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ANTISTIO

ANTISTIO

Antistio (in latino Antistius) (medico romano, I sec. a.C.).
Medico tenuto in grande considerazione nella sua epoca  in tutta l’Urbe per la sua metodica e per i suoi rimedi prodigiosi. Per tali ragioni fu scelto da Gaio Giulio Cesare quale proprio medicus personale e consigliere. Nemmeno però Antistio pare fosse riuscito a trovare un rimedio efficace per quello che i Greci chiamavano il “morbo sacro” che affliggeva il dittatore Cesare e che lo faceva destava all'improvviso, all'ennesimo riaffiorare di quel male. La figura di Antistio la ritroviamo accanto a Cesare, preoccupato, oltre che della sua salute, dei nemici politici del suo padrone ed amico.
E’ divenuto famoso per la sua autopsia sulla salma di Cesare, secondo cui delle ventitre pugnalate che erano state inferte al “pontifex maximus” solo una, precisamente la seconda inferta in pieno petto, venne da lui considerata mortale.
Una citazione di Antistio la ritroviamo nello scrittore e biografo romano Svetonio (Gaius Suetonius Tranquillus – 70 d.C. – 126 d.C.) nelle “Vite dei dodici Cesari”, in otto libri (De vita Caesarum libri VIII -Vita divi Iuli – I Libro,  82):
82. “Assidentem conspirati specie officii circumsteterunt, ilicoque Cimber Tillius, qui primas partes susceperat, quasi aliquid rogaturus propius accessit renuentique et gestu[m] in aliud tempus differenti ab utroque umero togam adprehendit: deinde clamantem: 'ista quidem uis est!' alter e Cascis auersum uulnerat paulum infra iugulum. Caesar Cascae brachium arreptum graphio traiecit conatusque prosilire alio uulnere tardatus est; utque animaduertit undique se strictis pugionibus peti, toga caput obuoluit, simul sinistra manu sinum ad ima crura deduxit, quo honestius caderet etiam inferiore corporis parte uelata. atque ita tribus et uiginti plagis confossus est uno modo ad primum ictum gemitu sine uoce edito, etsi tradiderunt quidam Marco Bruto irruenti dixisse: kai su teknon; exanimis diffugientibus cunctis aliquamdiu iacuit, donec lecticae impositum, dependente brachio, tres seruoli domum rettulerunt. nec in tot uulneribus, ut Antistius medicus existimabat, letale ullum repertum est, nisi quod secundo loco in pectore acceperat. Fuerat animus coniuratis corpus occisi in Tiberim trahere, bona publicare, acta rescindere, sed metu Marci Antoni consulis et magistri equitum Lepidi destiterunt.”.
82. “Mentre prendeva posto a sedere, i congiurati lo circondarono con il pretesto di rendergli onore e subito Cimbro Tillio, che si era assunto l'incarico dell'iniziativa, gli si fece più vicino, come se volesse chiedergli un favore: Cesare però si rifiutò di ascoltarlo e con un gesto gli fece capire di rimandare la cosa ad un altro momento; allora Tillio gli afferrò la toga alle spalle e mentre Cesare gridava: «Ma questa è violenza bell'e buona!» uno dei due Casca lo ferì dal di dietro, poco sotto la gola. Cesare, afferrato il braccio di Casca, lo colpì con il suo stilo, poi tentò di buttarsi in avanti, ma fu fermato da un'altra ferita. Quando si accorse che lo aggredivano da tutte le parti con i pugnali nelle mani, si avvolse la toga attorno al capo e con la sinistra ne fece scivolare l'orlo fino alle ginocchia, per morire più decorosamente, coperta anche la parte inferiore del corpo. Così fu trafitto da ventitre pugnalate, con un solo gemito, emesso sussurrando dopo il primo colpo; secondo alcuni avrebbe gridato a Marco Bruto, che si precipitava contro di lui: «Anche tu, figlio?». Privo di vita, mentre tutti fuggivano, rimase lì per un po' di tempo, finché, caricato su una lettiga, con il braccio che  pendeva in fuori, fu portato a casa da tre servi. Secondo il referto del medico Antistio, di tante ferite nessuna fu mortale ad eccezione di quella che aveva ricevuto per seconda in pieno petto. I congiurati avrebbero voluto gettare il corpo dell'ucciso nel Tevere, confiscare i suoi beni ed annullare tutti i suoi atti, ma rinunciarono al proposito per paura del console M. Antonio e del maestro dei cavalieri Lepido.”.
L’autopsia di Antistio sulla salma di Cesare come referto medico legale fu presa come riferimento storico per la comprensione di quegli argomenti (tra cui l’avvelenamento) per cui le rigide leggi romane richiedevano un’alta conoscenza medica, pur non prevedendo ancora esplicitamente un’alta specializzazione nella medicina legale. Di qui il processo di applicazione della scienza medica alle questioni legali che avrebbe sempre più portato le leggi del diritto civile e penale romano a prevedere nel loro dettato l’utilità e la necessità della medicina forense con una refertazione medica non solo per l’applicazione di una pena ma anche per la stima ai fini del risarcimento del danno.