatomisti, indicasse con corio la membrana che si trovava esternamente e non internamente all’amnio (Atti dell’Accademia delle Scienze di Siena, Tomo VI, Siena, 1781).
Gli insegnamenti scaturiti dalla lettura delle sue “Observationes anatomicae” (1579) – oltre alla lettura dei testi di Galeno, Vesalio e Falloppio – fecero da guida al chirurgo olandese David Van Mauden (1538 - 1597) per la scrittura della sua opera anatomica "Bedieninghe der Anatomien" (1583), come d’altronde risulta citato anche nel titolo (“Bedieninghe der Anatomien: Dat is Maniere ende onderrichtinghe om perfectelijck des Menschen lichaems t'anatomizeren, na de Leeringhe Galeni, Vesalii, Falloppij et Arantij, ...”). Tale libro mostrò per primo i disegni di alcune delle scoperte fatte da Falloppio ed Aranzio.

Nelle sue “Observationes anatomicae”, oltre che descrivere anatomicamente i muscoli oculari, descrisse la valvola aortica ed i piccoli ispessimenti nodulari in prossimità delle cuspidi semilunari [i c.d. “noduli valvularum semilunarium”, che portano il suo nome (noduli/corpi di Arantius)] solo per quanto attiene l’orifizio aortico e non quello polmonare; la sede di ciascuno dei detti noduli fibrosi, in numero di tre, risulta quindi sulla mediana del margine libero delle valvole semilunari aortiche; ancora, la prima, originale e dettagliata descrizione anatomica del corno inferiore, la porzione più ampia del ventricolo laterale cerebrale, e la sua connessione col pavimento dell’ippocampo (fu lui che nel 1564 coniò la parola “ippocampo” che prende il nome “pes hippocampi” relativamente alla sua estremità inferiore simile, appunto, ad una zampa) nonché di alcuni seni venosi della base e della porzione ventrale detta corno d’Ammone.

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Aranzio fu un valente chirurgo anche nell’ambito della rinoplastica tanto che se ne trovano lodi in quanto ebbe a scrivere di lui Wojciech Oczko, un medico polacco che soggiornò in Italia dal 1565 al 1569 ed in modo particolare nella città di Bologna, il quale nella sua opera “Przymiot i Cieplice” (Cracovia, 1581) descrisse come l’Arienzo riuscisse a curare alcune lesioni al naso applicandovi lembi di pelle prelevati dalla parte interna dell'avambraccio del paziente. La tecnica si rimandava fedelmente a quella dei fratelli Pietro e Paolo Boiano (i “Vianeo”), i quali erano stati i veri fondatori della chirurgia plastica. Sembra che l’Aranzio abbia intrattenuto, tra gli altri, rapporti col celebre chirurgo Leonardo Fioravanti (1517 – 1583).
Nel 1587 fu pubblicata una sua monografia (“De tumoribus prater naturam secundum locos affectus liber”) in cui trattava dell’origine e dello sviluppo dei tumori in relazione alla sede di insorgenza.
Anche se valente chirurgo, fu soprattutto una figura di primo piano nelle scienze anatomiche, tanto da essere unanimemente considerato come uno dei più celebri anatomisti del suo tempo e in particolare capostipite dell’Anatomia Patologica bolognese. Nei suoi scritti l’Arienzo non si soffermò unicamente su una mera descrizione degli organi ma si approfondì anche sulle indagini sperimentali delle loro funzioni. Così come fecero molti altri famosi anatomisti italiani presso le più celebri università, quali quelle di Roma, Pisa, Napoli, Bologna e Ferrara, seguì il metodo di Vesalio (1514 – 1564), il quale aveva rivoluzionato l’insegnamento della dissezione dei cadaveri scendendo dalla cattedra e andando a spiegarla direttamente tra gli studenti facendo personalmente l’autopsia. Combinò l’anatomia, che tenne distinta dalla Medicina, con una descrizione dei processi patologici: durante le sue osservazioni anatomiche autoptiche diede infatti conto di reperti di alcune patologie e di alcune malformazioni viscerali congenite. Ancora, descrisse il muscolo coracobrachiale. Ricordiamo qui che in neuroanatomia ebbe a descrivere dettagliatamente il plesso corioideo al cui interno viene prodotto il liquido cefalorachidiano ed il cavo del setto pellucido. Descrisse dettagliatamente il quarto ventricolo (detto “ventricolo di Aranzio”) relativamente alla parte inferiore allargata del suo solco mediano.
Nei suoi libri (in latino) si possono trovare tecniche chirurgiche per varie patologie, tra cui i polipi nasali, l’idrocefalo, i tumori prepuziali, le emorroidi, il gozzo, le fistole, l’ascesso anale, l’ascite.
Si approfondì anche su alcune tecniche endoscopiche. Per analizzare meglio le cavità nasali dei suoi pazienti ricorse ai principi della camera oscura ed escogitò un metodo intelligente per sfruttare la luce solare riflessa che, opportunamente deviata in una stanza buia, andava a raggiungere le cavità nasali.
Per quanto riguarda le sue opere, citiamo:
-“De humano foetu Opusculum” (Roma, 1564; Venezia, 1571; Basilea, 1579);
-“De tumoribus secundum locus affectum” (Bologna, 1571);
-“In Hippocrates librum de vulneribus capitis Commentario brevis” (Leida, 1580);
-“Observationes anatomicae” (Basilea, 1579; Venezia, 1587);
-“De tumoribus prater naturam secundum locos affectus liber” (Venezia, 1587);
-“De humano foetu liber”, Venezia, 1587;
-“Anatomicarum observationum liber” (Venezia, 1587).