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APOLLODORO

APOLLODORO

Apollodoro (in greco  ᾿Απολλόδωρος, in latino Apollodorus), detto Apollodoro Tarantino o di Alessandria (medico e naturalista greco, III sec. a.C.).
Il nome di Apollodoro lo troviamo associato a vari medici dell’antichità [nella sua opera “gli scrittori d’Italia...”, v. I – p. II il letterato Giammaria Mazzucchelli (1707 – 1765) avanzò addirittura l’ipotesi che Apollodoro potesse essere lo stesso di cui al “Catalogo” di cui alla Bibl. Graeca di Giannalberto Fabricio, v. II, p. 669, e che, ad esempio, potesse identificarsi col l’”Apollodoro Cumano Grammatico, e Critico mentovato (nella "Miscellanea"/ Stromateis I, pag. 309) da S. Clemente Alessandrino, non diverso, per quanto appare, da quell’Apollodoro, cui Plinio affermò (Nat. Hist., L. VII, cap. XXXVII) essere stato appunto eccellente nella Grammatica”: [123] “Variarum artium scientia innumerabiles enituere, quos tamen attingi par sit florem hominum libantibus: ... grammatica Apollodorus, cui Amphictyones Graeciae honorem habuere; Hippocrates medicina, qui ...”.
Il medico citato da Plinio il Vecchio dovrebbe essere Apollodoro Tarantino (da identificarsi anche con il medico Apollodoro di Alessandria), il quale visse ai tempi di Crisippo, probabilmente nel III sec. a.C., come anche afferma M. Wellman (Hermes XXIV, p. 563).
Plinio ci dice che scrisse opere di medicina che trattavano degli avvelenamenti, per cui raccomandava il succo di rafano. Precisamente Plinio, nella sua “Natural Historia, L. XX, cap. IV, XIII, 25 e XIV, 86; L. XXII, 19, ecc.) ne parla come se avesse scritto un’opera di medicina (“Apollodoro qui de bestiis venenatis ...”) con tali parole: [25] “iidem et contra venena prosunt, cerastis et scorpionibus adversantur — vel ipso vel semine infectis manibus inpune tractaveris, inpositoque raphano scorpiones moriuntur —, salutares et contra fungorum aut hyoscyami venena atque, ut Nicander tradit, et contra sanguinem tauri. contra viscum quoque dari Apollodori duo iubent, sed Citieus semen ex aqua tritum, Tarentinus sucum. lienem item extenuant, iocineri prosunt et lumborum doloribus, hydropicis quoque ex aceto aut sinapi sumpti et lethargicis et comitialibus et melancholicis.”; e ancora: [86] “Hippocrates coeliacis et dysintericis bis coctam cum sale, item ad tenesmum et renium causa, lactis quoque ubertatem puerperis hoc cibo fieri iudicans et purgationem feminis. crudus quidem caulis si mandatur, partus quoque emortuos pelli. Apollodorus adversus fungorum venena semen aut sucum bibendum censet, Philistion opisthotonicis sucum ex lacte caprino cum sale et melle...”.
Nel libro 17 del suo “De natura animalium” Claudio Eliano (165/170 ca. – 235) si richiama per ben sei volte al poeta greco Nicandro di Colofone (II sec. a.C.), il quale, a sua volta, aveva tratto ispirazione per le sue opere da Apollodoro, considerato dagli antichi il più autorevole studioso degli animali velenosi.
Altri studiosi, tra i quali Giovanni Bernardino Tafuri (1695 – 1760) nella sua “Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli” (v. I, pag. 73), dalle citazioni di Plinio dedussero che Apollodoro avesse scritto un libro intitolato “De venenorum remediis”.
Da queste citazioni pliniane (che menzionano gli autori che si dedicarono alle proprietà medicinali delle piante) trasse spunto Thomas di Cantimpré (ovvero Thomas Cantimpratensis) (1201 – 1272) nel suo “Liber de natura rerum”, il cui testo 50/55/60 dell’incipit prologus recita testualmente: “...Et notandum, quod sub Alexandro Magno quinquaginta volumina edita sunt ad mandatum illius, que Plinius XXXVII editionibus breviter comprehendit. Auctores vero tales suo libro prefixit – pretermisimus tamen multos ex illis et posuimos magis vulgatos atque precipuos: Lucillus, Piso, Theophrastus,...Apollodius qui de bestiis venenatis, Dyonisius medicus....Hii sunt auctores secundum Plinium in natura rerum. Proinde moralitates et significantias rerum breviter in quibusdam per intervalla distinximus et ideo non continue, quia vitavimus prolixitatem.”.
E che fosse stato medico delle piante lo afferma anche il medico ed umanista italiano Pietro Andrea Mattioli (1501 – 1578) nei suoi “Discorsi” (“I Discorsi di M. Pietro Andrea Matthioli sanese, medico cesareo, et del serenissimo principe Ferdinando Archiduca d’Austria & c. nelli sei libri di Pedacio Dioscoride Anazarbeo della materia medicinale...”, Venezia, Vincenzo Valgrisi, MDLXVIII), il quale, come già aveva fatto Thomas di Cantimpré, riporta il lungo elenco dei medici che nel corso degli anni si erano dedicati allo studio delle proprietà medicinali delle piante. Il Mattioli, poi, citando Conrad Gessner (1516 – 1565) (Bibliot. , fol. 70) afferma che Apollodoro Tarentino era un medico citato, oltre che da Plinio, anche da Dioscoride e Galeno.
Il titolo originario della sua opera maggiore (la pliniana “de bestiis venenatis”) sugli animali tossici doveva essere “περὶ θηρίων” , perí thi̱río̱n (descritta nelle fonti di Nicandro ed Eliano come “λόγος θηρκικός”  , lógos thi̱rkikós) e probabilmente fu spunto per la successiva trattatistica di natura farmacologica e non per autorevoli autori, tra i quali, oltre Nicandro, Numenio, Eraclide di Taranto, Sostrato (citato nell’opera di Eliano), Sestio Nigro (ancora per citazioni pliniane e di Dioscoride), Archigene ed Emilio Macer.
Nell’antichità i medici erano soliti suddividere le proprietà delle varie piante in calde e secche nonché i vari gradi; a questa suddivisione si accompagnavano quindi le proprietà terapeutiche e le modalità di assunzione. In Apollodoro troviamo, ad esempio, citata la pianta del Cipèro che, opportunamente mescolato e tritato, era benefico, tra l’altro, per le dermatiti, quale decongestionante delle vie urinarie e per le ulcere; per quanto riguarda il cavolo, poi, Apollodoro ritiene che si debbano bere i semi o il succo contro l’avvelenamento da funghi. Galeno attribuisce ad Apollodoro anche una ricetta sulla teriaca (dal greco thériakè ovvero antidoto)contro il morso dei serpenti, in special modo delle vipere, derivata sembra dall’antica Scuola alessandrina. Frutto di esperienze millenarie, le teriache erano poi andate diffondendosi in tutto il bacino del Mediterraneo e da “vaccino” precauzionale contro i veleni erano andate trasformandosi in rimedi contro numerose malattie. I loro componenti provenivano sia dal mondo vegetale, sia animale sia ancora dal mondo minerale (sembra che la sua formula, molto particolare in quanto vi predominavano elementi di origine animale, fosse basata sul sangue di tartaruga e capretto, caglio di daino e lepre, altre volte su carne di cerbiatto, lepre, cervo e tartaruga marina).
Alcuni attribuiscono ad Apollodoro anche un trattato sui farmaci mortali dal titolo “περὶ θανασíμων φαρμάκων” , perí thanasímo̱n farmáko̱n.