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ANTIPATRO (medico greco, I sec. d.C.)

ANTIPATRO

Antipatro (medico greco, I sec. d.C.).
La sua figura viene da alcuni collocata in età augustea, probabilmente ai tempi di Cleofanto (I sec. d.C.).
M. Bartolomeo Maranta lo dice contemporaneo di “Cleofante” (Cleofanto, del I sec. d.C.): nel suo Libro “della theriaca et del Mithridato Libri due ne quali s’insegna il vero modo di comporre i sudetti antidoti , et s’esaminano con diligenza tutti i medicamenti” (Vinegia, appresso Marcantonio Olmo, 1572), dice che Galeno cita anche una ricetta del Mithridato, un antidoto che attribuisce ad Antipatro & Cleofante. Parlando ancora dei vari antidoti della teriaca, l’autore scrive come Galeno affermi che quello preparato da Antipatro fosse chiamato “Tirannide” (citato nel capo I – del libro degli antidoti). Galeno però non manca di dire come la ricetta della teriaca di Damocrate fosse presa in maggior conto che non quella attribuita ad Antipatro e Cleofante, nonostante quest’ultima avesse tra i suoi fautori Aezio. Che in essa vi erano 51 semplici (di cui dissolubili 15 e polverabili 36, senza l’asaro e l’aro, specifica, come quella di Andromaco ma con difetti per quanto riguardava i pesi ivi citati) e che per questo motivo risultava difficile diluirla. In ciò riconosceva un difetto della ricetta, a differenza della ricetta di Aezio che, contenendo 50 semplici, risultava più tollerabile (secondo Andromaco il Giovane la ricetta di Antipatro e Cleofanto era composta da 53 ingredienti). Continua poi Galeno che nella ricetta di Antipatro veniva vietato il vino per liquefare gli ingredienti e molti avevano seguito questo criterio e che ciò dipendesse dalla preoccupazione di evitare che l’antidoto divenisse troppo liquido.
Galeno scrive che, vietando il vino, non si vede in che modo andassero dissolti i “sughi, le gome e le lagrime”. Aezio, il quale pure si rifece espressamente a tale ricetta, procedeva a dissolvere i sughi nel miele. E Cleopatro specificò andassero dissolti nel miele caldo.
Ancora, continua il Maranta, come Galeno, nel III Libro dei medicamenti composti generali al capo 5, scrivesse che per lui dissolvere i sughi si debbano con acqua, o con vino, o con aceto, o nel fuoco di per sé.