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ANTIMO di Bisanzio

ANTIMO di Bisanzio

Antimo di Bisanzio (in greco Ἄνθιμος , Anthimos; in latino Anthimus) (medico greco, - ? – 534 d.C.).
Colto ed autorevole scienziato nonché celebre medico, in quanto tale fu chiamato alla corte bizantina di Tarasis (Zenone) (425 ca. – 491), imperatore romano d’Oriente. Nell’anno 470 venne esiliato da Tarasis per essersi messo in contatto col goto Teodorico Strabone (-?- 481). Giunto in Italia, trovò inizialmente riparo presso il detto Teodorico Strabone e quindi, dopo la morte di quest’ultimo, a Ravenna, presso il re ostrogoto Teodorico il Grande (454 – 526). Di qui venne inviato in missione diplomatica a Metz, quale ambasciatore presso la corte di Teodorico I, re franco della dinastia dei Merovingi (486 ca. – 534).
Storicamente alcuni studiosi, rifacendosi ad un frammento dello storico Malchos di Bisanzio, fanno risalire l’esilio di Antimo ad alcune lettere di incoraggiamento indirizzate a Teodorico Strabone da parte dello stesso Antimo, Marcellino e Stefano di Bisanzio, interessati ad una riconciliazione tra i due imperatori dei Goti e di Bisanzio. Altri, invece, pur concordando grosso modo con la predetta ricostruzione, ne vedono unici protagonisti il medico Antimo e Teodorico il Grande.
Dopo il 511 scrisse il “De observatione ciborum ad Theodoricum regem Francorum epistula”, una sorta di ricettario in lingua latina volgare (“...ad vulgarem usum declinante”) – di notevole importanza soprattutto per il suo tessuto linguistico ai fini degli studi filologici dell’evoluzione delle lingue medievali e delle varie problematiche legate all’interpretazione dei germanismi – che dedicò al re franco Teodorico I, figlio primogenito ma illegittimo di Clodoveo I.
Il testo in latino dell’opera tradisce le contaminazioni linguistiche avvenute tra la lingua greca di Antimo, quella gotica (con alcuni termini culinari) e la lingua dei Franchi.
Esso è un vero e proprio manuale di dietetica e tratta delle abitudini alimentari delle popolazioni germaniche dell’Alto Medioevo, tra il V ed il VI secolo, rapportate con i più salutari precetti di quella che era la cultura culinaria romana, le cui peculiarità erano state ereditate e mantenute entro i confini dell’Impero Bizantino. Difatti l’autore, al momento della scrittura del breve trattato, aveva conoscenze dirette sia della cucina romana che di quella germanica: due diverse culture che si sarebbero contaminate ed integrate ben presto.
L’opera fu molto apprezzata alla sua epoca in quanto i popoli germanici ed i Goti in particolare manifestarono vivo interesse per i testi di argomento scientifico e dietetico. Il trattatello – che rappresenta l’unico vero documento di letteratura gastronomica a noi noto dell'intero periodo alto-medievale – a suo tempo e nei tre secoli successivi ebbe notevole successo e fu oggetto di riproduzioni e compendi.
Nessuna novità nell’elaborazione del testo, in quanto anche ai tempi di Antimo la medicina si basava su una dietetica essenziale e le preparazioni "curative" molto spesso coincidevano con quelle "gastronomiche". Di qui deriva tutta una serie di suggerimenti salutari consigliati da Antimo in sostituzione di una cucina germanica basata essenzialmente sull’uso di carni e grassi ma anche di una cultura romana dedicata ad una “luxuria” culinaria: la sapienza mediterranea, fatta di preparazioni semplici e a base di erbe, viene trasferita di peso alla corte dei re franchi. Il concetto che sta alla base dell’opera di Antimo consiste nel fatto che la salute è in diretta dipendenza con i cibi consumati, nell’applicazione della misura e della qualità al posto di una sfrenata gozzoviglia. Le stesse bevande, poi, devono essere consumate sempre conciliandole, senza abusi di sorta, col cibo. Nella stessa varietà dei cibi e nella complessità della loro preparazione deve poi imporsi l’esigenza di un menù ordinato.
Tra le sue ricette troviamo: carote fritte, uova insaporite con l'ossimello, bos in iuscello. Il vino poi, oltre ad essere usato a scopi terapeutici, viene citato come condimento di alcuni piatti (Antimo cita come le popolazioni germaniche bevessero abitualmente sidro e birra). In particolare, tra le bevande viene citato l’oenomel, bevanda a base di miele e succo d’uva non fermentato molto in uso presso i Romani [in tardo latino “oenomeli”, derivante dal greco “oinomeli” composto da “oinos” (= vino) + meli (= miele)].
Al lardo dei popoli germanici (verso cui c’è comunque un’apertura) viene poi preferito il classico olio dei Romani; così come il pane di frumento della più classica tradizione ellenica viene preferito a quello di farina di spelta (dal sapore forte e di colore scuro) o di orzo.
Ma i nobili Franchi erano interessati anche ad imitare i costumi alimentari bizantini, per cui nel trattato ritroviamo anche alcune ricette appartenenti alla dietetica bizantina [ricordiamo, al riguardo, la specialità dell’afrutum (aphraton) – in latino spumeum – a base di pollo e bianco d’uovo e quella di un particolare stufato di manzo, a base di miele, aceto e spezie varie)].
Alla base dei precetti di Antimo, assume importanza la digestione dei cibi ed un’alimentazione varia e salutare che avrebbe avuto notevole influenza sulle teorie della successiva Scuola Medica Salernitana e che sta alla base dell’odierna dieta mediterranea; ma vengono menzionati anche alcuni alimenti (ad esempio, come vedremo, la polenta di orzo) raccomandati per determinate patologie, quali la dissenteria; ed ancora altri per la diarrea, la febbre e l’idropisia.
E per una corretta digestione i cibi vengono suddivisi in freddi (difficili a digerirsi) e caldi. Tra i primi troviamo la cicoria e la zucca crude, il latte non scaldato, la carne di lepre; tra i secondi la polenta di orzo (cotta nel latte di capra) che è utile – appunto - a combattere le infiammazioni dell’apparato digerente caratterizzate da dissenteria.
Anche se Antimo non cita nello specifico altri autori tra le sue fonti, il suo approccio rispecchia tendenzialmente la teoria umorale, anche nel modo in cui affronta il capitolo degli umori melanconici.